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La rinascita di Voltaire

 

Parigi riscopre Voltaire, il suo inno alla libertà, alla tolleranza, al rispetto reciproco, la sua battaglia contro le idee che ci ripugnano ma, al tempo stesso, in difesa del diritto di chi ci si riconosce a esprimerle. Leader, capi di Stato e di governo, un milione di cittadini, bandiere e matite per rivendicare l’unicità di un Paese laico e libertario, nel quale ognuno ha il diritto di manifestare il proprio pensiero, anche quando esso può rivelarsi corrosivo o irriverente agli occhi di un potente, di un credo religioso o di uno dei tanti dogmi nei quali si è rifugiata la nostra società sempre più priva di certezze e punti di riferimento e, spesso, incapace di coltivare anche l’imprescindibile arte del dubbio.

“Charlie Hebdo” era un antidoto a tutto questo: alla deriva costituita da un certo perbenismo di maniera, falso e ipocrita come non mai, ad ogni forma di integralismo e anche alla stupidità di chi si prende troppo sul serio, finendo col rimanere vittima delle proprie paranoie e della propria brama di potere. Era un guizzo di fantasia contro il grigiore, una stecca nel coro di quel “politicamente corretto” che ha ridotto molti giornalisti a megafoni del potere, uno schiaffo ai tabù e un indispensabile strumento di riflessione e confronto per chiunque abbia a cuore i valori della laicità e delle costituzioni repubblicane del dopoguerra.
Tuttavia, quella marea umana che abbiamo visto sfilare per le vie di Parigi, non si è stretta solo intorno a un settimanale satirico bensì a un’idea di Francia e di Europa: contro chi vorrebbe chiudere le frontiere e far tornare il Vecchio Continente indietro di trent’anni, contro chi invoca la pena di morte per soggetti votati al martirio, contro chi annuncia restrizioni alla libertà di culto degli altri, contro i politicanti che blaterano, ad ogni latitudine, di “multiculturalismo buonista”, contro chi si rifiuta di vedere che la società multietnica non dev’essere costruita ma semplicemente accettata e valorizzata perché è già fra noi, contro chi strumentalizza il sangue di Parigi per avvantaggiarsi elettoralmente, contro chi non si indigna allo stesso modo per ciò che sta avvenendo in Nigeria e in altre zone di quell’Africa disperata da cui ogni giorno migliaia di persone si mettono in marcia in cerca di un avvenire migliore e contro chi da domani, spentisi i riflettori sulla tragedia, tornerà a scrollare le spalle di fronte alla malvagità dell’ISIS o ai massacri di Boko Haram.
In quella piazza, come nel grido di papa Francesco contro la “cultura dello scarto”, è racchiusa la rivolta gentile ed inclusiva della parte migliore della nostra società: una parte che chiede una revisione radicale del nostro modello di crescita e di sviluppo, fondato sull’esclusione degli ultimi, una parte che vorrebbe veder illuminati i drammi delle periferie umane di tutto il mondo, una parte che comprende la globalità dei fenomeni e va ripetendo da tempo che occorre una globalità di risposte, adeguate al periodo storico che stiamo attraversando e in netto contrasto con l’odiosa idea di chi invoca altri ghetti, altre esclusioni, altra crudeltà o si permette di insultare i fondamenti del Corano e dell’islam, dimenticandosi scientemente che uno dei poliziotti freddati in questi giorni di sangue era musulmano, morto per difendere quei principi di libertà nei quali egli stesso credeva.
A Parigi è rinato Voltaire. Speriamo che rinasca nel cuore di tutti i democratici del mondo e, possibilmente, anche di quei politici di terza categoria che stanno dando, ancora una volta, prova della loro insipienza.

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