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Il Ponte di Fassina

 

Ricollegare la vasta diaspora del PD alla sinistra, anzi alla Sinistra Italiana.
E’ questo l’ambizioso progetto del Ponte di Fassina, D’Attore, Boldrini ed altri, teso tra i due piloni portanti di Keynes e Stiglitz. Operazione difficile, piena di rischi, ma necessaria per tentare di dare rappresentanza ai fuoriusciti dei partiti e ai fuorientrati dell’astensione.

Elettori alternativi al Renzi che tutela l’evasione dei ricchi e riduce i servizi ai poveri.
Elettori in cerca non di una cosa, ma di una casa, dove si torni a parlare di giustizia sociale e di dignità del lavoro con le parole della Costituzione.
Elettori che vogliono riprendere il cammino dell’Ulivo, che per la prima volta portò all’incontro tra la cultura del cattolicesimo conciliare e quella della sinistra post-comunista di Berlinguer, entrambe impegnate nella coesione sociale e aperte alla reciproca legittimazione.

Ora come allora c’è sempre il rischio di un Bertinotti, che usi il sabotaggio come piedistallo di visibilità.
C’è anche il rischio che si scateni il talent di chi è più di sinistra. Ma sono eventualità da mettere in conto, che non possono bloccare questo progetto.
Il vero rischio invece è non cogliere la domanda di credibilità, come pre-requisito chiesto dalla base a chi vuole rappresentare la sinistra post-renziana. Cioè smantellare i privilegi.

Quindi, subito un’autoriduzione degli stipendi dei parlamentari di Sinistra Italiana, come hanno fatto nel M5S, ma per costituire un fondo destinato ad offrire servizi sociali (dentista per poveri, asili di prossimità, doposcuola di sostegno anti-abbandono, centri per la micro-integrazione, ecc), in collaborazione con associazioni e volontariato. Magari un approccio non risolutivo, ma dal forte valore simbolico.
Per fare dire a chi è stato disgustato dalla contraffazione politica: la sinistra non è uguale alla destra. Ed è tornata.

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