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La libertà di espressione ovunque nel mondo è la nostra libertà. Prepariamo insieme la mobilitazione del 2 maggio

 

Gli ultimi sviluppi della politica di repressione del dissenso in Turchia hanno sgombrato il campo dalle speranze che l’azione della magistratura potesse arginare la deriva tirannica del presidente Erdogan. Ma in ballo non c’è la difesa delle ultime testate turche, quotidiani o tv, che hanno cercato d’informare il pubblico in modo corretto e completo. Sotto la redazione di Zaman, a Istanbul, erano tanti i lettori e i cittadini che tentavano di difendere il primo quotidiano del paese dall’assalto della polizia. Invano.  E non dimentichiamo i dodici accademici arrestati a metà gennaio con l’accusa di terrorismo solo per aver firmato, insieme ad altri mille, un appello per fermare le operazioni militari contro le popolazioni delle città curde. Una vicenda inquietante, soprattutto alla luce della fine, in Egitto, di Giulio Regeni , arrestato torturato e ucciso proprio per la sua ricerca, dai fini semplicemente scientifici, che stava portando alla luce le sistematiche violazioni dei diritti umani nel paese. Sono centinaia i ragazzi che dall’Italia  e dal resto d’Europa stanno svolgendo il loro anno di Erasmus o frequentando dottorati o scuole specialistiche a Istanbul e in altre città turche, considerate finora, possiamo dire, un prolungamento del vecchio continente anche per stile di vita e standard di sicurezza. Fino a quando?

Potremmo continuare con gli esempi, ma la situazione in Turchia, come in Egitto, è un tassello di uno scenario mondiale in cui il dissenso anche se legale e attuato nei luoghi deputati, gli attivisti che pacificamente denunciano abusi e violenze, l’informazione libera, la cultura che non sia elogio del potente, la ricerca accademica non piegata alle logiche del mercato, in una parola una compiuta attuazione del sistema democratico diventano il nemico da battere.

Reporters sans frontieres racconta degli 11 giornalisti uccisi da inizio anno nel mondo, 166 tra giornalisti e media assistant in carcere, e sono altrettanti i cosiddetti “netizen”, i cyber attivisti dell’informazione arrestati. Parliamo di neanche dieci settimane. Solo nel Messico si contano quattro tra reporter e blogger uccisi, l’ultimo, Moisés Dagdug Lutzow, giornalista radio di Oaxaca, il 20 febbraio scorso.  E in Iran, a tutt’oggi 37 tra reporter e citizen journalist sono in carcere, dove condividono la detenzione con noti scrittori e registi e tanti semplici attivisti.

Persino negli Usa, dove negli ultimi mesi sono stati prodotti due dei film di maggior successo  dedicati al giornalismo d’inchiesta (storie con esiti opposti tra loro), il candidato forte dei repubblicani Donald Trump ha promesso di cambiare la normativa in tema di libertà di stampa, rendendo possibile citare in giudizio la stampa anche solo quando pubblica articoli critici, benché non diffamatori. E in Italia non stiamo meglio.

Non è un processo inevitabile. E non possiamo continuare a dire che i dittatori non cambiano opinione per gli appelli dell’opinione pubblica mondiale. In Turchia come in Egitto, ma anche in Iran, Azerbijan, Kazakhstan, e in tanti altri paesi, la partita si gioca sugli interessi economici e strategici dell’Italia e dell’Europa. In ballo ci sono gas, petrolio, commesse miliardarie, flussi di profughi, il conflitto per la spartizione della Libia e molto altro. Finora l’Europa e l’Italia hanno parlato con voce flebile ricevendo rassicurazioni di maniera, se non inviti a guardare dall’altra parte. Ad Ankara e al Cairo potranno anche non ascoltarci, a Roma e a Bruxelles ancora devono farlo, se sapremo farci sentire.

Il 2 maggio Articolo 21 sarà davanti alle ambasciate e alle sedi consolari degli stati in cima alla lista delle violazioni della libertà di espressione e di tutti i diritti umani, ma anche davanti alle sedi di rappresentanza della UE. Se saremo in tanti e sapremo dire forte e chiaro che così non va e i diritti umani vengono prima di tutto il resto, forse le nostre parole non cadranno nel vuoto.

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