Sei qui:  / Articoli / Informazione / A “Storie vere” le giornaliste che non stanno zitte

A “Storie vere” le giornaliste che non stanno zitte

 

Parlare di colletti bianchi, collusione imprenditoria-politica-mafia, di libertà di stampa negata. Di minacce, della difficoltà a tenere la schiena dritta perché i tuoi doveri di mamma vengono prima dei tuoi doveri di giornalista e cittadina, ma la mantieni dritta lo stesso. Parlare con parole semplici, che spieghino, ma che riescano ad arrivare dritte al cuore, in un talk di metà mattina, sulla rete ammiraglia Rai. Una sfida che Eleonora Daniele ha voluto raccogliere e vincere a “Storie Vere”, rubrica di “Uno mattina”, facendo conoscere al pubblico (soprattutto femminile) pezzetti di quotidianità di un “esercito”, così siamo state definite, di giornaliste che continua a fare, in silenzio, e senza clamori, il proprio dovere. Purtroppo diventiamo notizia, sempre più spesso, perché c’è una violenza di cui siamo bersaglio, con uno specifico tutto per noi, in quanto donne. Eravamo in sette, lì negli studi di Saxa Rubra, ma rappresentavamo le 53 giornaliste che nel 2015 hanno subito minacce di vario titolo (i dati sono del monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione, diretto da Alberto Spampinato). E che nonostante tutto, non stanno zitte.

Federica Angeli (nella foto) è sotto scorta: minacciata di morte dal clan di Ostia, scrive per Repubblica.

Nadia Verdile, minacciata di morte con l’allora ministro Massimo Bray (sotto scorta quando si reca in Campania) per aver denunciato il degrado della reggia di Carditello, continua a scrivere per il Mattino. E non ha scorta, né alcuna protezione, ma continua a vivere e lavorare a Caserta. E a scrivere di camorra: “Anzi, il doppio”, ha detto.

Luciana Esposito, direttora di Napolitan.it, vittima di un tentativo di sequestro e picchiata violentemente mentre documentava la realizzazione di un’opera di street art che, una volta finita, ha poi rivelato, tra i volti rappresentati come “eroi”, quello del suo aggressore.

Rosaria Brancato di tempo stretto.it, giornale messinese e Gisella Cicciò de La Gazzetta del Sud e consigliera nazionale dell’Ordine dei giornalisti, hanno denunciato la raffica di minacce, fango e calunnie di cui sono oggetto da mesi sui social network per alcune loro inchieste sullo scandalo che ha travolto 23 dei 40 consiglieri comunali di Messina, indagati per truffa aggravata, falso ideologico e abuso d’ufficio per avere falsamente attestato la loro presenza a riunioni, Consigli e commissioni, con lo scopo di intascare il gettone di presenza.

Sabrina Pignedoli, che ha subito pressioni da parte di un poliziotto, ora accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, perché non pubblicasse notizie sul Resto del Carlino relative ad alcuni esponenti di una famiglia mafiosa coinvolti nell’inchiesta “Aemilia” che ha portato a 160 arresti sulla pista dei collegamenti tra la ‘ndrangheta e l’Emilia-Romagna.

“Creiamo un gruppo – ha detto Eleonora Daniele – continuiamo a lavorare per far uscire fuori le vostre storie e quelle delle tante colleghe che nelle periferie continuano a resistere”.

E’ importante “Illuminare le periferie” (l’idea è stata lanciata dai giornalisti premiati all’ultima edizione del premio “Articolo 21”, in primis Paolo Borrometi, e subito è stata fatta propria dal presidente Beppe Giulietti), ed è importante continuare a denunciare, come giornaliste donne, gli attacchi di cui siamo vittime, sottolineandone l’aspetto sessista, quando presente: nelle querele temerarie, negli attacchi via web, questo tipo di violenza di genere è preponderante.

Anche per questo abbiamo presentato un appello alla presidente della Camera Laura Boldrini, firmato il 7 marzo scorso in occasione dell’Iniziativa #iononstozitta a cura della CPO della Fnsi, presieduta da Alessandra Mancuso. L’appello, firmato da tutte le giornaliste presenti a “Storie vere” e da molte altre giornaliste minacciate, chiede che si inserisca nella legge sulla libertà di stampa in discussione alla Camera, un emendamento che consenta di “multare” chi querela in malafede, sapendo cioè di non avere argomentazioni. Noi non vogliamo stare zitte, ma per farlo, ha sottolineato in collegamento Ester Castano, giovane collega che ha scoperto le infiltrazioni mafiose nel suo Comune, Sedriano, poi sciolto per mafia, serve avere le spalle forti: tutele di legge, contratti solidi, retribuzioni giuste. A queste condizioni #iononstozitta.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE