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Terremoto Friuli: perché non impariamo dalle buone esperienze?

 

Terremoto in Friuli. La domanda vera di oggi è: perché noi italiani non riusciamo a imparare dalle buone esperienze che noi stessi siamo in grado di fare, da quelle in cui dimostriamo di saper affrontare drammi e emergenze? Se ci pensiamo nel Friuli del dopo 1976 un’Italia dove certo i problemi non mancavano seppe dare alle comunità locali ( i sindaci erano la loro espressione) il diritto di scegliere il tipo di ricostruzione che volevano, che sembrava loro più rispettoso di storia e territorio. I risultati furono ottimi. Nel 2009 all’Aquila si è proceduto in maniera diametralmente opposta.

Al di là delle megalomanie di questo o quel personaggio, della frenesia di voler effettuare la “ricostruzione più veloce mai vista al mondo” per “venderla sui media”, il dato di fondo è che i successi ottenuti in Friuli sono stati totalmente dimenticati, hanno prevalso esigenze propagandistiche immediate e anche un coefficiente di presunzione che ci fa sempre ricominciare tutto da zero, cancellando la nostra memoria collettiva, civile. Un bel problema che, a pensarci, vale pure per tanti altri aspetti della nostra vita pubblica. Chi arriva al potere pensa sempre che il mondo ricominci con lui, ma non è così. E questo è un danno enorme: non sapere “capitalizzare” il buono della propria storia, delle proprie esperienze. Accade pure sul lavoro. O almeno a me è accaduto più volte.

Stamattina, a seguito pure dell’articolo del 1976 ripubblicato su Articolo21  , sono andati in onda su Radio Rai due pezzi ottimamente confezionati dalla giornalista Fenesia Calluso che contenevano una mia intervista. Qui c’è quello del Gr1 delle 8 con la descrizione dell’evento

https://drive.google.com/…/0BzHfXd7mY5kvckp3R2RGOVgwU…/view…

Qui invece trovate l’intervista più lunga dal Gr3 delle 8 e 45

https://drive.google.com/…/0BzHfXd7mY5kvbTJZbW9FOTFQa…/view…

Il concetto è soprattutto uno: siamo capaci di fare presto e bene operando in sintonia con la volontà dei cittadini. Abbiamo bisogno della “partecipazione popolare”. Altrimenti dimentichiamo il meglio della nostra storia.

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