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Papa Francesco ha ragione: il 900 non è chiuso. L’indifferenza è il grande male dell’umanità

 

Di Pino Salerno

La polemica innescata da papa Francesco domenica 12 aprile sulla “questione armena” continua a diffondersi sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. In verità, la questione è relativa all’uso di una parola, “genocidio”, a proposito degli eccidi di massa contro la popolazione armena che ebbero luogo tra il 1915 e il 1917 ad opera dell’esercito ottomano, che allora governava la Turchia. Il termine “genocidio” è entrato nel dizionario giuridico internazionale proprio quando ci fu la necessità di definire i fatti storicamente accertati in quel lontano 1915.

La voce “genocidio” sulla Enciclopedia Treccani e Britannica

L’autorevole dizionario Treccani, infatti, scrive: “il termine fu utilizzato per la prima volta dal giurista Raphael Lemkin per designare, in seguito allo sterminio degli armeni consumato dall’impero Ottomano nel 1915-16 una situazione nuova e scioccante per l’opinione pubblica; tuttavia, fu solo dopo lo sterminio posto in essere dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e l’istituzione di un tribunale penale internazionale per punire tali condotte che la parola genocidio iniziò ad essere utilizzata nel linguaggio giuridico per indicare un crimine specifico, recepito sia nel diritto internazionale sia nel diritto interno di molti paesi”. E se la definizione della Treccani può sembrare partigiana, e non lo è, consultiamo l’altrettanto autorevole Enciclopedia Britannica. Alla voce “genocide”, la Britannica presenta una indicazione filologica (l’unione della parola greca genos, nel significato di razza, tribù, o nazione con il suffisso latino cidium, uccisione). La Britannica fa risalire il termine al giurista polacco Lemkin, e indica i casi di genocidio nell’antichità (lo storico Tucidide raccontò del “genocidio” della popolazione di Melos ad opera degli ateniesi), nel Medioevo (cita la crociata contro gli Albigesi) e in età contemporanea (cita, non a caso, gli armeni, gli ebrei, i Rom, e i Tutsi in Rwanda).

L’uso che il papa fa del termine è assolutamente “proprio” e adeguato

Ora, se riandiamo alle affermazioni di papa Francesco, scopriamo che la linea interpretativa che egli ha adoperato segue esattamente queste indicazioni contenute in due tra le maggiori e più autorevoli Enciclopedie del mondo. Ovvero, la questione dei genocidi non se l’è inventata papa Francesco, è scolpita nella tradizione della conoscenza umana. E sbaglia chi ha letto nelle parole del papa una sorta di classifica morale e storica tra genocidi e “pulizie etniche”. L’obiettivo di papa Francesco era, domenica scorsa, ma è sempre stato e sempre sarà quello di indicare all’umanità la via d’uscita dal “tempo di guerra” incessante, in cui si continua “a versare sangue innocente”. È un allargamento semantico del termine “genocidio”? Può darsi. Ma insisto sulla necessità di non perdere l’obiettivo di fondo del discorso del pontefice: il Novecento – con il suo terribile prolungarsi storico ai primi quindici anni del Duemila – ha offerto decine di prove storiche di “genocidi”, ovvero stermini di massa nei quali si “è versato sangue innocente”. Questa è la luna che l’indice del pontefice punta, con straordinaria efficacia, poiché ci consegna una visione “dolente” dell’umanità, progredita ma “indifferente” alle sofferenze degli innocenti di cui si fanno stragi, ricca – almeno nelle zone nordoccidentali – ma talmente miserabile da essere accecata dal proprio individualismo diffuso. L’omelia di papa Francesco di domenica 12 aprile è una sfida alla civiltà contemporanea, e insieme un terribile atto d’accusa. Se non si comprendono questi passaggi, non si comprenderà neppure per quale ragione lunedì, nell’omelia in Santa Marta, il papa abbia voluto affondare il bisturi nella identità cristiana della parresìa, del “coraggio della verità, e di dirla con franchezza”. Non si è cristiani quando si volge le spalle a questa verità di violenza del mondo, e si diventa complici dei genocidi, proprio perché “indifferenti”, accusa che ricorre spesso nei discorsi di papa Francesco, da quando parlò della “globalizzazione dell’indifferenza” a Lampedusa.

Accuse e polemiche strumentali

Per tutte queste ragioni, appaiono davvero strumentali, e affatto pertinenti, le critiche che sono piovute su papa Francesco, non solo da parte del governo turco, indignato per l’interpretazione degli eventi del 1915, ma anche da parte di qualche avventato commentatore nostrano (Carlo Panella sull’autorevole Huffington Post italiano diretto da Lucia Annunziata). La contrarietà del governo turco è forse comprensibile, ma non accettabile, perché finalmente è venuto il tempo, cent’anni dopo, di aprire la strada alla ricerca storica sugli eventi del 1915, e accettarla. Di diversa natura è invece la “lezione” di realpolitik che Panella infligge a papa Francesco, il quale non avrebbe dovuto pronunciare quelle parole, né fare quel discorso. Consigliamo, molto umilmente, a Panella di rileggersi l’omelia del papa, e capirà. Può trovarla nella versione integrale pubblicata sull’edizione online del quotidiano Avvenire. Scoprirà che nelle parole del papa non vi è alcuna intenzione di aprire incidenti diplomatici con Ankara, proprio conoscendo l’entità della ferita aperta ancora oggi dalle vicende di un secolo fa. Il papa rovescia la logica da realpolitik di provincia dell’illustre commentatore dell’Huffington Post, indicando anche ad Ankara, al popolo turco, e al mondo intero da che parte è “la luna”, e non il dito. La luna è quel legame tra “il sangue degli innocenti” versato per una fede, o perché si appartiene ad una razza, o ad un popolo, e la generale, quasi universale, indifferenza con cui anche oggi si assiste alle stesse vicende, che con puntualità orribile accadono ovunque nel mondo. Che si tratti dei migranti morti nel Mediterraneo, che si tratti dei cristiani massacrati in Medio Oriente o in Egitto o in Estremo Oriente, che si tratti degli studenti uccisi in Kenia, che si tratti delle stragi messe in atto da Boko Haram in Africa centrale: papa Francesco non esita a definire l’insieme di questi atti “una terza guerra mondiale a pezzi”. Questa è la sfida che viene lanciata, a tutti noi e a ciascuno di noi. E fa semplicemente ridere la risposta che un sottosegretario italiano, Sandro Gozi, ha voluto dare sulla questione: “non è opportuno dare una verità di stato. Le parole del papa irritano Ankara”, perché la “lettura della storia crea sempre divisioni”. Non c’è altro da dire, Gozi è un marziano, capitato per caso a Roma.

Da jobsnews.it

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