Emfa, la grande incompiuta

Chi ha ancora paura di Ilaria Alpi? /1 Non è andata a Bosaso per caso

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Il 24 ottobre 1993 Ilaria Alpi rientrava dalla sua sesta missione in Somalia. Trentatré anni dopo cominciamo a ricostruire, una tappa alla volta, i passaggi chiave di un caso che la magistratura non ha mai chiuso.

Il puzzle che non dovevamo completare

Ci mancano tanto Giorgio e Luciana. Con loro, e con la comunità di #NoiNonArchiviamo che negli anni si è allargata nella società, abbiamo “collezionato” quasi tutti i pezzi di un puzzle che in molti non volevano che completassimo. Per questo, fin dal giorno dell’esecuzione e anche prima, si è occultato, depistato, mentito e minacciato.

Fino a costruire un capro espiatorio: Hashi Omar Hassan, condannato in via definitiva a 26 anni di carcere sulla parola di un testimone falso. Dopo quasi diciassette anni di detenzione la Corte d’appello di Perugia lo ha riconosciuto innocente, e nelle motivazioni della revisione ricorre una parola: depistaggio. Alla sua storia dedicheremo una puntata.

Eppure già la sentenza che lo condannava aveva demolito ogni ipotesi di casualità e indicato un solo movente:

“…Si è trattato di un duplice omicidio volontario premeditato, accuratamente organizzato con largo impiego di uomini … ed eseguito con freddezza, ferocia, professionalità omicida. I motivi a delinquere dei mandanti ed esecutori sono stati, come dimostrato, di natura ignobile e criminale, essendo stato il duplice omicidio efferato al fine di occultare attività illecite”.

Un’esecuzione, dunque. Non una rapina finita male.

Aveva ragione Giorgio Alpi

Aveva ragione Giorgio Alpi, il papà di Ilaria. Lui e Luciana capirono da subito che c’era qualcosa che non andava. Lo strazio, il dolore troppo forte non impedirono loro di vedere e di denunciare.

Nella notte tra il 21 e il 22 marzo 1994, all’arrivo delle bare a Ciampino, non c’è nessuna autorità. I bagagli sono già stati violati: mancano i block notes di Ilaria e le videocassette registrate da Miran. Non c’è il certificato di morte redatto a bordo della nave Garibaldi. Il trasbordo dei corpi dalle bare di alluminio a quelle di legno avviene senza il magistrato, senza altre autorità, senza la famiglia.

Comincia lì, nelle prime ore, un depistaggio che proseguirà per anni, in forme diverse e con molti protagonisti. Lo racconteremo nel dettaglio.

Ilaria sapeva cosa cercare

Ilaria è andata in Somalia sette volte in poco più di un anno. I tempi delle sue missioni non sono casuali: raccontano il suo modo di lavorare, studiare, conoscere, capire, raccontare. E il suo intrecciare quanto accadeva in Italia e in Somalia, la “nostra ventunesima regione”, perché aveva intuito fin dal primo viaggio che le due storie erano collegate.

  1. 20 dicembre 1992 – 10 gennaio 1993, al seguito del contingente italiano
  2. 29 aprile – 6 maggio 1993
  3. 13 giugno – 2 luglio 1993
  4. 10 luglio – 1° agosto 1993
  5. 4 – 17 settembre 1993
  6. 11 – 24 ottobre 1993
  7. 11 – 20 marzo 1994, con Miran Hrovatin: l’ultima

Ilaria sapeva fin dalla prima missione perché andava in Somalia e che cosa cercare. Nel 1990 il gruppo della Sinistra Indipendente (eletti nelle liste del P.C.I.) aveva cominciato a pubblicare una serie di dossier sulla “mala cooperazione” italiana con i paesi in via di sviluppo: un’altra tangentopoli. Uno di questi, curato da Ettore Masina e pubblicato nel febbraio 1991, è dedicato interamente alla Somalia. Abbiamo verificato che Ilaria lo custodiva nella sua scrivania, tra la copiosa documentazione che conservava in ufficio a Saxa Rubra. Nella premessa si legge:

“L’analisi degli interventi di Cooperazione Italiana in Somalia […] conduce ad alcuni drammatici ‘peccati capitali’. […] La Cooperazione ha subito pesantemente la logica di interessi particolari espressi in Italia da aziende, lobby e gruppi di pressione, che niente avevano a che fare con i bisogni reali della Somalia. […] Dieci anni di cooperazione sbagliata hanno contribuito gravemente al processo di deterioramento del paese, sfociato negli ultimi drammatici eventi. Si è impedita qualsiasi forma di organizzazione della società, insomma si è costruito il disastro finale.”

Tra quei “peccati capitali” ci sono quelli di cui Ilaria si occuperà nelle sue missioni. Il dossier indica come intervento più cospicuo la strada Garoe–Bosaso, 260 miliardi di lire per un nastro d’asfalto in una regione di pastori nomadi. E poi il porto di Bosaso, “assolutamente sproporzionato”, e il Progetto Pesca Oceanica, “quello dei pescherecci della Shifco, Mugne”: circa 100 miliardi.

Shifco e Mugne sono due nomi che ritroviamo scritti sul block notes di Ilaria, custodito anch’esso nel suo ufficio a Saxa Rubra. Insieme alla nota più conosciuta, ripresa tale e quale da una pagina del dossier: “1.400 miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?”. Negli appunti ci sono anche la strada Garoe–Bosaso, il sultano di Bosaso, il peschereccio Farah Omar.

Sono i luoghi e i nomi del suo ultimo viaggio. Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran arrivano a Bosaso: intervistano il sultano, cercano di salire sul peschereccio della Shifco trattenuto in rada, raggiungono Gardo, lungo la strada Garoe–Bosaso. Sei giorni dopo, a Mogadiscio, vengono uccisi. C’è chi ha sostenuto che Ilaria fosse finita a Bosaso per caso. I suoi appunti dicono il contrario.

Una tappa alla settimana

Questo è il primo passo di un percorso. Ogni settimana, qui su Articolo21, ricostruiremo i passaggi chiave del caso Alpi-Hrovatin: le missioni e le domande di Ilaria, l’ultimo viaggio a Bosaso, ciò che accadde dopo il 20 marzo, il capro espiatorio, le Commissioni d’inchiesta, le richieste di archiviazione. Lo faremo con i documenti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che resta da chiarire.

Non è un esercizio di memoria. Il procedimento è ancora aperto a Roma: la Procura ha chiesto tre volte di archiviarlo e tre volte i giudici hanno detto no, indicando che cosa restava da approfondire. Quelle indicazioni attendono ancora risposta.

Trentatré anni dopo, la domanda è sempre la stessa: chi ha ancora paura di Ilaria Alpi? Seguiteci, una settimana dopo l’altra. Per Ilaria e per Miran, noi non archiviamo.


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