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Il tramonto dell’impero ottomano

 

Per la prima volta dopo tredici anni, Erdogan ha frenato quella che sembrava un’inarrestabile corsa verso il sultanato. Il progetto del premier turco era evidente, addirittura dichiarato: con una maggioranza assoluta avrebbe cambiato la costituzione e introdotto una repubblica presidenziale. Gli è andata male, anche se il risultato a suo favore è comunque sostanzioso (quasi il 41 per cento) ma ora dovrà fare i conti con una forte opposizione e non è più il padrone assoluto della situazione: gli servono settanta seggi abbondanti per far passare le nuovi leggi e sembra che non ci sia nessuno disposto alla coalizione.

Sicuramente ha esagerato, negando come abbiamo già detto, ogni forma di democrazia e riducendo ai minimi termini la libertà di stampa. Ha messo in piedi un partito (AKP) rigorosamente islamico, aprendo in Siria ai movimenti più fondamentalisti, in Egitto ai fratelli musulmani, si è alleato con l’emiro del Qatar e ha stretto accordi con l’Arabia Saudita. Mettendosi tutti contro, dai laici del CHP ai nazionalisti dell’MHP (quello dei lupi grigi) ma soprattutto ai curdi che sono la vera novità delle ultime elezioni. Sono entrati per la prima volta in parlamento con il 12 per cento (che corrisponde a 78 deputati) spinti dal carisma di Selahattin Demirtas, un avvocato quarantenne attivista dei diritti umani tanto da fondare la sezione di Amnesty in Turchia. Demirtas alla vigilia aveva detto: “Andate a votare con il sorriso”. In quasi sei milioni gli hanno sorriso.

Anche perché torna alla ribalta la questione curda: un popolo di 80 milioni di persone diviso addirittura in sei Stati: Turchia, appunto, Iraq, Siria, Iran, Armenia e Azerbaijan. Una questione che ha provocato una lunga e sanguinosa guerra civile da quando Ataturk ha annullato il trattato del 1920, scontro esasperato poi proprio da Erdogan che ha addirittura cancellato lingua e tradizioni del Kurdistan, imponendo discriminazioni e leggi marziali, con lappoggio sottotraccia del mondo occidentale.
In più c’è da aggiungere la crisi dell’economia e anche i dissapori interni per una gestione assai poco democratica del “sultano”. In definitiva, il risultato di queste ultime elezioni libere è chiaro. E’ il definitivo tramonto di un sogno pericoloso: l’impero ottomano.

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