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Pier Paolo Pasolini, nuove indagini sull’assassinio

 

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini è stato barbaramente ucciso e dopo trentanove anni ancora si cerca il vero colpevole e i mandanti.

Le innovazioni tecnologiche che analizzano il DNA, nella criminologia stanno dando risultati sorprendenti, in particolare anche sul delitto Pasolini che ha lasciato dietro di se molti lati oscuri. Le nuove indagini sui reperti conservati al museo di criminologia di via Giulia, hanno fornito altri risultati, stabilendo che le macchie di sangue, trovate sulle tavolette, usate per colpire il poeta non appartengono né a Pino Pelosi, unico condannato, né a Pasolini. Sono stati analizzati gli indumenti e gli oggetti personali ovvero la Camicia Missoni, gli stivaletti alla moda, i jeans, il maglione verde che i famigliari esclusero appartenesse a Pasolini, un plantare e l’anello che il Pelosi cercava e trovato nel fango dell’Idroscalo. Su indicazione del PM Francesco Minnisci, sono state analizzate di nuovo tutte le prove trovate sul luogo del delitto, custodite nello scatolone e verificato il DNA in gran segreto dai RIS .

Uno dei tanti misteri dell’Italia ed è bene ricordare che sulla versione ufficiale della morte di Pier Paolo Pasolini molti espressero delle perplessità.

Oriana Fallaci in un articolo sull’Europeo, n. 46 del 14 novembre 1975 formulava l’ipotesi di un omicidio politico guidato da alcuni vertici dello stato.

Il Senatore Giovanni Pellegrino sostiene che ad assassinare Pasolini erano in cinque, quindi ce ne sarebbero altri due, che Pelosi descrive come “quarantenni con la barba” che non avrebbero direttamente partecipato al pestaggio, ma avrebbero in qualche modo sovrainteso all’agguato dell’Idroscalo e queste due persone con la barba, potrebbero essere legate ai servizi segreti deviati.

Pier Paolo Pasolini un intellettuale scomodo, che per usare un termine contemporaneo, è evidente che dava fastidio ai poteri forti. I mandanti, utilizzando il sottobosco delle ex borgate romane, ambiente frequentato dal Poeta, attuarono la sua eliminazione.

Ricordiamo i fatti:

Nell’agosto del 1975 erano stai rubati i negativi del film “Salò  o le 120 giornate di Sodoma” prodotto dalla PEA di Alberto Grimaldi,   dai due fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, (criminali comuni romani, dediti al traffico di stupefacenti con simpatie di estrema destra e morti di ADIS negli anni novanta), dallo stabilimento della Technicolor di Roma.  Questo furto, su suggerimento di un delinquente comune, noto alla polizia, perché sospettato di gestire il racket della prostituzione giovanile alla stazione Termini a Roma. Alcune fonti, mai verificate, sostengono che il vero mandante era stato un amico di PP Pasolini (forse Franco Citti) indebitato per l’acquisto di droga, e per risarcire gli spacciatori che lo incalzavano, propose loro questo furto. Le stesse fonti sostengono che tramite Sergio Citti (morto 11  ottobre del 2005), alla fine i ladri erano disposti a restituire i negativi, poiché qualcuno aveva pagato il debito per droga, e il mediatore della restituzione dei negativi, sarebbe stato Pino Pelosi che frequentava PP Pasolini da alcuni mesi.

Il 1° novembre 1975 alla stazione Termini Pino Pelosi aveva un appuntamento con il Poeta, per accompagnare PP Pasolini, a Ostia e recuperare le due bobine dei negativi del film “Salò e le 120 giornate di Sodoma” cui il regista teneva, più del produttore. Pasolini e Pino Pelosi dopo il loro incontro alla stazione Termini, andarono alla Trattoria il “Biondo Tevere”. Su questo elemento si deve fare ulteriore chiarezza.  Vincenzo Panzironi proprietario del ristorante “Al Biondo Tevere” quando fu sentito dagli investigatori, parlò di un ragazzo biondo, era stato descritto come della persona che era insieme a Pasolini poche ore prima del delitto e non il Pelosi o forse erano presenti tutte e due. Quando si avviarono verso Ostia, con l’Alfa Romeo Giulia GT 2000 del poeta, erano seguiti dai fratelli Borsellino, autori del furto dei negativi del film “Salò  o le 120 giornate di Sodoma”,   in sella a una Gilera 125 rubata. Lungo il percorso si accodò anche un’altra macchina una Fiat 1500, con tre balordi e un’Alfa Romeo simile a quella di Pasolini guidata da Antonio Pinna e a bordo insieme con lui viaggiava un giovane quindicenne (il biondino Mastini detto “Johnny lo zingaro” ?).

Arrivati a Ostia, PP Pasolini e Pino Pelosi aspettavano le persone, per riavere il negativo della pellicola, i tre Balordi che li avevano seguiti con la FIAT 1500 presero il Poeta e lo massacrarono di botte, mentre i fratelli Borsellino minacciarono il Pelosi e di tacere. Il giovane quindicenne (il biondino?) che viaggiava con il Pinna si mise alla guida dell’Alfa Romeo, simile a quella di Pasolini e passò sul corpo del Poeta schiacciandolo sotto le ruote.  Alcuni vorrebbero incolpare Antonio Pinna dell’omicidio, ma questo non è vero, poiché in quel periodo, si frequentavano assiduamente e mai si sarebbe macchiato di questo crimine. Finito il pestaggio con la morte di PP Pasolini, causa il passaggio della macchina sul suo corpo steso a terra, i balordi, i sicari, che avevano avuto questo mandato, fuggirono e sul luogo del delitto rimasero solo due persone Pino Pelosi e Giuseppe Mastini detto “Johnny lo zingaro”.  Presero la macchina del poeta per fuggire, ma fatti alcuni metri il Pelosi si sentì male, scese dalla macchina e vomitò, mentre il suo caro amico l’abbandonò, proseguì la fuga e giunto sulla Tiburtina, lasciò l’Alfa Romeo di Pasolini e si dileguò. Il Pelosi, rimasto nei pressi dell’Idroscalo solo e appiedato, fu fermato a Ostia in Piazza Gasparri dalle Forze dell’Ordine, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto.

Nello svolgimento del successivo processo, sappiamo che le perizie fatte sull’Alfa Romeo di Pasolini ed eseguite dai periti Ronchi, Rocchetti e Merli non furono fatte con grande approfondimento, ma in modo blando e superficiale, anche perché questi tre periti non si recarono mai sul luogo del delitto.  Il perito Faustino Durante, nominato dalla famiglia, ha eseguito un lavoro ben diverso, e dimostrò con chiarezza che sul luogo del delitto ci furono almeno un’altra macchina, oltre a quella che poi uccise PP Pasolini.

Il processo per la morte di Pasolini ha condannato a nove anni di reclusione, solo Pino Pelosi, che all’epoca dei fatti era minorenne.

Con la riapertura delle indagini, quindi non solo Pelosi, ma complessivamente sei persone hanno partecipato all’uccisione di Pier Paolo Pasolini; possiamo quindi dedurre che l’omicidio era stato preparato con molta cura, organizzato e portato a termine.

Tempus omnia medetur (Il tempo è galantuomo) dice un antico detto latino. Il lavoro dell’avvocato Stefano Maccioni, legale del cugino del poeta, che insieme alla criminologa Simona Ruffini hanno trovato nuovi elementi e con le nuove tecnologie che consentono di analizzare i reperti dell’omicidio del Poeta, dopo trentanove anni, hanno dimostrato altri nuovi elementi. In particolare si tratta di aver analizzato e trovato il DNA con un profilo genetico maschile, che non appartiene né a PP Pasolini né al Pelosi.

Possiamo dedurre che tutte le persone, gli intellettuali, che hanno dimostrato dubbi sul colpevole dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini avevano visto giusto.

“Io so ma non ho le prove” scriveva il poeta sul Corriere della Sera nel 1974 e questa frase può essere ricordata anche per quest’altro mistero del nostro Paese:

La barbara uccisione di Pier Paolo Pasolini.

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