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“Meno politici e più outsider”. Intervista a Massimo Giannini

 

Uno studio interamente nuovo, una scenografia più moderna e funzionale che garantirà più flessibilità al programma e poi la presenza di un grande regista come Paolo Beldì che ha fatto un bel pezzo di storia della televisione italiana. Sono solo alcune delle novità della nuova edizione di Ballarò, in onda il martedì sera su Rai3. Al timone anche quest’anno il giornalista Massimo Giannini. “Ci siamo rafforzati anche dal punto di vista degli autori e degli inviati” rivela al Radiocorriere tv. “E ci saranno alcune sorprese che annunceremo a breve…”

Partiamo con un bilancio dello scorso anno, com’è stato il tuo anno di esordio a Ballarò?
E’ stato un anno difficile per tutti i talk show italiani ma per noi anche molto confortante e lusinghiero. Perché Ballarò si è confermato, pur avendo un competitore diretto proprio nella serata del martedì, il talk più visto di tutta la televisione italiana in prima serata. E non era affatto scontato. Una stagione nella quale la concorrenza e la competizione è stata particolarmente accanita al punto che anche un maestro del genere come Michele Santoro alla fine ha dovuto ammainare la sua bandiera. E in questo contesto noi siamo arrivati primi, sconfiggendo mostri sacri come Santoro e distanziando sensibilmente anche il nostro competitore diretto, il mio amico Giovanni Floris.

Cambierà qualcosa in questa nuova  edizione dal punto di vista dell’offerta informativa? Magari con più spazio al paese reale?
E’ il solco che abbiamo tracciato già nello scorso anno e che puntiamo a rafforzare. Ed è una delle essenze del buon giornalismo. Perché se la politica ha fatto del cosiddetto storytelling, il punto forte del suo modo di comunicare noi pensiamo che sia opportuno se non contrapporre, quantomeno affiancare, alla narrazione politica il racconto della realtà, il paese nelle sue manifestazioni più autentiche, più vere. Quello che succede davvero nelle famiglie, nelle imprese è molto spesso un’altra cosa rispetto allo storytelling che la realtà talvolta tende a contraffarla o ad addolcirla…

Più finestre aperte sulla quotidianità e meno politici?
La quotidianità vogliamo raccontarla di più, con onestà e trasparenza, attraverso i collegamenti in diretta. Le inchieste, i reportage, le notizie che riusciremo a dare in anticipo e in esclusiva. Anche perché non si può nascondere che, per quanto ci si sforzi, la presenza dei politici in studio finisce per essere una compagnia di giro che ti ritrovi da un giorno all’altro in altri spazi.

La presenza delle stesse facce è una condizione ineluttabile data dalla contingenza e dal personale politico o andrebbe comunque tentata la carta di portare in tv persone nuove?
Se vogliamo essere onesti e sinceri il livello della classe dirigente nel nostro paese è quello che è…

Intendi dire che il livello oggi è più basso che nel passato?
Ne sono convinto.  E questo ha ristretto molto il perimetro degli interlocutori interessanti da portare sulla scena. Questo però non significa che non si debbano cercare figure nuove. Penso ad esempio che se i Cinque Stelle si “scongelano” anche dal punto di vista della comunicazione lì ci sono personaggi molto interessanti oltre a quelli già emersi  (da Di Maio a Di Battista a Fico)…

Nella scorsa stagione avete avuto anche degli “outsider”, personaggi della cosiddetta “società civile” che hanno interloquito in studio con i politici. Riproporrete la formula?
Certamente. Una scelta a mio avviso intelligente. Siamo stati i primi a farlo e il fatto che altri poi ci sono venuti dietro invitando gli stessi ospiti nelle settimane successive e con la stessa funzione è una piccola soddisfazione (anche se poi nessuno te lo riconosce)…  Più che personaggi della società civile però mi piace definirli “giudici popolari”. In un contesto nel quale il confronto tra i politici ti da spesso un senso di stanchezza, ripetitività e inconcludenza avere personaggi che con la “politica politicante” non hanno nessuna relazione ma che la giudicano dal di fuori  – con un punto di vista molto più vicino a quello della gente comune – secondo noi è molto stimolante.

Il nuovo cda della Rai è già al lavoro. Cosa ti aspetti dal nuovo management dell’azienda di servizio pubblico?
Quello che mi aspettavo già lo scorso anno quando sono arrivato: la consapevolezza crescente che la Rai è la prima azienda culturale del Paese e deve rivendicare con orgoglio questa funzione.

Dal punto di vista dell’informazione cosa dovrebbe cambiare?
Mi auguro che ci sia un pieno sostegno nei confronti di chi racconta ciò che succede, in Italia e non solo, con onestà e trasparenza.

Il nuovo Consiglio di Amministrazione è stato ancora una volta eletto con i criteri propri della Legge Gasparri e quindi si è riproposto il dibattito sulla governance e il rapporto fra la Rai e la politica
Si è parlato spesso di “renzizzazione” della Rai. Che sarebbero arrivati i nuovi e avrebbero normalizzato tutto. Credo e spero che questo non avvenga perché questo genere di approccio lo abbiamo già visto in passato e non ha mai portato buoni frutti alla Rai, in termini di valorizzazione del suo ruolo. Detto questo è giusto che la Rai abbia una sua identità. Penso al mio ambito: fare del buon giornalismo non significa rinunciare ad esprimere un giudizio su quello che accade in Italia. Ma qualsiasi giudizio espresso deve poggiare su fatti e numeri.
Chi ti guarda deve poter riconoscere la tua onestà intellettuale.

Intervista di Stefano Corradino pubblicata sul Radiocorriere Tv

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