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A chi in ottobre voterà “NO” al referendum: il cuore del problema è informare ed essere informati

 

Dell’accusa di appartenere alla comunità dei “gufi”, d’esser qualificato come “rosicone”, m’importa un fico; leggo però i  dati Istat, mostrano che nel quarto trimestre del 2015 l’ economia è cresciuta di un misero 0,1 per cento. Una ripresa che non fa certo pensare che l’accelerazione auspicata sia dietro l’angolo; anzi, ci sono rischi di nuovi, ulteriori rallentamenti. Rosico? Rosico sì, ma solo se penso che sempre più la mia pensione (cioè i contributi che mensilmente prelevano dalla mia busta paga da ormai quarant’anni, sono considerati alla stregua di una regalia, un “favore” che mi faranno chissà quando, e scusate se procuro il dispiacere di voler vivere a lungo…). Poi figuriamoci se può impressionare la Madonna da Laterina (al secolo, Maria Elena Boschi) che ci spiega essere una stranezza se in autunno si sarà parte di quell’Italia “che si prepara a votare insieme a Casapound al referendum”.
Se questi sono gli argomenti dei sostenitori del SI che si preparano a bussare alla mia porta, come i testimoni di Geova (Renzi dixit), non perderò davvero neppure un nanosecondo, per ascoltarli.

E’ tuttavia abbastanza penoso vedere che il dibattito – necessario, utile, indispensabile – sul referendum prossimo venturo col quale dovremo confermare o respingere la riforma costituzionale approntata dal Governo e votata dalla maggioranza, si sviluppi su questi binari.

Ma questi sembrano essere gli “argomenti” dominanti. L’attuale inquilino di Palazzo Chigi personalizza il referendum, trasformandolo in una sorta di pronunciamento su di lui e il suo governo: “Chi non è con me, è contro di sé”. Si sente molto re Luigi XV in conversazione con la marchesa di Pompadour: “Après nous le déluge”. Viene la tentazione di rispondere: “Un bagno in fin dei conti, non sarà la fine del mondo…”. Ma sono battute, naturalmente.

Tuttavia, continua, e verrà accentuato con lo scorrere dei giorni, il mantra che votare SI significa schierarsi per le riforme, il rinnovamento, il progresso, il rilancio, la ripresa. Chi si schiera per il NO, al contrario, verrà schiacciato come il retrogrado, il conservatore reazionario (con Casapound, appunto), per lo status quo… Questa sembra essere la campagna del SI. Ma quella del NO, che tipo di campagna intende fare? Soprattutto, ci si pone il problema della comunicazione, degli spazi di informazione da conquistare? Non solo che dire, ma anche come e dove dirlo… Abbiamo alle spalle un’esperienza vicina, e un’altra più lontana nel tempo. Quella più lontana nel tempo è quella del referendum sulla legge 40 relativa alla procreazione assistita. Quella più vicina, il referendum sulle trivelle in mare. I sostenitori dell’abrogazione delle due normative disponevano di buoni, ottimi argomenti. Solo che non hanno saputo conquistare gli spazi informativi per farsi conoscere e “apprezzare”. La storia si ripete. Stimatissimi esperti e professori si lambiccano per proporre che in luogo di un referendum se e facciano tre, o quattro, o dieci, che il quesito insomma sia “spacchettato”. A parte il rischio di avere riforme (chiamiamole così) stile Arlecchino, per cui una cosa la si approva, un’altra la si respinge, e se ne ricava un patchwork indigesto, non cambia nulla se l’elettore si trova in mano invece che una, due o tre o cinque schede. Quello che conta, e conta davvero, è che il cittadino elettore sia messo nella condizione einaudiana del “conoscere per deliberare”. Quello che conta è che i mezzi di comunicazione (tutti, ma a maggior ragione quelli del servizio pubblico) approntino veri contraddittori, schede informative “neutre”, si garantiscano spazi di informazione e confronto; che insomma si sia messi nella condizione di conoscere la carne delle questioni, e non si venga invece suggestionati da campagne denigratorie o “ricatti” del tipo: “o con me, o contro di me”.

Per essere più chiari: l’esperienza del passato, e quello che accade nel presente, dovrebbe insegnarci qualche cosa: la partita si gioca e si giocherà sugli accessi, sulle possibilità di essere conosciuti e di conoscere; si gioca sulla capacità di documentare come questo fondamentale diritto a conoscere e essere conosciuti sia pregiudicato. L’einaudiano “conoscere per deliberare” va tradotto così: solo se si viene messi nella condizione di conoscere si può decidere, valutare proposte e posizioni di chi si candida a una funzione di governo; poter conoscere è dunque la somma di un duplice diritto da garantire e tutelare; il diritto di chi avanza proposte, possibili soluzioni. Diritto di chi è chiamato a decidere chi deve essere il suo rappresentante, il suo “amministratore”. Per scegliere bisogna essere messi nella condizione di conoscere; solo così si “pesa”, si giudica. Se questo doppio diritto viene meno, il cittadino è un suddito.

Se le cose stanno così (e così stanno), ecco che bisogna ridisegnare e ripensare i tradizionali criteri di definizione politica. Cos’è il regime che (s)governa l’Italia? Non è un sistema totalitario, come le dittature che hanno oppresso Russia, Cile, Spagna, e prima ancora la Germania, l’Italia. Per fortuna non abbiamo dissidenti chiusi in lager o gulag. Ma neppure una democrazia, se il presupposto perché sia tale è quel principio einaudiano a cui ci si è richiamati. È allora una “democrazia reale”; e lo è proprio perché il diritto al “conoscere per deliberare”, è minacciato, messo in discussione. Gli strumenti di comunicazione che si hanno a disposizione sono tanti, con potenzialità enormi; le “notizie” si diffondono con la velocità di un battito di ciglia. Eppure non ci siamo; comunicazione non corrisponde a conoscenza; le possibilità di “scegliere” progressivamente, inesorabilmente, si riducono.

Quelli che un tempo si chiamavano “i padroni del vapore”, e che oggi possiamo definire “poteri reali” (gli inquilini delle istituzioni, politici, e tutto il complesso, spesso oscuro mondo che ruota intorno a loro), hanno da tempo compreso che impedire la “conoscenza” è la possibile, concreta “arma” di distrazione di massa. George Orwell, in un suo libro di cronache e riflessioni di guerra, a un certo punto prefigura un possibile futuro; e scrive una frase terribile: “Un mondo da incubo, in cui il Capo o la cricca al potere controllano non solo il futuro, ma il passato. Se il Capo dice di questo o quest’altro fatto: non è mai accaduto, bene: non è mai accaduto…”. Fa il paio con un’altra, non meno terribile, in “Misura per misura” di William Shakespeare: “Di quel che vorrai: la mia menzogna soffocherà la tua verità!”.

Stanno imparando, hanno già imparato, a cancellare, soffocare; basta impedire all’antagonista, all’alternativa possibile, di poter comunicare, di potersi far conoscere e apprezzare. Come nel celebre “Urlo” di Edvard Munch, si “grida”, e non può emettere suono. A essere privati di ascolto, di “conoscenza”, siamo tutti noi: il popolo (bella parola, popolo; da recuperare, come “compagno”, cum panis); abbiamo a disposizione una quantità di diavolerie telematiche ed elettroniche, ci illudiamo di essere sempre “connessi”, informati, a contatto col mondo. E invece no: se “sapere” è potere, giorno dopo giorno, siamo sempre più impotenti, isolati, disarmati.

C’è qualcuno, per esempio, a parte un comune sentire, che possa fornire dati, cifre, rilevamenti scientifici sulla quantità e la qualità delle cose che su questo tema da giorni e giorni vengono diffuse attraverso i grandi network informativi? Le presenze, i minuti, e non solo quelle: anche le collocazioni nelle fasce orarie, e in definitiva gli accessi consentiti in termini di ascolto. Quanti milioni di elettori vengono raggiunti dai sostenitori del SI e quanti milioni non vengono raggiunti dai sostenitori del NO? Il Partito Radicale di Marco Pannella per mesi, grazie a un accurato lavoro del Centro di Ascolto predisposto all’uopo, era in grado di fornire precisi dati che nessun altro “Osservatorio” fornisce; e che, al di là dei formali rispetti di una ridicola par condicio, documentavano una situazione di inoppugnabile disparità, di un indiscutibile discriminazione, di un pressoché totale oscuramento, di una sostanziale impossibilità di “conoscere per poter deliberare”. Quel Centro di Ascolto ora non opera più (per mancanza di mezzi economici). Ho il sospetto che se potesse fornire i rapporti di un tempo, ne verrebbe fuori che la situazione è ulteriormente peggiorata, aggravata…

Di questo, credo, converrebbe occuparsi e su questo ragionare e trovare soluzioni possibili. E’ il nostro diritto di sapere che si teme, e che si cerca di esorcizzare con argomenti come il voto in compagnia di Casapound, e altre simili fanfaluche.   

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