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#IWillDriveMySelf, la protesta delle donne saudite contro il divieto alla guida

 

Loujain al-Hathlou è una ragazza saudita di 25 anni su cui grava un processo dall’1 dicembre; la colpa: aver cercato di valicare la frontiera dell’unico paese che vieta alle donne di guidare, l’Arabia Saudita. Maysa al-Amoudi, 33 anni, è invece una giornalista degli Emirati Arabi Uniti accorsa per soccorrere al-Hathloul con cibo e coperte; da circa un mese condividono uno scomodo primato: la più lunga detenzione di donne alla guida di un auto dell’Arabia Saudita.

Il 25 dicembre, il giudice incaricato ha preferito trasferire il caso alla Corte di Riyad, un organo specializzato in crimini terroristici, ma sempre più spesso chiamato in causa nel valutare casi di attivismo civile ancor prima che politico. Le autorità nazionali hanno infatti dichiarato di voler processare le donne per i commenti pubblicati sui social, piuttosto che per aver violato il suddetto divieto. Loujain al-Hathlou e Maysa al-Amoudi non sono indomite paladine alla ricerca di gloria temporanea, ma giovani attiviste inserite in un movimento di protesta nato in Arabia più di un ventennio orsono.

La dura lotta per l’ “emancipazione al volante” inizia nel 1990, quando 47 donne vennero arrestate e severamente punite per essersi messe alla guida delle proprie vetture. A partire dal 2011 la campagna si sposta sul web, dove i social network divengono il canale preferenziale per convogliare i malumori di migliaia di donne. Nonostante il largo consenso ottenuto sui media,  “Women2Drive” ebbe poco impatto sul percepito quotidiano: il 26 settembre 2011 Shema Ghassaniya fu infatti condannata per la prima volta a 10 frustate.

Circa due anni dopo, il 26 ottobre 2013, le attiviste saudite hanno infuso rinnovata tenacia al movimento con il lancio degli hasthag #IWillDriveMyself e #October26Driving. La campagna invita le donne arabe a schierarsi per i propri diritti, condividendo sulla rete foto e video che le ritraggano al volante. L’Arabia Saudita è l’unico paese del mondo a conservare tali restrizioni. Benché non esista alcuna legge che espliciti fattivamente tale divieto, le autorità saudite cercano da sempre di disincentivare qualsiasi ambizione di uguaglianza sociale.

Loujain al-Hathlou e Maysa al-Amoudi passeranno gli ultimi giorni del 2014 in carcere; aver espresso pacificamente la propria opinione sui social e aver guidato la macchina sono le sole colpe imputabili a queste ragazze. Il verdetto espresso dalla corte d’appello di Dammam potrebbe rappresentare una chiave di volta nel cammino all’emancipazione femminile: la strada per la parità dei diritti è ancora lunga e tortuosa, ma poterla percorrere in macchina, rappresenterebbe di certo un bel vantaggio.

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