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Vittime d’un malinteso benessere

 

Li ha uccisi il mesotelioma, l’asbestosi, il carcinoma. Li ha ammazzati la voglia di profitto e l’insaziabile brama di ricchezza di imprenditori senza scrupoli. Li ha finiti l’idea che i crimini contro l’ambiente non siano anche, e direttamente, delitti contro gli uomini che lo abitano. I morti d’amianto, a Casale Monferrato o a Bagnoli, nei cantieri navali palermitani come nelle officine ferroviarie veronesi, sono tutto questo, ma anche le vittime di una sbagliata concezione di benessere.
E come loro, i caduti per le frane e il fango, da Genova a Messina, passando per Massa Carrara e Salerno, i malati di tumori da diossine, a Venezia come a Taranto, e le tante vittime di uno sviluppo che per anni si è inteso esclusivamente come crescita, al di là e contro chi questo mondo, nel bene o nel male, doveva viverlo.

Immaginate cosa sarebbe successo a chi avesse provato a opporsi alla realizzazione e all’uso dei manufatti dell’Eternit o della Fibronit negli anni Cinquanta e Sessanta, perché potevano essere pericolosi per la salute. Pensate a cosa avrebbero detto a quanti si fossero dichiarati contrari all’industrializzazione forzata delle aree depresse del Paese, con l’idea che ciò devastasse irrimediabilmente l’ecosistema. Rappresentatevi nella mente quali critiche sarebbero state mosse a coloro che avessero immaginato, in quell’epoca, di criticare i dettami di una crescita fatta solo di cemento e asfalto, adducendo gli interessi della preservazione del territorio e della tutela dei suoi abitanti, ma anche delle loro culture, tradizioni, prerogative.

Sforzo superfluo: lo sappiamo già. Chi a quel tempo provava a dire qualcosa contro lo sviluppo senza progresso, sostenendo una diversa idea di benessere, veniva deriso quale poeta interessato alle lucciole o politico inadeguato alle sfide della modernità. Come quelli che oggi provano a resistere alla trasformazione di una valle, non lontana e non diversa da quelle zone trasformate in amiantifere per estrarre quelle polveri di cui oggi ci danniamo, in una galleria per treni veloci, o di un’intera regione in un giacimento di petrolio da trivellare per estrazioni massive, archiviati dal potere alla voce “nemici del cambiamento”, catalogati in modo sprezzante quali “tre, quattro comitatini” ed espropriati pure della possibilità di opporsi con le loro istituzioni.

Poco più di cinquant’anni fa, Longarone fu distrutta da quella che è ricordata come la tragedia del Vajont. Quasi duemila furono i morti. E pure allora, qualcuno provava, anche sui giornali, a dire che forse quella diga sotto un monte che minacciava di franare da sempre, non era il caso di realizzarla. Anche in quella occasione, il profitto poté più del rispetto per le vite umane. Anni dopo, Marco Paolini, in una splendida ricostruzione per il teatro di quegli eventi, li definì “il funerale dell’Italia contadina che non serviva più a nessuno”.

Già, “più a nessuno”. Tranne che all’Italia stessa e a chi ci viveva e ci vive. Ma siamo ancora qui e al punto in cui eravamo in quegli anni, quello da dove si immagina il futuro solo cementando tutto ciò che c’è intorno, e se l’Italia per far questo non si muove e prova a resistere, allora bisogna sbloccarla, farla correre verso nuovi tunnel, nuove autostrade, nuove costruzioni, anche dovessero poi rimanere vuote. La manutenzione ordinaria e puntuale del territorio è roba vecchia, da perdenti, noi qui vogliamo al massimo la straordinaria, quella che non si preoccupa delle cause di una frana, tutt’al più di armare l’impasto per fare briglie di contenimento. Tanto i morti, se ci saranno di nuovo, saranno solo colpa d’un destino cinico e baro, e di una natura matrigna, che pertanto va piegata, pure con la forza.

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