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Presidenza Fnsi, nessuno avanzi ultimatum. Serve una ripartenza

 

Il legame antico e profondo con il sindacato dei giornalisti mi induce a  rompere il riserbo per portare un contributo, spero utile, all’infuocato  dibattito dopo la mancata elezione del Presidente della Fnsi. Una prima considerazione che è anche una raccomandazione rivolta a tutti:  abbassiamo i toni, accantoniamo le suscettibilità, evitiamo contrapposizioni  strumentali, rivendicazioni improprie, personalizzazioni immotivate: in un  momento così difficile per la nostra categoria di tutto abbiamo bisogno meno  che di frantumazioni caratteriali. Corriamo il rischio di non essere capiti dai  tanti colleghi che imprudentemente guardano al sindacato come a un corpo  estraneo.

Azzeriamo tutto? Non proprio. Facciamo tesoro degli errori, che ci sono stati,  e costruiamo un percorso partendo da alcuni punti fermi che cerco di indicare.   Il Presidente, lo dice lo statuto, è un organo a sé stante. Con una certa  solennità lo investe della funzione di “garante del patto federativo e dell’ applicazione dello statuto”. Un ruolo super partes a tutela di un bene prezioso  che ci viene invidiato da tutte le altre organizzazioni sindacali:l’unità e il  legame federale. Neppure nei momenti più difficili della nostra storia questo  patrimonio è mai stato seriamente minacciato.

Quindi il Presidente è “altro” rispetto ai diversi organi della Fnsi. Pertanto  è improprio e imprudente scegliere il presidente, ad esempio, allo scopo di  allargare o consolidare la maggioranza che sostiene la Giunta oppure per  compensazioni territoriali: è un percorso pericoloso che in qualche modo  limitala terzietà della carica. Il Presidente “convoca e presiede il Consiglio  nazionale”: quindi guida il massimo organo dirigente del sindacato nel quale si  realizza il patto federale.   Mettere in discussione involontariamente o strumentalmente questi equilibri è  molto pericoloso, è fonte di dissidi, si corre il rischio di frantumazione. Quali caratteristiche deve avere il candidato Presidente? Innanzitutto essere  un uomo o una donna del sindacato (insomma non può essere un alieno), avere un’ esperienza sul campo e un ricco (non dico prestigioso) percorso professionale.  Insomma non basta che sia stato un autorevole direttore di giornale o di  televisione (Missiroli decenni fa fu eletto alla presidenza solo perché  direttore del Corriere della Sera). Ma il candidato ideale deve soprattutto  garantire la più completa e cristallina indipendenza dai poteri forti della  politica e dell’economia.

Un’utopia? Credo di no. Purtroppo abbiamo un limite imposto dallo Statuto: il  Presidente va scelto tra i consiglieri nazionali. E’ una norma che va  riformata, anche per evitare, come è accaduto per il caso Giulietti, che un  consigliere in carica debba dimettersi per far posto al candidato Presidente. Esiste un percorso da compiere evitando che si ripetano i traumi finora  accumulati? Sono fiducioso, purché si fermino le polemiche, prevalga la  saggezza e nessuno avanzi ultimatum. Attingo a una mia recente esperienza. Nell’ autunno scorso il Consiglio nazionale, per mia iniziativa, ha votato quasi all’ unanimità un ordine del giorno che sottolineava l’urgenza di una radicale  riforma dell’ordine professionale. Tema infido e scottante. Una commissione da  me presieduta in quattro mesi di lavoro ha prodotto una proposta, punto di  mediazione soddisfacente tra posizioni anche radicalmente diverse, di cui il  Consiglio nazionale ha preso atto affidandola al Congresso e ai nuovi  dirigenti. Sarà il caso di recuperarla prima che altri (ci sono già le  avvisaglie) si occupino del problema con passo pesante.   E’ un precedente significativo che forse può essere reiterato purché si  abbassino i toni e vinca la ragionevolezza.

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