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Ritorno a Lampedusa, un anno dopo

 

Al varco internazionale sono passati con un po’ di soggezione. Il sorriso emozionato, l’aria circospetta perché non si sa mai, la vita ha insegnato ad aspettarsi sorprese, sempre. In mano il passaporto che viene esibito su richiesta di agenti di frontiera dall’aria annoiata. Si passa senza problemi e ci si avvia sorridendo verso il ritiro bagagli. Questo, per tutti loro, è il primo viaggio legale. Il primo viaggio da cittadini europei. I superstiti della strage di Lampedusa tornano a Lampedusa. Tornano un anno dopo per celebrare i loro compagni di viaggio che sono rimasti in Sicilia, sepolti in loculi anonimi sotto un numero progressivo da 1 a 368.

Tornano a celebrare i morti di quella strage di un anno fa con la consapevolezza di avere uno status diverso adesso. Sono cittadini svedesi, norvegesi, olandesi, tedeschi, qualcuno svizzero. Documenti in regola e niente da temere. Merawi ha 27 anni e un completo grigio. L’ha indossato spesso nelle fotografie che ha condiviso sul web. Fanus ha un nuovo taglio di capelli e un sorriso radioso. Tesfit ha la solita aria riservata, non è cambiato molto. Sono 43 in tutto a viaggiare alla rovescia, in direzione opposta a quella che hanno percorso a fatica, rischiando la vita, mettendosi nelle mani di scafisti di mare e di terra, aspettando mesi interi prima di riuscire a percorrere una porzione di viaggio verso il nord Europa. Ora vanno verso l’Italia in classe economica. Tornano indietro, ma sanno di poter andare e venire come vogliono, le frontiere non sono più una minaccia per la loro vita.

Credo che questa sia la cosa più importante da sottolineare in tutta questa storia tragica: le frontiere di per se non uccidono. Non sono un pericolo se ti è permesso di oltrepassarle legalmente con un passaporto e lo status di rifugiato, il diritto alla protezione internazionale. Diritto che è riconosciuto a chiunque scappi da un regime dittatoriale, da una guerra, da una persecuzione, ma anche da una calamità naturale con la protezione temporanea. È quel diritto che ad esempio Eritrei e Siriani, hanno riconosciuto quasi automaticamente nel nostro paese e in tutta Europa, ma per arrivarci devono attraversare il Mediterraneo e spesso morirci dentro.

La prima giornata della memoria e della accoglienza, anche se ancora non c’è una legge che la istituisce, il Comitato 3 ottobre (di cui mi onoro di fare parte assieme a Tareke Brhane, Vittorio Alessandro ed Elvira Terranova) ed il Comune di Lampedusa e Linosa, l’hanno promossa sotto questo slogan: Proteggere le persone, non i confini. Abbiamo messo in moto una raccolta fondi che ha consentito a 43 superstiti e familiari delle vittime di tornare a Lampedusa grazie alla generosità di molte associazioni umanitarie. E abbiamo insistito a lungo con le autorità fino a convincerle della necessità di scrivere un protocollo per il riconoscimento delle vittime del naufragio di Lampedusa, ma anche di tutti gli altri naufragi, attraverso il test del Dna. Le prime interviste, i primi test, verranno fatti proprio a quei familiari che viaggiano in economica grazie alla raccolta fondi del Comitato 3 ottobre. Abbiamo lavorato per un anno per arrivare alla prima giornata della memoria e della accoglienza. L’abbiamo fatto mentre continuavamo a contare i morti: dal 3 ottobre 2013 sono circa 3.200 morti, quasi dieci volte di più delle vittime del naufragio di un anno fa di fronte l’isola di Lampedusa.

I numeri fanno sempre impressione, ma non rendono mai l’idea, non mostrano l’anima o semplicemente il volto delle persone che abbiamo imparato a contare con facilità, sia morte che vive. Dal giorno in cui il mare ha deciso di mostrarci tutti i corpi dei naufraghi di Lampedusa, l’Italia ha affidato una portentosa missione di pace ad una macchina da guerra. Navi militari armate di cannoni e mitragliere hanno percorso il mediterraneo salvando la vita a migliaia di persone, 130 mila circa e il numero continua a crescere. Ma tra poco si fermerà quel numero perché si è deciso di fermare la macchina da guerra, la portentosa missione di soccorso in mare che ci ha reso orgogliosi di essere italiani, nell’indifferenza del resto d’Europa. Si torna indietro, a novembre si ricomincia come se nulla fosse stato. Il ministro dell’Interno annuncia la fine di Mare Nostrum e il ritorno al passato con il controllo delle frontiere, la “difesa” delle nostre frontiere la chiamano. Come se ci fosse un’aggressione, come se davvero dovessimo difenderci invece di avere il dovere di aiutare chi scappa da guerra, dittatura e persecuzione.

Anche Adal torna in Italia in questi giorni, ma per lui è normale. È cittadino svedese da un pezzo ormai. Era cittadino svedese anche quando suo fratello Abraham lo ha chiamato per chiedergli aiuto, per chiedergli soldi per partire su un barcone. Adal torna per cercare suo fratello, perché da quando è annegato di fronte l’isola di Lampedusa non lo ha più trovato. Non è riuscito a riconoscerlo tra i corpi che il mare ha voluto restituire. Adal ha votato per la prima volta in vita sua quest’anno e ora sa che la sua opinione ha un valore preciso. Torna a Lampedusa Adal, ma prima incontrerà Papa Francesco a cui chiederà di levare ancora la sua voce per fermare questa strage infinita. E poi sull’isola, incontrerà Martin Schulz, il presidente del parlamento europeo, e Federica Mogherini prossimo ministro degli esteri europeo con delega all’immigrazione, e il presidente della camera Laura Boldrini e il ministro dell’interno Angelino Alfano. A tutti loro ha una sola domanda da fare, vuole chiedergli: perché mio fratello Abraham ha dovuto attraversare il mediterraneo affidandosi ai trafficanti di uomini se aveva diritto alla protezione internazionale dal momento in cui è partito? Già, perché?

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