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La democrazia è rimasta a casa

 

Vincono, come ampiamente previsto, i due candidati del PD: già, ma vincono cosa? E, soprattutto, di fronte ai dati dell’affluenza, credete davvero che qualcuno possa parlare di vittoria? Ieri, in Emilia Romagna e in Calabria, abbiamo perso tutti: il PD, Renzi, la sinistra, la partecipazione; in poche parole, ha perso la democrazia. Siamo coscienti del fatto che a giannizzeri e turiferari del Premier di tutto questo importi poco o nulla: per loro conta, per l’appunto, “vincere”, sempre, comunque, a qualunque costo, e pazienza se in tutto questo “spianare”, “asfaltare”, “rottamare” e “trionfare” si perdono i valori, i princìpi, le basi fondanti della Costituzione e del nostro stare insieme.

E chissà se qualcuno farà presente al pie’ veloce Matteo che lui, fra tutti, è quello che esce peggio da questa tornata elettorale: aveva scommesso di sfondare in Emilia e non è avvenuto, puntava addirittura ad ottenere la maggioranza assoluta da solo mentre l’intera coalizione di centrosinistra si attesta sotto quota 50, puntava a stravincere la sfida con l’altro Matteo e, invece, Salvini è l’unico che può cantar vittoria perché Alan Fabbri non ce l’ha fatta (e questo non sorprende nessuno) ma, in compenso, la Lega ha sbaragliato Forza Italia, il suo candidato ha superato quota 30 e il Carroccio può legittimamente presentarsi come il nuovo partito antisistema, soppiantando il Movimento 5 Stelle.

Conoscendo il personaggio, tuttavia, sappiamo bene che non si preoccuperà minimamente della gravità di quanto è accaduto; al contrario, come ha già scritto su Twitter, si vanterà di aver strappato un’altra regione alla destra, di aver confermato la supremazia in Emilia, di continuare a tenere il PD oltre il 40 per cento e di aver ottenuto l’ennesima vittoria basata sul nulla, senza passione, senza militanza, senza rispetto per i valori e le tradizioni che un partito, inevitabilmente, porta con sé.

Il guaio è che a Renzi tutto questo non interessa: a lui basta vincere oggi, non costruire qualcosa per il futuro; gli basta poter piantare qualche altra bandierina, non far crescere una classe dirigente degna di questo nome; gli basta approvare qualche riforma, non preoccuparsi che siano davvero utili per l’Italia che verrà, per i giovani, per i precari, per i deboli, per quei “non garantiti” che pure, a chiacchiere, dice di voler rappresentare e sottrarre al regime di “apartheid” nel quale sono confinati. È lo stesso ritornello che abbiamo già ascoltato al momento dell’approvazione dell’Italicum alla Camera, del Decreto Poletti e dello stravolgimento della Costituzione al Senato: correre a prescindere, senza un orizzonte, senza una meta, senza una visione, senza un pensiero politico, senza un’ideologia, senza nulla di nulla che non sia una smisurata ambizione, una notevole sete di potere e un desiderio smodato di dominare, umiliando le minoranze, offendendo i sindacati, chiudendo le porte in faccia ai lavoratori che scioperano e manifestano e addirittura irridendoli sui social network, incurante dei loro sacrifici e delle loro sofferenze.

Peccato che poi arrivi la realtà e non sia più possibile scherzare; peccato che quando in Emilia sei elettori su dieci restano a casa, nessun commentatore sia più disposto a giustificare e mascherare il disastro dietro commenti di circostanza; peccato che il tracollo di Renzi sia evidente, al pari del giudizio negativo sull’esecutivo; e peccato che i lanci di uova ovunque il Premier si rechi continueranno perché, per quanto brutti a vedersi, agli occhi dei manifestanti, costituiscono l’unico modo per farsi sentire da un gruppo dirigente chiuso e asserragliato nel proprio fortino, intento a descrivere una realtà da Paese dei balocchi che non trova alcun riscontro nelle fabbriche che chiudono, nella crisi che morde, nelle città del Sud che si spopolano, negli atenei che perdono iscritti, nella dispersione scolastica che aumenta: è un mondo finto, al quale non crede, e probabilmente non ha mai creduto, neanche il Presidente del Consiglio, solo che gli serve ad alimentare la sua campagna elettorale permanente.

Ci auguriamo di cuore che qualcuno, prima o poi, gli faccia notare che un presidente di regione eletto da meno del 40 per cento degli elettori è, di fatto, delegittimato in partenza; che qualcuno gli faccia capire, se possibile, che fra coloro che hanno scelto l’astensione ci sono militanti ed iscritti storici, lavoratori con in tasca la tessera della CGIL o di qualunque altro sindacato che non ne possono più di essere additati come il male assoluto del Paese, segretari di circolo che si sono ritrovati la sede vuota e tanta gente perbene che, semplicemente, ha smesso di fidarsi di chiunque perché si sente tradita e presa in giro da una politica incapace di rispondere a una sola delle sue esigenze.

E ci auguriamo anche che qualcuno spieghi al pie’ veloce in declino il significato esatto delle parole di Landini, il quale non ha mai detto che il PD è votato da gente disonesta ma esattamente l’opposto, ossia che anche fra le persone oneste che hanno votato il PD a maggio c’è tanta gente esausta che non si riconosce più negli argomenti e nell’operato di quel partito.

Peccato che il nostro eroe sia stato ben attento a circondarsi di gente che gli dà sempre ragione, qualunque cosa dica o faccia, pronta a strumentalizzare qualunque scivolone verbale degli avversari, pronta a sostenere le teorie del capo caricando a testa bassa, incurante dell’evidenza, del buonsenso, delle obiezioni di chi non ha alcuna intenzione di consegnare l’Italia a Salvini ma non vuole nemmeno sottostare al ricatto: o i fascioleghisti o il renzismo liberista arrembante.

Peccato che l’opposizione sociale che è montata in questi anni continui ad essere ignorata, che anche il voto emiliano e calabrese sia già stato archiviato come un brillante successo, che il malcontento serpeggiante in ogni angolo del Paese venga trattato come polvere da spingere sotto il tappeto, che del dramma degli operai di Terni non ne parli più nessuno, come non si parla più dell’ILVA, della Sardegna allo stremo, del Nord-Est in cui chiudono decine di fabbriche al giorno, e che l’intero dibattito pubblico sia incentrato da mesi sulla prova di forza di un Premier allo sbando nei confronti di chiunque si azzardi a farglielo notare.

Ma si può governare così? Ma si può pensare di risolvere anche solo uno dei problemi del Paese con questi toni e questi comportamenti? Ma come ci si può illudere che la protesta non sfoci, prima o poi, ben che vada, in un voto alla destra peggiore, fascista, razzista, xenofoba ma quanto meno chiara e determinata nel perseguire la sua linea aberrante?

Renzi è un abile affabulatore che, dopo aver raggiunto l’apice alle Europee, potrebbe essere già entrato fatalmente nella fase discendente. L’auspicio è che un viale del tramonto, che sembra essere prossimo, non vada a coincidere con quello della comunità.

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