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A Kobane l’inferno dei nostri errori

 

Si parla di Kobane e dell’inferno che vi sta accadendo, e potrebbe accadervi in proporzioni ancora più drammatiche nei prossimi giorni, come di una nuova Srebrenica: il genocidio compiuto dal colonnello generale Ratko Mladić di cui fra meno di un anno ricorrerà il ventesimo anniversario e del quale non abbiamo ancora finito di vergognarci. Il paragone è atroce ma corretto. Anche in questo lembo del Kurdistan siriano, infatti, a pagare il prezzo più alto dei nostri errori e dei nostri calcoli meschini sono i civili, sfiniti, in fuga e privi di qualunque supporto, per il semplice motivo che della sorte dei kurdi, da sempre, non importa niente a nessuno. Non importa nulla ai turchi, ed è ben comprensibile il motivo, tanto che Hakan Cifci, esponente del Comitato per gli Affari esteri del Congresso nazionale kurdo, ha denunciato a “il manifesto”: “I peshmerga non riconoscono la rivoluzione di Rojava (il Kurdistan siriano). Nell’attacco a Sinjar, è stato dato ordine ai peshmerga di ritirarsi, non difendere i kurdi siriani, di non attaccare l’ISIS”. E ha aggiunto: il vero motivo per cui Turchia e Stati Uniti non sostengono la lotta disperata dei kurdi siriani è lo stretto legame che questi hanno con il PKK, il partito dei lavoratori kurdi, un movimento marxista che la NATO considera un’organizzazione terroristica. “Temono il PKK, un vero movimento rivoluzionario, perché vorrebbe creare una società democratica” spiega Cifci.

Ora, al di là dello strazio di una popolazione massacrata, è bene riflettere sulla complessità dello scenario che si presenta ai nostri occhi, con Erdogan che vuole contrastare l’ISIS, in ossequio ai rapporti privilegiati della Turchia con gli Stati Uniti, ma, al tempo stesso, vuole abbattere Assad e reprimere le velleità indipendentiste dei kurdi. Gli Stati Uniti, dal canto loro, detestano Assad, tanto che Obama un anno fa era sul punto di dichiarargli guerra, ma non possono farne a meno nella lotta contro i miliziani dell’ISIS, così come non possono fare a meno dei resistenti kurdi né delle basi aeree turche. L’Europa, tanto per cambiare, non ha una linea di politica estera ed è in preda alle solite contraddizioni: da una parte, vorrebbe far entrare la Turchia nell’Unione Europea; dall’altra, sostiene lo sforzo americano contro l’ISIS, anche alla luce del fatto che le truppe del califfo al-Baghdadi costituiscono una minaccia molto seria per la nostra sicurezza; infine, si sente vicina allo strazio dei resistenti kurdi che stanno subendo un vero e proprio martirio ad opera dei jihadisti dello Stato islamico.

In pratica, siamo al tutti contro tutti, con un’evidente difficoltà di intesa e di coordinamento e l’impossibilità di stringere accordi o alleanze sul posto, dato che sia la Siria che l’Iraq sono due polveriere nelle quali non si sa più chi comandi e quali siano gli schieramenti effettivi. Al che, sorge spontanea una domanda: quante colpe ha l’Occidente in tutto questo? E la risposta è: tante, infinite.

Perché la coalizione anglo-americana che andò a spodestare Saddam Hussein non poteva non sapere che marginalizzare l’intera comunità sunnita, come se fosse responsabile dei crimini del Raìs, avrebbe suscitato in questa minoranza combattiva una rabbia e un risentimento che oggi costituiscono il serbatoio principale da cui attinge la ferocia barbara e spietata di al-Baghdadi e dei suoi seguaci; allo stesso modo, l’Occidente non poteva non sapere che abbandonare a se stessa la comunità kurda solo perché invisa ai turchi, il cui territorio è funzionale tanto agli interessi europei quanto a quelli statunitensi, l’avrebbe trasformata nel ventre molle che i jihadisti non avrebbero esitato ad attaccare per puntare ai due bersagli grossi, ossia Baghdad e, successivamente, Damasco.

Non potevamo non saperlo ma non ce n’è importato nulla: né delle vite umane né dei diritti e della dignità di vari popoli né delle convenzioni e dei trattati internazionali che noi stessi abbiamo contribuito a redigere. Abbiamo sperato che la resistenza kurda potesse darci una mano nella guerra contro l’ISIS ma in cambio non le abbiamo dato niente, nemmeno delle armi adeguate a fronteggiare l’avanzata dei suoi miliziani armati fino ai denti, né ci siamo preoccupati di inviare delle truppe di interposizione sotto l’egida delle Nazioni Unite o di convocare, magari a Roma, capitale in questo semestre dell’Unione Europea, una conferenza di pace sul modello di quella che fu convocata nel 2006 dal governo Prodi per intervenire risolutivamente nel conflitto israelo-libanese.

Non abbiamo fatto nulla di tutto ciò, a dimostrazione della miopia e della pochezza morale e culturale delle nostre classi dirigenti. Quello che, purtroppo, non abbiamo ancora capito è che questa presunzione di essere i padroni del mondo ci si sta ritorcendo contro e che sarà sempre più così, almeno fino a quando non ci renderemo conto che non si può ridurre una popolazione alla fame e poi pretendere pure gratitudine e riconoscenza.

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