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A che serve la Rai?

 

A che serve la Rai? Domanda un tempo strumentale agli interessi del suo antico e principale concorrente (Mediaset) ed oggi un po’ meno ingiustificata. In un epoca di moltiplicazione delle offerte televisive ed informative e di ristrettezze economiche é proprio necessario spendere soldi per un operatore pubblico radio televisivo? A vedere le ultime vicende sembrerebbe proprio di no. Una riforma proposta dal Governo che invece di ridefinire la missione del servizio pubblico nell’era di internet si occupa solo della sua governance, creando il più corto cordone ombelicale tra Palazzo Chigi e viale Mazzini mai esistito. Per proseguire con le nomine lottizzate del CdA in applicazione della vecchia e vituperata legge Gasparri. Per finire con non meglio precisati richiami al mercato a cui la stessa Rai dovrebbe sempre più ispirarsi.

In realtà, la crisi del servizio pubblico sembra non conoscere il fondo. Programmazione ripetitiva dei più vetusti format della televisione commerciale, con rare eccezioni di trasmissioni ben concepite ma spesso relegate ad orari impossibili, e soprattutto un’istituzione diventata il campo di battaglia per l’esercizio di poteri personali e di propaganda politica. Se ciò non bastasse, bisogna aggiungere che il canone di abbonamento, sua principale fonte di finanziamento, é sempre più vissuto come un balzello ingiusto di cui la gente ha le tasche piene. La sensazione netta é che in assenza di un’idea “forte” per mamma Rai i giorni sono contati (magari con una pseudo privatizzazione successiva alla sua svalorizzazione). Gli unici che sorridono sono i suoi principali concorrenti terrestri e satellitari. E intanto si avvicina la scadenza del rinnovo della concessione prevista per maggio 2016, circostanza quest’ultima per lo più sottaciuta forse per il covare sotterraneo di interessi diversi (come quello di assegnare a pezzi, quindi a più operatori, compiti di servizio pubblico). E pensare che l’Europa ha concepito queste istituzioni come un caposaldo dei diritti di cittadinanza (principio affermato nei trattati e ribadito di recente anche dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa sulla governance dei sevizi pubblici audiovisivi). Ma di una nuova legittimazione, collegata con un radicale cambio di governance e di missione anche in rapporto con lo sviluppo delle diverse piattaforme tecnologiche, nemmeno a parlarne. Eppure il mondo convergente renderebbe ancora necessaria l’esistenza di un servizio pubblico nella lotta alla povertà digitale.

La sua sopravvivenza, collegata al diritto di uguaglianza nell’accesso alla comunicazione, dovrebbe giustificarsi in primo luogo sulla sua funzione di contrasto a nuove forme di marginalità conseguenti all’impossibilità tecnica ed economica di molti ad accedere alle informazioni e ai prodotti culturali. Sembra invece non interessare l’idea di una riforma che parta dall’obbligo di una programmazione di servizio pubblico gratuita e di qualità su tutte le piattaforme tecnologiche. Viviamo sempre più processi comunicativi nei quali i prodotti di pregio sono a pagamento. Ora le tecnologie già presentano un problema di inclusività sociale, o perché sono tecnicamente costose o perché sono difficili da usare oppure perché materialmente non raggiungono tutti i cittadini. Se a questo problema si aggiunge il costo dei contenuti si rischia in futuro di avere una parte della società che gode di una partecipazione informata e di un accesso di qualità e un’altra che deve accontentarsi di un’offerta più scadente, caratterizzata, nella migliore delle ipotesi, da un forte peso della pubblicità e della pratica di un sbrigativo trattamento dei dati personali. Molti ingenuamente pensano che si stiano realizzando vertiginose conquiste tecnologiche, con aumenti di connettività, di democrazia diretta, di prosperità digitale.

In realtà questo cambiamento è più complesso e contraddittorio. Alle tradizionali storture del sistema televisivo oggi si aggiungono gli interessi delle grandi corporazioni della rete. Un soggetto pubblico, ampiamente rappresentativo della società, obbligato al pluralismo e all’accesso universale su tutte le possibili forme tecnologiche della comunicazione, costituisce perciò un punto non rinunciabile nello sviluppo di un moderno sistema democratico. In un mondo in cui i media restano fortemente oligopolistici, intrecciati con le elites che detengono l’autorità finanziaria o politica, continua ad essere dirimente il loro ruolo di intermediazione. Aprire al futuro il servizio pubblico significa socializzare il potere comunicativo e contrastare le nuove è più pericolose forme di egemonia. Ma forse é proprio questo che non si vuole.

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