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Ritorno a Medjugorje, la spiaggia del Signore

 

 

Non ho resistito alla tentazione di tornare a Medjugorje, allettato dalla prospettiva di aggiornare dopo sei anni il mio libro dedicato al luogo sacro. Ma c’era un secondo motivo a esercitare una forte attrazione, il  Mladifest  cioè il raduno mondiale dei giovani che si rinnova ogni anno nella prima settimana di agosto. Il viaggio riserva un’allegria da gita scolastica; complice il pullman, veicolo associato da sempre alle eroiche alzate antelucane, ai panini al sacco, all’avventura, all’alba che dilaga all’improvviso oltre i grandi finestrini inondando l’abitacolo di luce. Sono passati sei anni da quella prima esperienza, era il 2009, e ora eccomi qui, dentro un torpedone da cinquanta posti, alle quattro di mattina, circondato da compagni vocianti tra i quali una ventina di giovani elettrizzati e un amico di vecchia data: lo scultore Carmelo Puzzolo, pioniere di Medjugorje, che con le sue magnifiche formelle di bronzo ha reso palpitante la via Crucis del Krizevac, il colle della Croce, e i Misteri del Rosario del Podbrdo, la collina delle Apparizioni.

Da tempo avvertivo la necessità di un confronto, il bisogno di capire cosa fosse cambiato in sei anni dentro e fuori di me. Soprattutto in riferimento a un’occasione così diversa dalla precedente, quando decine di migliaia di ragazzi affluiscono nel piccolo centro della Bosnia Erzegovina: un esercito di pace con le bandiere al vento. Il colpo d’occhio è impressionante. Sul retro della gigantesca basilica intitolata a San Giacomo, davvero una cattedrale nel deserto costruita nel 1931 in pieno regime comunista, l’estesissima area di prato è disseminata di migliaia di panche che fronteggiano il padiglione bianco, fulcro di ogni cerimonia e testimonianza. Lungo la fascia perimetrale della tensostruttura è scritta in tutte le lingue del mondo l’esortazione di questa edizione 2015: PACE A VOI. Abbiamo viaggiato per 15 ore in un clima di euforia, con poche soste, sospinti dal desiderio di arrivare in tempo per raccogliere almeno gli ultimi scampoli della giornata. Il passaggio alle dogane superato senza intralci  – “Tutti italiani? Buon viaggio!” Sogghignano con non celata simpatia le guardie bosniache  facendo cenno di proseguire – e infine la gradita sorpresa di un nuovo tratto della lunga e modernissima autostrada balcanica che ci deposita quasi in paese. Paese?!

Medjugorje nel frattempo ha assunto il sembiante di una metropoli tumultuosa; siamo inghiottiti da un traffico congestionato, pullman, auto, taxi in perenne movimento costretti a fare lo slalom fra schiere di pellegrini; e ai lati delle strade interminabili teorie di vetrine, negozi, alberghi,  fastfood, agenzie turistiche, librerie specializzate, caffè all’aperto presi d’assalto. Per non accennare ai cantieri incessantemente all’opera: si costruisce ovunque fagocitando la periferia. Qui scorrono ormai fiumi di denaro, la ricchezza è palpabile, l’atmosfera survoltata. C’è chi afferma che almeno questo è un miracolo innegabile, senza riflettere che nell’ironica asserzione si annida probabilmente la pura verità. Un pugno di casette di pietra con il tetto di fieno e qualche filare di vite in mezzo ai sassi, hanno assunto in trent’anni l’aspetto di una città caotica e improvvisata per ospitare la straripante invasione delle milizie della fede. L’ha voluto la Gospa, la Madonna, chiamando i suoi devoti a raccolta, incitandoli a non stancarsi mai di pregare, e di confessarsi, perché soltanto su questa via potranno essere riparate le nequizie del mondo. Chiunque è autorizzato a sorridere pensando: ci vuole ben altro!

Eppure… Il miracolo delle Apparizioni che persino la Chiesa stenta a riconoscere, ha partorito questa enclave di fede sotto gli occhi di tutti; un fenomeno in costante espansione, amplificato all’inverosimile in questo periodo dalla presenza di una effervescente gioventù che invade l’immensa area basilicale  dalla prima messa del mattino fino all’Adorazione della sera inoltrata. Individui di ogni provenienza e colore si assiepano senza posa in un tripudio di preghiere, di canti, di danze, di Ola appassionate, di inesauribile sete d’amore e di misticismo che inseguono inebriati scalando con l’agilità di gazzelle i fianchi scabrosi delle colline. Ragazzi e ragazze in nulla dissimili nell’aspetto, nell’abbigliamento, nella disinvolta freschezza, dai loro coetanei protesi in questa stagione a ben altri richiami; non so dire se migliori o peggiori di loro, ma di sicuro più protetti. Questi che sventolano l’immagine di Maria possiedono uno slancio contagioso verso il futuro, sono individui che leggono, studiano con passione, si laureano a pieni voti, ricercano il senso della loro esistenza, si impegnano nel volontariato, aggrediscono la vita con curiosità e ottimismo, mostrano tenacia, consapevolezza, e un’incrollabile fiducia di poter cambiare se stessi e il mondo. Di sicuro tra loro non ci sono gli sventurati minorenni che incontrano la morte trangugiando cocktail letali nello sballo angosciato della notte. Se ciò agli adulti non interessa, peggio per tutti. Io sono rimasto ad ammirarli incantato, sapendo che stavano disertando senza rimpianti le località turistiche del divertimento obbligato, il sole, la tintarella, i riti di massa irrinunciabili alla loro età, per approdare in folta schiera alla Spiaggia del Signore.

In cerca di cosa? Perché questa irrefrenabile gita fuori porta nel luogo in cui la Madonna si è rivelata tre decenni fa a sei adolescenti più o meno della loro età? La marea di facce pulite che solco in balia dei flutti, mi parla di qualcosa che non conosco quanto desidererei. Il 2 agosto, alle Croci Blu, in attesa dell’Apparizione alla veggente Mirjana che sarebbe avvenuta la mattina non prima delle nove, l’intera collina era già stata presidiata fin dalla notte in ogni decimetro quadrato. Quando sono arrivato poco prima delle sei non si riusciva a filtrare nella ressa per avvicinarsi al recinto santo: migliaia di credenti per interminabili ore erano stati in equilibrio su spunzoni di roccia, alcuni persino arrampicati sugli alberi. Appena un gradone sotto le Croci un ragazzo indiano con i capelli rasta dormiva nel suo sacco a pelo incurante della gente che quasi lo calpestava cercando un appoggio per i piedi.

Poi d’un tratto all’ora stabilita, nell’attonito silenzio che scende come un manto invisibile, il giovane si era riscosso dall’immobilità e aveva assunto la posizione del Loto, a occhi chiusi, in totale raccoglimento, per lasciare spazio dentro di sé al prodigio. Anche chi rigetta per scetticismo l’ipotesi stessa delle visioni, resta comunque immerso in una dimensione indecifrabile. Al cui centro domina la preghiera. Perché? Cos’è la preghiera, come agisce, che cosa riesce a smuovere o produrre che ad altre combinazioni di parole non è concesso? L’enigma è tutto in quelle frasi che riecheggiano sempre uguali verso il Cielo, e che la Madonna raccomanda come unica cura a tutti i nostri malanni.

Nessuno riesce a darmi risposte appropriate, non i miei esperti compagni di viaggio, e neppure l’anziano prete missionario, Don Mario, abituato ai leoni dell’Africa e tutt’altro che propenso alla retorica. A me sembra di trovare uno spiraglio nello stupore che ho provato per il gran numero di bambini tenuti per mano dai loro genitori, mai visti tanti!, piccoli e piccolissimi, ridenti, serenamente vivaci, felici a cavallo sulle spalle, stretti al petto, coccolati, in persa ammirazione di mamme belle come loro con cui recitare il rosario e ballare le orazioni cantate. Azzardo senza averne alcun  titolo: a Medjugorje c’è la Grazia, e ce n’è tanta.

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