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Felicia Impastato: quando la Rai è servizio pubblico

 

Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino Impastato, ha avuto finalmente non solo giustizia (a quella ha provveduto il tribunale di Palermo nel 2002, condannando all’ergastolo Tano Badalamenti, riconosciuto come il mandante del delitto) ma, soprattutto, il degno riconoscimento che per troppo tempo le è stato negato.
Perché la straordinaria Lunetta Savino, attrice poliedrica che l’ha interpretata con un entusiasmo e una passione civile davvero commendevoli, ha fatto rivivere non soltanto la battaglia, pure eroica, di una donna che aveva sposato un mafioso e a cui la mafia aveva strappato quanto di più caro avesse, quanto, più che mai, la persona di Felicia, con la sua dignità, il suo coraggio, il suo desiderio di vivere un giorno in più dell’ingiustizia, di spendere ogni energia e di compiere ogni sforzo affinché l’omicidio di suo figlio fosse riconosciuto per quello che era realmente: un’esecuzione mafiosa e non la morte accidentale di un aspirante terrorista (accusa quanto mai infamante ai danni di Peppino).

Per troppo tempo, infatti, siamo andati avanti raccontandoci la favola che la mafia non esiste, che questa parola non bisogna nemmeno pronunciarla, che in Sicilia si trattava al massimo di piccola criminalità locale e che bisognasse smetterla di infangare una terra di gente perbene. Nessuno ha mai messo in dubbio che la Sicilia sia ricca di persone perbene, nemiche della mafia e pronte a battersi contro di essa a costo della vita: la Sicilia è, non dimentichiamocelo mai, la regione di uomini come Rocco Chinnici, Boris Giuliano (cui Rai Fiction dedicherà a breve un film in due puntate), Cesare Terranova, Placido Rizzotto, Pio La Torre, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e molti altri ancora; uomini che, pur coltivando idee politiche diverse, hanno speso l’intera esistenza a combattere contro questo cancro, coscienti di dover mettere in conto la possibilità di morire e convivendo ogni giorno con questo straziante pensiero.

Tuttavia, è proprio in onore di queste figure, che possiamo definire eroi senza correre il rischio di essere tacciati di retorica, è proprio per tutelare il loro nome e custodire la loro memoria che dobbiamo avere la forza morale di scrivere, senza remore, che “la mafia è una montagna di merda” e che purtroppo non solo esiste ma si è infiltrata in numerosi gangli della vita politica del nostro Paese, fino a controllare intere amministrazioni, a condizionare e a comandare come burattini diversi parlamentari (e non è certo un fenomeno nuovo), a pilotare numerosi appalti e ad infiltrarsi persino in alcuni settori dell’anti-mafia, la quale, negli ultimi anni, ha perso buona parte della sua preziosa credibilità, dimostrando falle preoccupanti e fornendo segnali inquietanti circa la facilità della piovra mafiosa di penetrare anche al suo interno.
Ricordare Felicia Impastato, mostrarne le lotte senza edulcorarne alcun aspetto, far vedere le finestre chiuse durante le trasmissioni di Radio Aut o durante la manifestazione dei compagni di Peppino in quel di Cinisi, non nascondere l’omertà, la compiacenza, la paura, la tacita complicità e l’accettazione della mafia da parte di molti e, all’opposto, mettere in evidenza lo sdegno, la vergogna e il desiderio di lottare di chi non voleva abituarsi a quelle facce tanto rispettate quanto colme di barbarie è stata una scelta cinematografica pienamente indovinata. In quei cento passi che separavano l’abitazione di Peppino da quella dello “Zu’ Tano”, il quale ne ordinò l’eliminazione non tollerando ciò che maggiormente fa male alla mafia, ossia il dileggio, lo scherno, la dissacrazione e la messa in evidenza di una piccolezza morale che si cela dietro la maschera di ferocia utilizzata per incutere timore e ottenere il “rispetto” di un popolo sottomesso, era infatti racchiuso il senso di un’inaccettabile sconfitta e di un possibile riscatto.

Il fresco profumo della libertà, il senso di ribellione, lo spirito scanzonato e la fermezza di Peppino Impastato avevano tolto la maschera a Badalamenti e per questo quel ragazzo di appena trent’anni ha pagato con la vita le sue speranze. Ma quelle speranze sono state più forti, quella ribellione, tutt’altro che solitaria, è andata al di là di Cinisi, quelle parole hanno fatto il giro d’Italia e oggi camminano sulle gambe di migliaia di giovani, i quali hanno compiuto il gesto più forte che si possa compiere per sfidare apertamente la piovra mafiosa: leggere, informarsi, conoscere e trasformare quella battaglia di tanti anni fa in una battaglia tuttora attuale, com’è giusto che sia, essendo quel cancro tutt’altro che sconfitto.
Non a caso, asseriva Paolo Borsellino che “quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. È così, e lo dimostrano le manifestazioni che si svolgono ogni anno in occasione degli anniversari degli attentati a Falcone e Borsellino; lo dimostra il successo di “Gomorra”; lo dimostra la solidarietà ricevuta, a livello di cittadinanza, dal giudice Di Matteo; lo dimostra l’attenzione che la RAI sta manifestando, da tempo, a queste storie e lo dimostra, infine, la presa d’atto di quanto il morbo criminale e mafioso distrugga il nostro tessuto sociale e civile, minandolo alla radice e rendendo difficile il nostro stare insieme.
Tutto questo anche grazie al coraggio di Felicia Bartolotta Impastato: un faro per chi ha scelto di lottare, un esempio per chi ha deciso di non arrendersi, un simbolo bellissimo per una terra amara ma, al tempo stesso, meravigliosa, la quale, per rinascere e cambiare, ha bisogno innanzitutto di giustizia e verità.

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