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Siamo tutti Charlie ma non dobbiamo distogliere lo sguardo dalla Nigeria e dalle atrocità di Boko Haram

 

Da giorni il nostro pensiero è rivolto a Parigi. Siamo tutti diventati ‘Charlie’ e insieme abbiamo deciso di sfidare l’orrore del terrorismo per dare un segnale importante, manifestare una volontà forte, quella di non volersi piegare alla strategia del terrore, di volersi riprendere e rialzarsi. E lo abbiamo fatto perché l’attacco a Parigi è avvenuto dietro l’angolo di casa nostra.

Siamo stati colpiti al cuore, nella nostra Europa, dove ci sentivamo al sicuro. Ma abbiamo per questo distolto lo sguardo, mai a dir il vero particolarmente attento, da altri orrori che ci hanno mostrato una crudeltà che non pensavamo possibile, ‘fissata’ plasticamente nell’attentato della baby – kamikaze, dieci anni appena, che in un mercato nigeriano fa strazio del suo inerme corpicino e strage di suoi connazionali. E questo avveniva a sole, poche ore dalla carneficina nella città di Baqa, nel nord-est della Nigeria, dove almeno 2.000 dei circa diecimila abitanti sono stati uccisi brutalmente dagli integralisti islamici Boko Haram.
Non si ha ancora un bilancio definitivo: non si riescono a contare i morti, sono talmente tanti che non si riesce a seppellirli. Decine di cadaveri restano abbandonati nelle strade, molti ancora vivi non possono essere assistiti né curati. Chi non ha ferite è annichilito. In centinaia, seppur sopravvissuti alla violenza, sono sfiniti ed esposti a fame e stenti destinati ad ucciderli lentamente. Il loro sguardo fisso sulla spianata della morte, migliaia di corpi riversi nella boscaglia che ha visto consumarsi il massacro più ampio e crudele nella storia di Boko Haram.
Un funzionario del distretto di polizia di Baqa ha raccontati che la maggior parte delle vittime sono bambini, donne e anziani che, non potendo correre abbastanza velocemente quando i terroristi sono arrivati nel villaggio sparando con fucili d’assalto e lanciando granate, non hanno avuto scampo.

Una carneficina che, nelle ore della paura e del dolore in Francia, ha trovato poco spazio sui media, come l’atroce storia della ‘piccola kamikaze’ di cui non sappiamo molto se non che si trattava di un’esile bambina con occhi spaventati, forse inconsapevole di essere stata imbottita di esplosivo. Alla stregua delle vittime delle guerre, delle crisi dimenticate, questi morti sembrano meno importanti di altri. E non solo oggi. L’attenzione degli organi di informazione è scarsamente rivolta su conflitti ed eccidi di serie “B”, spesso ‘coperti’ da quelli che non si possono ignorare per precisi interessi economici e politici.
Si dedica molto spazio alle tensioni in Medio Oriente o all’ascesa dell’Isis in Siria ed Iraq, mentre si lasciano pochi frame a violenze ed eccidi in atto in paesi africani come la Nigeria, o il Sudan e la Repubblica Centroafricana. Genocidi che non appaiano. soprattutto a chi è sul campo, ‘da meno’ di quello del Ruanda.
Si tratta di terre ancora oggi affamate dallo scippo continuo di materie prime, come avveniva ai tempi coloniali, perpetrato non più con l’invasione diretta, ma, subdolamente, armando tribù di analfabeti le une contro le altre per portarle alla dissoluzione reciproca.
A ricordarlo si rischia di passare per buonisti, idealisti dell’ultima ora. Non è certo la mia storia. Ma comunque preferisco correre il rischio piuttosto che non continuare nell’opera di denuncia su questi temi, che non deve cessare. Mai. Tenere accesa la fiammella dei valori, dei principi, dei diritti è un dovere, un atto di dignità, prima ancora che di coraggio. Sempre.

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