Se si ferma, ci perdiamo in tanti

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Da quando è nata, non c’è giorno che qualcuno, a sinistra, non si affanni a dire che la Coalizione sociale che stanno tentando di costruire Fiom, Arci, Emergency e altri “non andrà da nessuna parte”. Ultima in ordine di tempo la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, ma prima di lei posizioni simili erano venute da importanti esponenti della maggioranza, segnatamente da quelli con un passato sindacale, e da quasi tutto il Pd che conta di tradizione socialdemocratica.

Per carità, l’ipotesi che il progetto di Landini si risolva in un nulla di fatto non è da scartare, e a favore di questa parlano i precedenti. Eppure non comprendo la continua delegittimazione che la sinistra istituzionale fa di quegli intenti, non esprimendo un giudizio di merito sulle richieste e le proposte, ma quasi auspicandone (gufandone?) il fallimento. Sinceramente, tutto questo astio non lo capisco.

Cosa chiedono quelli che hanno risposto all’appello del leader dei metalmeccanici? Maggiore distribuzione del reddito e della ricchezza dall’alto verso il basso della società e più condivisione dei processi decisionali e delle dinamiche di governo democratico dell’economia e di tutti gli altri aspetti del vivere civile. Su queste basi, perché ci sarebbe da augurarsi che essi non vadano “da nessuna parte”?

Dare risposte a chi sta in basso anche, se non soprattutto, quando e se ciò è contrario ai desiderata di quanti stanno in alto, dovrebbe essere la ragione sociale della sinistra, politica e sindacale. In questo, essa dovrebbe vedere nei movimenti che nascono su quelle stesse basi e con i medesimi obiettivi degli alleati, delle risorse, dei potenziali aiuti, a cui avvicinarsi e con i quali intraprendere cammini condivisi verso i comuni obiettivi.

Cosa chiede la Cgil? Un passo indietro del Governo sul Jobs Act, per esempio. Quello che chiede anche la Coalizione sociale. E allora, perché temerla e premurarsi di dire a tutti che questa “non andrà da nessuna parte”? E la sinistra politica, che chiede? Più attenzione per le fasce deboli e maggiore democrazia nei rapporti e nei meccanismi di governo dei processi economici e della società, per esempio. Come gli attori di quella coalizione. Perché affrettarsi a stabilire le differenze, chiedere il rispetto dei ruoli, pretendere il riconoscimento di una funzione che ad altri non si è disposti a dare?

Vedere nel soggetto che sta per nascere, pur con tutti i limiti e con le molte complicazioni, un pericolo o un problema, ha senso solo in una dialettica che ne fa un concorrente. Ed è pure comprensibile, per chi della rappresentanza ha fatto il proprio mestiere (e lo dico con tutte le accezioni possibili per quella parola), temere di essere scalzato da qualcun altro e leggere le cose che appaiono sulla scena solo in una logica competitiva e concorrenziale.

Francamente, però, è una visione svilente e triste, oltre che limitante e dannosa. Perché quell’azione messa in piedi da Landini e altri raccoglie le istanze e le aspettative di coloro a cui le realtà istituzionalizzate dalla politica e del sindacato faticano a dare, o evitano del tutto, il giusto riconoscimento e il necessario ascolto. Se un simile progetto si ferma, a rimetterci potrebbero essere in tanti, soprattutto in quello stesso lato del campo che gli attori della Coalizione sociale scelgono quale terreno d’elezione.

Per questo non capisco il cinismo entusiasta per le difficoltà incontrate dai coalizzanti. O meglio, lo capisco quando proviene dalla destra padronale e liberista, che in un movimento che parla di redistribuire ricchezza e potere non può che vedere il nemico. Meno, molto meno, quando lo sento esprimersi nelle parole di coloro che sono (si dicono?) di sinistra; a meno che, anche questo somigliare alla destra non sia solo un altro segno distintivo del loro rinnovamento.


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