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Il caso Cucchi e le foto pubbliche che “non andavano condivise”

 
Sei anni dopo Ilaria Cucchi apre facebook e vede il profilo di un uomo, un carabiniere, che è appena stato indagato per il “violento pestaggio” subito dal fratello, pestaggio negato in tutti questi anni. Su quel profilo c’è il volto di un uomo in divisa in una foto piccola, nella foto più grande, sopra al suo nome, c’è la foto dello stesso uomo in costume. Una posa hard ai limiti della pornografia che quell’uomo, quel carabiniere, sceglie come foto che più lo rappresenta e la condivide come immagine del suo profilo. Lo sgomento nello scoprire quella immagine lo conosco direttamente. L’ho vista per la prima volta insieme ad Ilaria Cucchi quella foto curiosando su facebook, su ciò che di facebook è visibile a tutti, ai margini di una intervista. Quel particolare che la rende pornografica non è secondario e non sono i muscoli ostentati. Ognuno è libero di mostrarsi e di rappresentare se stesso come preferisce, ma questo non toglie che noi si provi sgomento di fronte ad una divisa con a fianco quel costume.
Ilaria dice che quella foto rappresenta la fisicità di chi, secondo quanto si ascolta nelle intercettazioni, si è vantato di aver picchiato Stefano Cucchi: “la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Per sei anni si è fatto il processo a Stefano e a noi membri della sua famiglia.”
Nella storia dell’indagine sulla morte di Stefano Cucchi le fotografie hanno avuto un ruolo fondamentale, fin dall’inizio. Le immagini di quel corpo martoriato disteso sul letto di morte hanno provocato l’emozione e lo sgomento necessari ad andare oltre l’oblio cui quella morte era destinata. Quelle foto terribili sono state pubblicate per una scelta precisa e consapevole della famiglia Cucchi, della sorella Ilaria.
IMG_2012La foto di quel volto dagli occhi cerchiati è rimasta sullo sfondo di una indagine incompleta e di un processo che in tre gradi di giudizio non è riuscito a stabilire perché Stefano fosse morto. Un processo che alla fine ha stabilito che certamente nessuno degli imputati era responsabile del pestaggio. Gli agenti della polizia penitenziaria che erano accusati di aver pestato Stefano sono stati assolti e di fronte alla notizia che c’erano nuovi indagati hanno annunciato una causa per risarcimento contro i carabinieri che per sei anni hanno taciuto, hanno omesso e non hanno risposto quando interrogati dai magistrati.
Quante sono le vittime di questo silenzio lungo sei anni? Delle omissioni e dei depistaggi messi in atto a colpi di bianchetto su atti ufficiali? E chi sono i responsabili?
Certo, sarà il tribunale a stabilirlo. Nel frattempo riparte con violenza la macchina del fango contro la famiglia di Stefano Cucchi che non ha molte armi per difendersi se non la sua onestà e la sua ostinazione. Pubblicare la foto di quell’uomo muscoloso che ostenta la sua potenza sessuale è stato un atto avventato forse, ma non ha svelato nulla. L’identità di quel carabiniere e degli altri quattro indagati nella nuova indagine condotta con grande cura dalla squadra mobile romana sotto la supervisione del procuratore Pignatone, era già scritta nella richiesta di incidente probatorio e anche su tutti i giornali.
L’avvocato di quel carabiniere annuncia querele e dice che il suo assistito ha ricevuto minacce di morte dopo che Ilaria Cucchi ha pubblicato quella foto. Dunque è possibile che assisteremo al paradosso di un processo nel quale Ilaria Cucchi sarà sul banco degli imputati per aver condiviso su facebook una foto pubblica che però non andava condivisa. È un meccanismo davvero perverso questo, capace di ribaltare le parti ed i ruoli, dopo sei anni senza verità e senza giustizia. Sei anni durante i quali quel “violento pestaggio” è stato attribuito ad altri, nascosto, negato e cancellato col bianchetto.

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