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L’informazione in Sicilia e il cammino del gambero (seconda puntata)

 

Ha ricordato Francesco La Licata, giornalista e scrittore, buon conoscitore delle faccende siciliane, nell’intervista raccolta dall’ultimo rapporto dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione, che “…la sofferenza della Sicilia sul piano della produzione editoriale riguarda soprattutto il fatto che l’intero territorio siciliano, per decenni, è stato in mano a un duopolio che si è diviso il territorio. Da un lato Ciancio per Catania e la Sicilia orientale con il quotidiano La Sicilia, dall’altro gli Ardizzone con il Giornale di Sicilia. Il terzo incomodo era la Rai, che però già allora si presentava imbrigliata dalla funzione di servizio pubblico e proprio in quanto tale era fortemente condizionata dalle forze politiche locali”. Adesso la commissione nazionale antimafia nella relazione appena approvata sui giornalisti minacciati dalle mafie, annota: “Tra le condizioni non risolte dell’informazione in Sicilia, il fatto che i due principali quotidiani, La Sicilia e il Giornale di Sicilia, conoscono, ormai da lunghissimo tempo, l’identificazione della figura del direttore politico con quella dell’editore, con una sovrapposizione di funzioni, responsabilità e interessi che non sempre risulta d’aiuto alla qualità dell’informazione”. Indubbiamente una azione, grazie ad alcune firme, questi giornali l’hanno svolta nella lotta “sociale” alla mafia, ma imbattendosi in una realtà anomala, “sull’informazione in Sicilia e sui suoi due principali quotidiani il Comitato ha raccolto – attraverso le numerose audizioni e gli atti giudiziari acquisiti – un quadro complesso, con ombre e luci“. Un’indagine che nulla toglie alla professionalità dei tanti giornalisti che lavorano in quelle redazioni e che hanno continuato a operare con assoluto rigore professionale, a prescindere dalle vicende giudiziarie dei loro editori. L’impegno civile dei giornalisti siciliani è peraltro ampiamento documentato (ed è stato dolorosamente pagato) dal numero di colleghi uccisi dalla mafia dal dopoguerra ad oggi: ben otto! Due di loro lavoravano proprio per i due più importanti giornali dell’isola: Mario Francese cronista di giudiziaria al Giornale di Sicilia e Beppe Alfano corrispondente da Barcellona Pozzo di Gotto per La Sicilia.

Mario Ciancio e il sistema di potere mafioso a Catania.

Mario Ciancio, presidente della FIEG dal 1996 al 2001, poi vicepresidente (e attualmente nel consiglio di amministrazione) dell’ANSA, è certamente l’editore più affermato del mezzogiorno. Negli ultimi trent’anni è stato capace di costruire un perimetro di interessi imprenditoriali che ben presto sono tracimati fuori dall’informazione per estendersi a molti altri settori: dall’edilizia pubblica e privata all’agricoltura, dal mercato pubblicitario ai servizi turistici. Ciancio invitato in commissione ha peannunciato che (è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa) si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, per cui la commissione non ha insistito sulla convocazione. Il Comitato ha ricostruito – attraverso più audizioni e l’acquisizione degli atti giudiziari dalla procura di Catania – alcuni episodi di comportamento deontologicamente non corretto dell’editore del quotidiano La Sicilia nei confronti di talune famiglie mafiose locali e i condizionamenti complessivi che ne sono derivati all’informazione. Valter Rizzo, nel corso della sua audizione sulla vicenda Telecolor (ne parliamo in altra parte di questa relazione), ha ricordato: “Ci sono stati dei casi eclatanti. Il primo fu la vicenda del pesante intervento di Ciancio nei confronti di un giovane redattore del suo giornale, Concetto Mannisi, che alla presenza di uno dei capi di cosa nostra catanese, Giuseppe Ercolano, fu pesantemente redarguito da Ciancio che gli disse «tu non devi più nominare questa persona come boss mafioso anche se te lo dovessero dire i Carabinieri!». Chiaramente l’azione fu assolutamente intimidatoria e venne fatta di concerto con la volontà del capomafia (Giuseppe Ercolano che era presente all’incontro fra Ciancio e Mannisi, ndr.). Questa vicenda era rimasta sepolta fino a quando non venne tirata fuori da una nostra collega, Ada Mollica, e poi ripresa sui giornali nazionali e su altri organi di stampa, finché divenne un caso particolarmente eclatante e venne addirittura portato all’interno del maxiprocesso Orsa Maggiore. Va detto che né Ciancio né Mannisi hanno mai denunciato il fatto fino a quando non vennero chiamati a testimoniare, e Mannisi confermò quello che era successo mentre Ciancio addirittura negò di avere conosciuto Ercolano, dichiarando di averlo incontrato soltanto una volta in aereo”. Ciancio, convocato in procura, minimizzerà sull’incontro con l’Ercolano: “Il tono era comunque scherzoso”.  Altro episodio significativo, una lunga lettera pubblicata ad un componente della famiglia Santapaola su La Sicilia. Il 9 ottobre 2008 il quotidiano catanese pubblica in cronaca – senza tagli al testo né alcun commento – una lettera di Vincenzo Santapaola, trentotto anni, figlio del boss Nitto, come il padre condannato e detenuto nel regime del 41 bis. Il titolo: “Contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante”. «Egregio Direttore, mi trovo in un carcere di massima sicurezza al 41 bis e da unduci anni giro varie prigioni in attesa di processi perché porto un cognome pesante, discusso, odioso e chiacchierato. I mass media mi indicano come un mafioso, l’ erede di mio padre». La lettera di Santapaola si conclude con un finale denso di messaggi da interpretare: «Personaggi a me ignoti continuano a presentare il mio cognome come etichetta, la cui natura non mi appartiene. […] Non ho, non abbiamo nulla da spartire con chiunque pretenda di usare il nostro nome subdolamente».

 Lettere pubblicate ai mafiosi e necrologi negati ai familiari delle vittime di mafia. Nell’ottobre del 1985, ricorrendo il terzo trigesimo dell’omicidio del commissario Beppe Montana, il padre Luigi Montana si vide respingere il necrologio presentato allo sportello del giornale La Sicilia “su disposizione del vice direttore Corigliano e del direttore Mario Ciancio”, come risulta in calce al testo del necrologio. La spiegazione del quotidiano catanese venne affidata all’inviato Tony Zermo: il necrologio in ricordo di Beppe Montana – scrisse Zermo – era stato rifiutato perché “il testo parlava di un delitto di mafia dagli alti mandanti”. In realtà il testo del ricordo funebre di un uomo dello Stato ucciso da cosa nostra diceva semplicemente: “La famiglia con rabbioso rimpianto ricorda alla collettività il sacrificio di Beppe Montana, commissario P.S. Rinnovando ogni disprezzo at mafia et suoi anonimi sostenitori”. Anni dopo La Sicilia non mostrerà gli stessi scrupoli quando – il 30 luglio 2012, il giorno dopo la morte del capomafia Giuseppe Ercolano (lo stesso ricevuto da Ciancio nel suo ufficio in occasione della reprimenda verso il suo cronista) – il giornale pubblicherà ben tre necrologi di amici e parenti che ricordano l’Ercolano, compreso il figlio Aldo, oggi all’ergastolo in qualità di autore materiale dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava. Nino Milazzo è condirettore responsabile del quotidiano La Sicilia: l’unico a interrompere, per una breve parentesi, il lungo periodo in cui la responsabilità della direzione è stata assunta direttamente dall’editore Mario Ciancio. “Sono tornato dal Corriere della Sera, dove ero appena stato confermato vicedirettore, perché inseguivo il sogno di contribuire con la mia esperienza a migliorare la situazione della città e del territorio in cui il giornale operava ed era diffuso. È stata un’illusione… Il mio sogno era di farne un piccolo Corriere della Sera. Trovai, però, una situazione che conoscevo ma che era ulteriormente peggiorata. C’era, infatti, una forte concatenazione con ambienti politici e il rifiuto di ascoltare i diritti e la voce dei sindacati, che erano messi fuori. Certe parti politiche erano assolutamente inascoltabili. Ho introdotto il principio che il giornale doveva essere aperto a tutti. Riuscii a cambiarlo, ma durò poco. Per dare l’idea della drammatica situazione in cui sono venuto a trovarmi, mio malgrado, il commento che mi è stato riferito da un politico catanese era quello che oramai certe parti politiche non si riconoscevano più nel giornale. L’espressione fu: «questo non è più il nostro giornale». (…) Quando sono arrivato da condirettore non sono stato mai richiamato o sollecitato da nessuno. Al contrario, c’era un capocronista, che era l’uomo dinanzi al quale Catania si inchinava – questa era la sua condizione – come lo Scarpia della Tosca… Era Turi Nicolosi, molto legato agli ambienti democristiani. Io introdussi la novità della riunione del mattino per preparare il giornale e lui sistematicamente mi proponeva un articolo di un politico catanese. Io risposi che i politici catanesi o di altre origini non avrebbero più scritto sul giornale per contributi che non fossero opinioni qualificate. Insomma, non erano collaboratori del giornale. Turi Nicolosi si dimise. Lo considero un mio merito. Tuttavia, in quel periodo non ho avuto mai pressioni. Ho scritto un articolo in cui dicevo che i bilanci dalla regione si facevano in certe ville anche catanesi. Nessuno obiettò nulla. Di questo debbo dare atto anche a Ciancio, che per altre cose se la vedeva lui. Con me, però, non tentò mai, anche perché ho un brutto carattere sul lavoro”39. Un anno e mezzo dopo aver assunto la direzione de La Sicilia, Nino Milazzo si dimette dall’incarico. Questo il ricordo di Milazzo su quell’epilogo e sulle ragioni che lo determinarono. “Alla fine del 1988 il giornale apriva una redazione a Messina. In vista di questo obiettivo avevo mandato un inviato per fare un’inchiesta sulla città per preparare il lancio del giornale. L’intervista fu con il sindaco di Messina, Provvidenti. In questa intervista il sindaco attaccò tutto l’establishment messinese in maniera pesante, parlando addirittura di un «poterificio»… Successe l’ira di Dio. Vi fu una reazione furibonda di certi ambienti che mise in allarme l’editore. Soprattutto mise in allarme un personaggio della cui esistenza non ero al corrente, cioè un corrispondente a Messina che era uomo di fiducia dell’editore. (…) Una sera si presenta l’editore assieme a questo signore. L’editore porta questo signore nella mia stanza per mettere le cose a posto. Io dissi che a me non stava bene. L’editore mi disse di uscire dalla stanza. Io gli dissi che doveva uscire lui, visto che ero il direttore. Lui disse di essere il padrone, allora io risposi che non ero il suo massaro… L’indomani mi sono dimesso, spiegando le ragioni. Questa è la mia avventura e disavventura di Catania. La redazione fece sciopero per alcuni giorni, ma ci fu chi commentò la cosa con queste parole: «almeno stiamo in pace»”.

Il Giornale di Sicilia. Anche il Giornale di Sicilia si è caratterizzato, oltre che per opacità, anche per iniziative positive che sono state oggetto – entrambe – di approfondimento di questo Comitato nella ricostruzione di fatti critici. Nella ricostruzione dei fatti non si poteva non muovere da una vicenda che ha avuto direttamente e dolorosamente protagonista proprio il Giornale di Sicilia, ovvero l’uccisione per mano mafiosa del suo cronista di giudiziaria Mario Francese, assassinato da cosa nostra il 26 gennaio 1979. Lo ha rievocato, nella sua audizione, il giornalista de la Repubblica Roberto Bellavia: “La compiacenza è legata a dinamiche spesso impalpabili. Per spiegare meglio quello che penso ricorro all’esperienza del processo per l’omicidio di Mario Francese. (…) È particolarmente significativa (…) la chiave di difesa che ha utilizzato Michele Greco, l’allora Papa della mafia e capo della Commissione (condannato, a trenta anni, assieme ad altri sei boss di cosa nostra, per l’omicidio Francese, ndr.): «Come facevo io a dire “sì” all’omicidio di Mario Francese, se ero amico del suo editore?», il che è una circostanza di fatto, assolutamente autentica. L’allora editore del Giornale di Sicilia, Ardizzone, frequentava lo stesso tiro al piattello di Michele Greco”. Sempre Bellavia, sul Giornale di Sicilia e sugli ultimi mesi di vita di Mario Francese: “Io penso che Francese sia stato piuttosto isolato all’interno del suo stesso corpo redazionale e che si sia tentato in tutti i modi di salvargli la vita ricorrendo a quell’area che era contigua alla mafia palermitana e che i vecchi giornalisti vedono quasi con qualche nostalgia, come se fosse meno sanguinaria e meno violenta di quella successiva. Parlo dei gruppi Bontate e Teresi, che aveva vari collegamenti con uomini che lavoravano in quel giornale. C’era un posto a Palermo, il Circolo della stampa, che si trovava dietro al Teatro Massimo. (…) Il Circolo della stampa era aperto alla crème della società siciliana ed era frequentato per lo più dai mafiosi. La sera si trasformava in una gigantesca bisca. Era una camera di compensazione di vari interessi e vi si trovavano uomini che avevano rapporti con Bontate e Teresi e che lavoravano al Giornale di Sicilia”. Anche il giornalista dell’Espresso Lirio Abbate si è voluto soffermare nella sua audizione sull’omicidio del giornalista Mario Francese, partendo dalle motivazioni della sentenza di condanna: “Sono queste motivazioni che danno il quadro dell’ambiente degli anni Settanta del giornalismo e, in particolare, di quel giornalismo palermitano e di quel giornale, il Giornale di Sicilia, nonché di quello che avveniva dentro il Giornale di Sicilia e attorno ai colleghi. I giudici ci scrivono che «era proprio l’attività giornalistica di Mario Francese a fare di lui un possibile obiettivo di Cosa nostra, per lo straordinario impegno civile con cui egli aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni Settanta, in un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull’attività dell’organizzazione mafiosa erano assai limitate”. Molti passaggi della motivazione della sentenza fanno rabbrividire, se si pensa a quel giornalismo e al mondo in cui i colleghi erano costretti a lavorare. Fra l’altro vengono fuori […]due fatti di cronaca che coinvolsero all’epoca i giornalisti del Giornale di Sicilia e di cui non si ebbe grande eco sulla stampa. Il primo riguarda Lino Rizzi, che all’epoca era il direttore del Giornale di Sicilia. Lino Rizzi subì un attentato incendiario dopo la morte di Mario Francese, il 22 settembre 1978. Gli venne bruciata la macchina sotto casa. […] Subito dopo viene fatta saltare in aria la villa del capocronista del Giornale di Sicilia, Lucio Galluzzo. Questo avvenne il 24 ottobre 1978. Venne fatta saltare questa villa nelle campagne di Casteldaccia”. Galluzzo ai Carabinieri disse: «Dovetti registrare, con profondo rammarico e comprensibile turbamento, che all’incendio di casa non fece seguito alcun atto di solidarietà da parte dei colleghi e dell’organo rappresentativo sindacale interno» Stiamo parlando del Comitato di redazione del Giornale di Sicilia. La notizia dell’attentato, infatti, non fu pubblicata sul Giornale di Sicilia. Galluzzo si dimise dal suo incarico di capocronista del Giornale di Sicilia e cessò l’attività lavorativa con decorrenza 30 dicembre 1978. […] «La mia decisione di lasciare il Giornale di Sicilia è stata determinata dalla constatazione della sostanziale solitudine sulla quale, di fronte a gravi episodi, tanto io quanto il direttore ci venimmo trovare. […] Resomi conto della situazione venutasi a creare, decisi di andarmene dal Giornale di Sicilia e invitai Lino Rizzi – che all’epoca era il direttore del Giornale di Sicilia – da amico, a fare la stessa cosa». Infatti, Rizzi, dopo poco tempo, lasciò l’incarico di direttore del Giornale di Sicilia.” […] Come dicevo prima, l’editore era amico di Michele Greco, che in quel momento era il «Papa» di Cosa nostra, il capo di Cosa nostra palermitana, e alcuni giornalisti erano amici di mafiosi. Stefano Bontate e Mimmo Teresi frequentavano spesso la redazione del Giornale di Sicilia. Come si vedrà e come si è visto da alcune indagini, a loro questi giornalisti rivelavano notizie e retroscena su alcuni fatti, in modo da tenere aggiornata e informata Cosa nostra. La mentalità mafiosa di mettere mano all’informazione fino a pochi anni fa, almeno fino a quando sono rimasto a lavorare a Palermo, non è cambiata”. Sul clima all’interno del Giornale di Sicilia dopo la morte di Francese e sulla prudenza con cui il quotidiano palermitano continuò a seguire in quegli anni talune cronache di mafia e i personaggi in esse coinvolti, è ancora Abbate a parlarne al Comitato. Dopo l’omicidio Francese c’è un fatto eclatante che è opportuno evidenziare in questa sede […] il licenziamento, nel settembre 1985, del vicecapocronista dell’epoca del Giornale di Sicilia. Sto parlando di Francesco La Licata, il quale aveva l’unica colpa di portare le notizie in quel giornale. La Licata venne licenziato perché aveva pubblicato un articolo con notizie che riguardavano dichiarazioni di collaboratori di giustizia su mafia e politica e che incominciavano a parlare all’epoca dei cugini Nino e Ignazio Salvo, nomi che per il Giornale di Sicilia erano tabù. La Licata aveva pubblicato quelle notizie su un altro giornale, precisamente sull’Espresso. Perché? Perché il direttore ed editore, Antonio Ardizzone, fino a quel momento aveva rifiutato di mettere in pagina quelle notizie su mafia e politica”.

La testimonianza di Francesco La Licata. È utile proporre alcuni passaggi della lunga intervista con cui Francesco La Licata ricostruisce quel tempo e quei fatti nella ricerca elaborata da Ossigeno per l’informazione. “L’esempio più eclatante è il maxi processo di Palermo. Allora lavoravo al Giornale di Sicilia e in quel periodo quel giornale era il buco nero nel panorama della stampa italiana. Il 16 febbraio 1986, il giorno che cominciò il maxi processo, apparve in prima pagina un titolo terrificante: “Silenzio, entra la Corte”. Ma quale silenzio, se da una vita aspettavamo che si cominciasse a parlare? C’era finalmente la possibilità di parlare e il mio giornale diceva: “Silenzio!”. Ricordo che per quel titolo ci fu una grande polemica all’interno del giornale, anche se all’esterno non se ne parlò: i giornali non si attaccavano tra loro, e poi il nostro concorrente diretto era il quotidiano La Sicilia di Catania, che praticamente faceva la stessa informazione. Mi ricordo che questi giornali adottarono la regola di definire tutto presunto. Tutto per loro era presunto. Perfino Michele Greco era definito “presunto mafioso”. Mi viene in mente un altro titolo terrificante a un articolo su un processo alla mafia di Agrigento. Il titolista fu costretto a scrivere: “Processo alla presunta mafia di Agrigento”. Era una cosa che non stava in piedi. Poi il giornale cominciò a pubblicare due pagine che si guardavano, una a sinistra e l’altra a destra, una con la testatina “mafia” e l’altra “antimafia”, come se le due cose fossero sullo stesso piano. La pagina dell’Antimafia era piena di inutili trascrizioni di testimonianze pubblicate pari pari, senza interventi critici. Nell’altra pagina c’erano gli interventi dei difensori degli imputati. Fu realizzata così una perfetta par condicio che non avrebbe mai dovuto esserci”. Penso al Giornale di Sicilia e al suo atteggiamento nei confronti delle indagini sui cugini Salvo, i potenti esattori di Salemi e su Ciancimino. Sui Salvo posso raccontare un episodio che mi riguarda. […] Erano molto potenti. Basti dire che Giovanni Falcone dovette aspettare diversi anni per riuscire a emettere un provvedimento restrittivo nei loro confronti e riuscire a metterli sotto accusa. Riuscì a farli arrestare soltanto, il 12 novembre 1984, dopo che Tommaso Buscetta gli fornì il materiale e i riscontri per poterli accusare. Le difese che i Salvo avevano messo in campo erano tutte politiche: Andreotti, gli andreottiani siciliani, la Regione, le banche… Controllavano quel mondo. Erano imprenditori e dicevano di aver dato soldi a tutti, pure all’opposizione. Che la cosa fosse vera o no, poco importava. […] Quando Falcone emise quella che allora si chiamava comunicazione giudiziaria nei confronti dei Salvo, lavoravo al Giornale di Sicilia. Ebbi la notizia in esclusiva e la comunicai subito al vicedirettore Giovanni Pepi. Lui mi disse che ne avrebbe parlato con il direttore, l’editore Antonio Ardizzone. Dopo una settimana la notizia era ferma, non veniva pubblicata. Nessun’altro sapeva che c’era stata quella comunicazione giudiziaria ai Salvo. Andai di nuovo da Pepi e gli chiesi: “Ne hai parlato col direttore?”. “No – mi disse – me ne sono scordato, gli parlo stasera e poi ti dico”. Passarono uno, due, tre, cinque giorni senza alcuna risposta. Era stranissimo! Le indagini sui Salvo, erano un grande scoop! Tornai dal vicedirettore. Mi disse: “Il direttore ci sta pensando”. Dopo una ventina di giorni passai sottobanco la notizia al cronista di un giornale concorrente, che la pubblicò subito. Quando uscì, andai da Pepi e gli dissi: “Giovanni, finalmente l’abbiamo ‘bucata’”. Lui mi rispose: “Non ti preoccupare, preparati, comincia a scrivere. Facciamo una ‘spalla’ in prima pagina e una pagina all’interno”. Cominciai a lavorarci. Verso le sette del pomeriggio Pepi mi chiamò e mi chiese: “Senti Ciccio, ma la comunicazione giudiziaria per quale reato è?”. Risposi: “Per associazione per delinquere”. “Ma allora non è per mafia – replicò lui – e allora cambia tutto”. “Scusa Giovanni, ma una comunicazione giudiziaria per associazione per delinquere ti pare un’onorificenza?”, chiesi. E lui: “No, no, allora scrivi quaranta righe che mettiamo a pagina sei”. Io rifiutai e dissi di farle scrivere ad un altro. Questo era il clima negli anni 83-84, dopo le rivelazioni di Buscetta. […] Dopo ci furono altre scaramucce. Finché un giorno scrissi per l’Espresso, il settimanale con il quale collaboravo, un articolo sul pentito Vincenzo Sinagra. Avevo fatto il ‘pezzo’ di corsa perché il giornale me l’aveva chiesto all’ultimo momento. Era una notizia di scarso rilievo ricavata dai verbali di Buscetta. Mi sentivo nel giusto perché, prima di scrivere quell’articolo, avevo proposto al giornale di scrivere degli articoli tratti dai verbali di Buscetta. Quei verbali li cercava tutto il mondo e li avevo soltanto io! Pepi mi aveva detto: “Benissimo, comincia a scrivere”. Come primo articolo proposi un ritratto di Michele Greco ricavato dalle carte del maxi processo, dell’istruttoria di Falcone. E fu un errore, perché Greco era considerato soltanto un imprenditore, ed era amico dell’editore del mio giornale; andavano insieme al Circolo del Tiro a Volo. Avevo notato una cosa strana. In quel periodo avevo cercato una foto di Michele Greco, ero riuscito a trovare la foto segnaletica e ogni volta che la tiravo fuori dall’archivio per pubblicarla spariva. Non si trovava più. Per averla a disposizione ne feci stampare diverse copie, le tenevo in tasca e ne tiravo fuori una quando mi serviva. Poi trovai una foto bellissima di Michele Greco al circolo del tiro a volo di Mondello, insieme con un nobile palermitano, il barone Cammarata, e Federico Ardizzone, padre dell’editore. Decido di usarla per un mio articolo e la mando in tipografia con le indicazioni per pubblicarla. Dopo un po’ arriva il proto (il capo della tipografia, ndr) e mi dice: “Guarda che quello lì è il nostro editore”. Fingo di non saperlo. Dopodiché decidono di ritagliare la foto togliendo sia il barone Cammarata sia Federico Ardizzone e lasciando soltanto Michele Greco. Quella è l’unica foto che è rimasta e che verrà poi pubblicata”. Scrissi l’articolo su Michele Greco e il Giornale di Sicilia pubblicò quella pagina su Greco. Dopo mi chiamò Pepi e mi disse: “Adesso dai le carte al collega Calaciura e torna in ferie”. Infatti, ero rientrato dalle ferie proprio perché avevo avuto quei verbali. La richiesta mi sembrò assurda. “Scusa, Giovanni, ma che richiesta è? Ti sembra giusto che io che li ho trovati do i verbali di Buscetta a un altro collega perché scriva lui?”. “Prendo atto che non vuoi collaborare”, mi disse. “Guarda, voglio collaborare tant’è vero che ho portato un materiale inedito, esclusivo, e tu non me lo stai pubblicando”. Ci lasciammo così”. Quegli articoli non li ha scritti più nessuno. L’articolo su Sinagra per l’Espresso uscì dopo che c’era stato questo episodio. Per quell’articolo mi accusarono di aver dato la notizia al nemico, alla concorrenza, e mi licenziarono. Sostennero che avevo danneggiato l’azienda. Risposi negando, tramite l’avvocato, che cercavano scuse e che quella era una censura politica nei miei confronti. Il caso scosse il giornale che per tre o quattro giorni non uscì. Venne a Palermo il segretario della Federazione nazionale della stampa, Sergio Borsi, e la trattativa si concluse con una commutazione della pena. L’editore mi riassunse e tramutò il licenziamento in una sospensione di quindici giorni. Gli feci presente che il contratto di lavoro prevede una sospensione massima di dieci giorni e lui mi rispose: “Vabbè cinque te li prendi di ferie”. Al rientro […] mi diedero l’incarico di fare da Palermo le pagine di Enna. Avevamo un solo corrispondente che era un giudice sportivo del Coni che mi chiamava da Oslo per darmi la notizia di apertura della pagina di Enna. E a me mandavano lettere di contestazione per i ‘buchi’ che prendevamo a Enna! Questo supplizio durò due anni”. Al Giornale di Sicilia c’erano dei legami molto forti, che sono emersi al processo Francese. […] Ero molto amico di Giuseppe Montaperto. Pur sapendo che era chiacchierato, gli concedevo il beneficio del dubbio. Lo vedevo come un fanfarone generoso. Lui era ‘inserito’, e lo diceva lui stesso. Ti raccontava che era stato compare di anello di Mimmo Teresi, che da giovane giocava con Contorno e con i Grado. Gli altri colleghi consideravano queste sue entrature quasi una forma di tutela. […] Federico Ardizzone era amico di famiglia di Michele Greco, e pure di Girolamo Passantino, il direttore amministrativo. Di Passantino ce ne erano tre, tre fratelli e lavoravano tutti al Giornale di Sicilia. Il maggiore era il direttore amministrativo. Aveva casa a Ciaculli, in un’abitazione costruita su un terreno regalatogli dai Greco”.

Le parole del giornalista Giovanni Pepi. Giovanni Pepi da trentatré anni ininterrottamente condirettore responsabile de il Giornale di Sicilia. La vicenda ricostruita da La Licata (la notizia non pubblicata della comunicazione giudiziaria a Nino Salvo, lo scontro con Pepi, il licenziamento – poi rientrato), Giovanni Pepi la ricostruisce così: “In un momento in cui – non dimentichiamolo – vivevamo i furori di un circuito mediatico giudiziario in cui molti polveroni potevano essere sollevati, noi abbiamo fatto una scelta precisa, ossia quella di pubblicare ciò che era possibile verificare e controllare. Quella notizia ci venne fornita come un’indiscrezione da La Licata e io chiesi se potessimo anche dar conto della conferma. Mi fu risposto che conferme non potevano darne, ma la notizia era certa. Io ho detto che una notizia così importante non mi sentivo di pubblicarla senza che ci fossero da parte degli inquirenti le conferme giuste. […] Ha detto che c’era questa comunicazione giudiziaria e che la notizia era certa, ma che non poteva darla con la conferma che io gli chiedevo. Evidentemente, lui la voleva dare in un modo diverso”. La notizia era vera, ha spiegato La Licata. Pepi ammette: “Sì, c’era stata una comunicazione giudiziaria. Poi, a un certo punto, anche qui, venne fuori che quella comunicazione giudiziaria non riguardava, come si pensava, fatti di mafia, ma un’associazione a delinquere semplice per una questione di economia. […] Tuttavia, ripeto, io voglio dire che in quel clima, in cui si misuravano, anche con una certa asprezza, questo modo di fare informazione e coloro che dicevano di essere garantisti, ci possono essere errori per eccesso da parte degli uni e degli altri”. E alla domanda se quella notizia oggi l’avrebbe pubblicata, Pepi risponde: “Può darsi di sì”. A proposito degli esattori Salvo e del loro rapporto con il Giornale di Sicilia, aggiunge l’audito: “I Salvo venivano qualche volta, anzi soltanto Nino Salvo veniva a portare, quando c’erano quelle polemiche, i comunicati del gruppo. Non è assolutamente vero che ci fosse questa frequentazione assidua. […] Stiamo ai fatti. Quando i Salvo sono ancora i Salvo e non sono i Salvo inquisiti, i Salvo sono i più potenti uomini dell’isola. Lei crede che i più potenti uomini dell’isola non debbano avere rapporti con il maggior giornale dell’isola? È mai successa una cosa del genere?”. In atti giudiziari si trova scritto che il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori riferisce sull’intenzione di cosa nostra di sequestrare l’editore del Giornale di Sicilia Ardizzone e su una possibile intervista che Salvatore Riina avrebbe potuto o voluto concedere a Pepi: “Confermo che il sequestro Ardizzone aveva solo scopo estorsivo e nulla aveva a che fare con l’attività di editore del Giornale di Sicilia del medesimo. Al riguardo devo però dire che quando mi venne prospettato il progetto di sequestro dell’Ardizzone la cosa mi stupì in parte, in quanto avevo sentito il Riina, poco tempo prima del suo arresto fare riferimento al direttore del suddetto quotidiano come l’unico giornalista di cui si fidava”. Sempre Sinacori, sull’intervista a Riina. “In particolare nell’occasione – che preciso trattarsi della medesima circostanza in cui il Riina parlando di un suo possibile arresto aveva fatto riferimento alla necessità di proseguire con la linea dura – il Riina disse a me e a Messina Denaro Matteo (il padrone di casa Biondino Salvatore era in un’altra stanza) che, qualora arrestato, egli avrebbe potuto rilasciare un’intervista solo al Pepi che riteneva l’unico giornalista serio”.

Giovanni Pepi: “Di questo non so nulla, anzi lo apprendo ora”.

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