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Camilleri, novant’anni di beata irriverenza

 

Novant’anni: auguri maestro Camilleri! Sì, lo sappiamo: a lei il termine “maestro” non piace, forse le fa persino venire l’orticaria, al pari di tutte le onorificenze, le colate di retorica, le esagerazioni, gli eccessi e le pessime abitudini di quanti tendono ad auto-elogiarsi e montare in cattedra, spesso senza averne i titoli.

Tuttavia, caro Camilleri, ci consenta di celebrare degnamente questa ricorrenza, magari leggendo un suo romanzo, magari gustandoci un siparietto fra Montalbano e Catarella, magari assaporando le scappatelle del dottor Augello, noto dongiovanni, o immergendoci in una delle sue tante ricostruzioni storiche, in quella Vigata a cavallo fra gli anni Trenta e Quaranta in cui dilagava, come in ogni altro angolo d’Italia, tutta l’ipocrisia del fascismo, la cappa soffocante del conformismo di regime e l’asservimento di una moltitudine inetta che, subito dopo la caduta di Mussolini, si scoprì improvvisamente antifascista, palesando uno dei caratteri tipici del nostro costume nazionale.

Ci permetta, caro Camilleri, di rileggere le pagine in cui si delineano i volti di quelle fanciulle in fiore, animatrici della “pensione Eva”, celebre bordello, in cui la guerra sembra quasi uno scherzo, un qualcosa destinato a rimanere sempre all’esterno e la vita pare una scoperta, un’invenzione, un’avventura scherzosa, fino a quando il dolore non irrompe dall’alto, finché le bombe non travolgono ogni esile certezza e anche i profumi di quelle ragazze finiscono col perdersi, con l’annegarsi nel puzzo tragico della disperazione collettiva.

Ci permetta di rileggere la storia straziante del bambino che impara ad essere un perfetto fascista, libro e moschetto, nei giorni falsamente eroici della conquista d’Etiopia, fino a quando le sue granitiche certezze non vengono travolte dalla friabilità e dall’assoluta inconsistenza di quella non ideologia abbagliante che molti italiani prese in giro e altrettanti ne tradì e ne disilluse, col suo carico di eccessi, parate smodate, adunate oceaniche, grida altisonanti e fiumi di inutile inchiostro che servirono solo a benedire una follia che finì col travolgere tutti, lasciando il Paese in macerie.

Da questi particolari, analizzando la sua storia, la sua biografia, il suo luogo di nascita e i numerosi dettagli della sua vita che sono emersi dai suoi scritti, dagli speciali che le sono stati dedicati e dalle numerose interviste che ha rilasciato, da tutto ciò comprendiamo bene la sua ritrosia ad accettare i complimenti, il suo rifiuto delle parole inutili, la sua scrittura scarna ed essenziale in cui la bellezza deriva dall’intensità e dalla potenza evocativa del racconto.

Comprendiamo e apprezziamo, ma ci permetta, per una volta, di andare contro le sue richieste, di inviarle un virtuale abbraccio, di ringraziarla come merita, di accantonare ogni formalità e di rendere il giusto omaggio a questi novant’anni di beata, gustosa, inarrivabile irriverenza, con la sua narrazione sempre geniale, il suo tocco d’arte, la sua saggezza greca, la sua ricchezza di linguaggio e la sua profondità nei messaggi e negli insegnamenti.

Ci permetta, caro Camilleri, di guardare a lei come a un simbolo e a un punto di riferimento, in questa stagione senza modelli, in cui spesso anche gli intellettuali sembrano più giullari di corte che voci critiche e propositive in grado di far riflettere e mettere a nudo i mali della società.

Ci permetta di immergerci in quel mare di Sicilia in cui nuota amabilmente Zingaretti: quel mare che è l’inizio e la fine di tutto, con i suoi odori, i suoi ricordi, il suo sole sempre splendente nel cielo; quel mare che è un po’ quello che le nebbie e il placido scorrere del Grande fiume furono per Guareschi; quel mare che induce a riflettere e si perde nelle notti stellate; quel mare che è uno dei simboli più belli di una terra affascinante e sventurata, mitica e barbara, capace di esprimere uomini abominevoli e cime del sapere e della conoscenza.

Poi si lasci avvolgere da una nuvola di fumo, che fa a male ma giunto alla sua età le risparmiamo la noia delle prescrizioni mediche, e si sieda nuovamente a scrivere, mentre riavvolge il nastro della sua lunga esistenza e le tornano in mente frammenti di bellezza e d’allegria, di tristezza e di autentica disperazione.

E resti sempre il ragazzo di allora: quel ragazzo costretto a diventare maturo negli anni della guerra, quel ragazzo che ha visto cadere le bombe e conosciuto il sapore amaro della disillusione collettiva, quel ragazzo che oggi ha novant’anni ma non se n’è accorto nessuno perché basta guardarla negli occhi, sentirla parlare o più semplicemente trovare rifugio tra le pagine di un suo libro per rendersi conto di quanti scherzi possa compiere l’anagrafe e di quanto sia bugiarda la sua carta d’identità.

Buon compleanno, maestro Camilleri!

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