La volatilità cinese dei mercati e il futuro dell’Occidente

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Un fatto curioso è che, proprio ora che la globalizzazione dell’economia avanza, dovrebbe spingere gli osservatori a guardare sempre al pianeta cercando di non separare le situazioni economiche, sociali e politiche che si determinano nei vari continenti. Una modalità  di pensiero ancora influenzata dal ventesimo secolo tende a separare proprio l’una dall’altra condizione, tra Oriente e Occidente o all’interno di ciascuna di queste parti.

Così, alla fine dell’estate, la novità che si è determinata nella Cina capital-comunista (per così dire) e la nuova volatilità sui mercati che ne è derivata con una parziale liberalizzazione del tasso di cambio, indice a sua volta di un rallentamento della crescita dell’economia cinese, è stata interpretata come un fatto che riguarda soltanto l’Oriente e non l’Occidente. Ma la domanda che dobbiamo porci oggi (se l’è posta per fortuna  Lucrezia Reichlin sul “Corriere della Sera”) è se il problema emerso in Cina riguardi la vulnerabilità dei Paesi emergenti o riveli piuttosto una incertezza più radicata sulle prospettive dell’economia globale, Europa e Stati Uniti inclusi.

Ed è proprio questo che sembra  emergere da molti elementi. Il primo è che la ripresa negli Stati Uniti è meno solida di quello che ci si aspettava. Le previsioni più generalizzate danno per il 2015 un tasso di crescita del Prodotto interno lordo del 2%, un punto meno di quanto si ipotizzava in febbraio e l’inflazione all’0,2%, un punto in meno di quanto si ipotizzava nel mese di febbraio scorso. E a questo si accompagna un prolungato rallentamento della produttività sia negli Stati Uniti che negli altri Paesi avanzati. A questo si accompagna un prolungato rallentamento della produttività negli Stati Uniti che negli altri Paesi avanzati.

Non è chiaro perché l’inflazione non riprende e la produttività rallenta. C’è un rallentamento di tendenza che si prolungherà nel futuro e come si concilia il rallentamento con la vivacità ancora presente dell’innovazione tecnologica?  Dati deludenti arrivano anche dal Giappone e dalla zona europea. La Gran Bretagna va meglio ma anche qui c’è una bassa produttività e un’inflazione vicina allo zero.
L’economia americana continua ad essere il motore dell’economia mondiale e fino a poco tempo fa si pensava che la sua forza ci avrebbe difeso dai rischi provenienti dai Paesi emergenti. Ma se il gigante americano dovesse entrare in recessione, ci si ritroverebbe ancora una volta di fronte a una crisi globale.

Occorrerebbe insomma, e con una notevole urgenza, affrontare i grandi temi della crescita, capire gli effetti dell’innovazione sulla distribuzione del reddito, pensare a politiche innovative, appropriate alle grandi trasformazioni dell’economia globale. Ma l’iniziativa finora è stata lasciata quasi esclusivamente alle Banche centrali. Mai come oggi ci sarebbe bisogno di una rinascita politica e intellettuale che sappia affrontare i grandi temi nazionali e globali, con una risposta adeguata combattendo la frammentazione che domina le società del nostro tempo.