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Piano piano. Storia di Stefano, posteggiatore maghrebino

 

La moto non parte. Ci mancava solo questo. Insisto sul pulsante dell’accensione, ma ottengo solo ronzii debolissimi e presto nulla più. Il demonio esiste e questa ne è la prova. Possibile che non ci sia mai pace!? Via della Scrofa nella serata prenatalizia rigurgita di luci, di folla, di traffico. Chiamo dal cellulare il mio meccanico, per fortuna è ancora in officina ma non può allontanarsi; chiede di ascoltare al telefonino il rumore della messa in moto e decide che non si tratta della batteria, come io supponevo, ma del motorino di avviamento. Se riesco a lasciargli le chiavi prima della chiusura, andrà col furgone a recuperare la moto il giorno dopo. Mentre sto mentalmente imprecando, furioso, mi volto verso qualcuno che si è avvicinato, un magrebino che mi sorride e il sorriso gli illumina il volto: “Ti spingo io” dice.

Si tratta di un clandestino che fa il posteggiatore lì a due passi, davanti alla basilica di Sant’Agostino; in un  altro momento mi sarei sottratto bruscamente, adesso l’importuno mi torna comodo. “Proviamo”, acconsento. Per fortuna sono fermo su un lieve declivio, lui spinge, l’abbrivio è rapido, lascio la frizione: due rantoli, uno scossone, e la moto si inchioda. Muta. Riproviamo. “Metti la seconda” dice lui. Niente da fare, e neppure con la terza. A spinta non riesco a partire. Il magrebino lancia una voce al collega che si materializza nell’ombra, tra le auto, si mettono a spingere in due. Inutilmente, è come se il motore fosse morto. Mi rassegno, raccolgo le monete che mi trovo nella tasca, le porgo ai volenterosi. Grazie, dico, e lui mi sorride ancora. “C’abbiamo provato”, aggiunge alzando appena le spalle, con gentilezza. Vuole rincuorarmi.  “Grazie lo stesso”, lo tranquillizzo. Lui si allontana, io trascino la moto nell’unico spazio libero di un parcheggio a bordo strada. Apro il bauletto, raduno libri e pacchetti, troppi; appendo il casco all’altro braccio e mi avvio a piedi verso la fermata del 30 Express su Corso Rinascimento, poco oltre Palazzo Madama che sfolgora insulsamente a festa.

Quando giungo alla fermata mi trovo di nuovo davanti lui, il posteggiatore, che mi sorride. “Brutto l’autobus, eh?” ammicca  con comprensione. Non troppo, replico. Il 30 è comodo e veloce, lo prendo volentieri, quando capita. Annuisce per esprimere solidarietà e sussurra: “Piano piano”. Accanto a lui, ma discosta, scorgo una ragazza che sembra una scimmietta, minuta come una bambina, leggins bianchi, stivaletti di poco conto. Come ti chiami? Chiedo al magrebino. “Stefano!” Risponde tutto contento. “Parli bene l’italiano”.  “Sono nato in Italia”. “Ah sì? E hai la cittadinanza?” “No, non me l’hanno mai data”. “Perché?” “I miei genitori erano di nazionalità francese, sono morti in un incidente senza mai riconoscermi. Così io non sono di nessuna parte”. In che senso? “Non ho documenti, niente”. Ma come è possibile? “E’ possibile”. E come hai fatto a vivere? “Un po’ qua, un po’ là. Piano piano”. Non hai un lavoro? “Faccio il posteggiatore qui a Sant’Agostino, ma si guadagna poco, siamo in tre.” E per mangiare? “Vado dalle suore.” So che l’intero isolato appartiene al clero tedesco. “Si mangia bene?” Domando col tono di chi si informa su un ristorante alla moda che non conosce. “Non molto, ma non paghiamo niente”. E con il 30 Express dove vai? “A Acilia”. Sorride sempre. Solerte mi spiega: “Col 30 fino a Laurentina, poi prendo il pullman”. Quanto ci metti? “Un’ora e mezza, due ore”. Ma dove abiti?  “Da lei”. Realizzo in quel momento che la ragazzetta silenziosa accanto a noi è la sua compagna. Infatti lei annuisce. Chiedo: ad Acilia riesci a trovare qualche lavoretto pagato? “No, niente. E i soldi non bastano per le medicine.” Quali medicine? “Per nostra figlia che c’ha l’epilessia”.  Quanti anni ha? “Cinque”. E tu, quanti anni hai? “Ventisette”. Sorride e aggiunge per rassicurarmi: “Piano piano”.  Per vestirti come fai? “Vado alla Caritas. Oppure mi danno qualcosa i preti della basilica”. E loro non riescono a trovarti un’occupazione? “No, niente. Nessuno può darmi un lavoro senza documenti.” Ma in Questura che dicono? “Che possono fare… piano piano…”

Guardo insistentemente il display luminoso che indica i minuti di attesa per le corse; il 30 Express viene segnalato in arrivo a sole tre fermate, ma con gli ingorghi delle feste è già trascorsa quasi mezz’ora e ancora non compare neppure in fondo al ponte. I libri cominciano a pesarmi sul braccio, scivolano, ogni volta debbo raccoglierli di nuovo. Sono irritato, ma ora un po’ meno; non riesco a commiserarmi di fronte ai guai del posteggiatore magrebino senza lavoro né documenti, che non smette di sorridere e di ripetere a ogni mia osservazione: “Piano piano”.  Una formula di pazienza cristiana imparata forse dalle monache. Qualsiasi problema affiori nel nostro dialogo si conclude con quel  suo mite: “Piano piano”. Un piccolo passo alla volta tutto si aggiusta. Poiché non ha altra scelta che la rassegnazione, quell’intercalare è diventato il suo credo. Un suono buono, che aleggia conciliante, indugia nelle orecchie. La mia smania, la mia fretta, la mia insofferenza si allentano, anzi mi appaiono proprio fuori luogo. Mi accorgo di aver dimenticato quell’espressione familiare,  “piano piano” che, ne sono certo, ho sentito pronunciare ai miei nonni, ai miei genitori. Io non so più dirlo. Inveisco per la moto che non parte, per i libri che mi sfuggono dappertutto, per il braccio che cede, per il casco che è diventato di piombo nell’attesa dell’autobus ritardatario. Penso che Dio ce l’abbia con me. E solo in quel momento, mentre me la prendo con Lui, mi sembra invece di capire: mi sta parlando con la voce di Stefano, il magrebino senza identità e senza patria, che ripete sorridendo: “Piano piano”.

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