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Giornaliste uccise, quello che resta

 

C’è una guerra dimenticata. Che dura da tempo ed è cominciata molto prima dell’autoproclamato Califfato (a cavallo tra Siria e Iraq) e delle sue gole tagliate. È la guerra contro la stampa, che ha lasciato sul terreno oltre 45 giornalisti uccisi, nel mondo, dall’inizio del 2014. A morire per raccontare e informare, spesso, sono donne. Camille Lepage, fotogiornalista indipendente francese, è stata uccisa nella repubblica centroafricana, a maggio. Voleva testimoniare le atrocità della guerra civile, e ne è rimasta vittama lei stessa.

Anja Niedringhaus conosceva bene l’Afghanistan. Lo raccontava da anni e si apprestava a seguire le attese elezioni presidenziali del paese. «Quando vedevo il suo caschetto di capelli bianchi in mezzo alla folla, con in mano la sua macchina fotografica, allora capivo di essere nel posto giusto. Dove c’era lei, c’era la notizia»: così la ricorda Lucia Goracci, inviata di Rainews24. Ma la fotografa dell’Associated Press, premio Pulitzer, è diventata l’ennesima vittima di un paese al collasso ed è stata uccisa nella provincia di Khost, vicino al confine con il Pakistan. A sparare una guardia armata afgana. Solo poche settimane prima erano morti a Kabul il giornalista svedese Nils Horner e l’afghano Sardar Ahmad.

Era il 19 novembre del 2001 quando Maria Grazia Cutuli (nella foto), inviata del Corriere della Sera, stava percorrendo la strada che da Jalalabad porta a Kabul. Stava seguendo una notizia, la più importante dell’anno per un’inviata: la caduta del regime dei talebani. Un agguato, la fine. È stata giustiziata, insieme all’inviato di El Mundo Julio Fuentes e a due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari.

A volte però non serve partire, se la guerra ce l’hai in casa. Era in casa Regina Martinez Perez quando è stata uccisa, a Vera Cruz, in Messico, uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Nella sua ultima settimana, di lavoro e di vita, era immersa in un’inchiesta sui Los Zetas, un potente cartello del narcotraffico. Era il 28 aprile del 2012. Solo nel mese di maggio moriranno poi altri sei giornalisti. L’ultimo caso noto è quello di Gregorio Jimenez, sempre a Veracruz nel febbraio di quest’anno. La porta di casa sua, invece, Anna Politovskaya non l’ha più aperta. Era in ascensore quando un killer l’ha freddata con quattro proiettili, il 7 ottobre 2006, per le sue denunce sulle violenze in Cecenia. Lei e tanti altri suoi colleghi del giornale Novaya Gazeta erano in prima linea con inchieste scomode al potere ed hanno pagato con la vita la loro dedizione.

Dal 1992, secondo il Commitee to protect journalist (CPJ), sarebbero almeno 71 le reporter donne uccise. Ma a morire sul campo per raccontare la libertà non sono solo giornalisti ma anche tanti cameraman, netizens e citizen journalists. La libertà ha un prezzo che alcuni regimi non vogliono permettersi di pagare.

In questa guerra alla stampa, che non conosce razza, religione o sesso, il dato più inquietante è quello relativo all’impunità dei delitti. Chi negli ultimi anni ha ucciso un giornalista o un operatore della comunicazione è stato punito solo in un caso su dieci, secondo i dati raccolti dall’UNESCO. Una storia di impunità che purtroppo anche il nostro paese conosce bene. Basti pensare ai casi di Graziella De Palo o Ilaria Alpi. Nessun mandante è stato ancora trovato per la loro morte e spesso il colpevole designato dalla giustizia nasconde verità più complesse. Solo dopo 20 anni si è deciso finalmente di desecretare le carte dei servizi segreti relativi all’omicidio Di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto nel 1994 in Somalia. La giornalista del Tg3 stava indagando su traffici illegali di armi e rifiuti tossici. Una pista totalmente confermata dai documenti recentemente rivelati, che a pochi mesi dal delitto già sembravano indicare i possibili responsabili. Una pista che però si è poi insabbiata per anni nei meandri di una fitta rete di collusione e silenzi, con una giustizia lontana e a volte beffarda.

A questo punto verrebbe da chiedersi: può davvero valere la pena sacrificare la propria vita per una missione? Immaginava questa domanda anche Marie Colvin, la reporter statunitense uccisa in Siria il 22 febbraio 2012. In un discorso tenuto nel 2010 alla St. Bride’s church a Londra aveva risposto così: «Molti di voi ora si staranno chiedendo: vale davvero la pena? Possiamo davvero fare la differenza? Ho affrontato questa domanda quando sono stata ferita in un’imboscata, in Sri Lanka. La mia risposta oggi come allora è: si, ne vale la pena. All’epoca dei blog, di Twitter, di Internet, siamo in contatto costante. Ma il giornalismo di guerra è rimasto più o meno lo stesso: qualcuno deve andare lì e vedere cosa sta succedendo. La vera difficoltà è avere abbastanza fiducia nell’umanità da credere che i governi, l’esercito o l’uomo della strada avranno interesse a leggere quello che hai scritto, per la stampa, la televisione, o il web. Noi abbiamo questa fiducia. E pensiamo di poter fare la differenza».

Il video curato da Laura Aguzzi, Alessandra Borella, Michela Mancini

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