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I lati oscuri delle stragi di mafia

 

Due vicende, che riguardano tutte e due Cosa Nostra, stanno arrivando vicino a una conclusione e mettono in luce particolari e personaggi di notevole interesse per chi si propone di ricostruire nel tempo i rapporti tra mafia e politica nella storia repubblicana. La prima riguarda un sicario di cui parleremo in seguito e la cui storia è da qualche tempo davanti alle indagini di più procure della repubblica nell’isola come nel continente e può provocare conseguenze di grande rilievo. La seconda riguarda un assassinio finora irrisolto che attiene all’omicidio di Vincenzo e Augusta Agostino avvenuto il 5 agosto 1969 su cui si sono esercitati a lungo grandi depistaggi.  Parliamo anzitutto dell’ex poliziotto calabrese di Montauro in provincia di Catanzaro,  Giovanni Ajello, 67 anni, conosciuto come faccia di mostro, e che oggi- agli occhi dei magistrati di Caltanissetta e di altri uffici giudiziari interessati-  appare come un sicario di Cosa Nostra che avrebbe ucciso a Palermo il poliziotto Ninni Cassarà, il poliziotto Roberto Antiochia e i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le loro scorte  nel periodo tragico delle grandi stragi di mafia.

Indagano sul ruolo che Ajello avrebbe avuto mettendo bombe sui treni, uccidendo un bambino a Palermo ,di aver fornito telecomandi per le stragi di aver messo bombe sui treni e dentro le caserme. Su di lui indagano non soltanto le procure di Catania, Reggio Calabria, Caltanissetta e Palermo e ma anche le agenzie dello Stato che seguono  le azioni delle mafie e del terrorismo. Si tratta, con ogni probabilità ,di un uomo dei servizi di sicurezza ,in servizio fino al 1977 specializzato in lavori “sporchi”. Dopo la fine del servizio è diventato un fantasma ma dal 10 agosto 2009 è iscritto nel registro degli indagati  “in riferimento dell’attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone e le stragi di Capaci e di via d’Amelio.” Dopo una prima archiviazione, disposta il 23 novembre 2012 per le prime accuse, ora è sotto inchiesta per una dozzina di delitti eccellenti in Sicilia e per alcuni massacri, inclusi attentati ai treni e postazioni militari in accordo con uomini di estrema destra coinvolti nel terrorismo “nero” degli anni Settanta.  Gli accusatori di Ajello sono quattro e convergono sulle responsabilità dell’ex agente dei servizi. Il primo è Vito Lo Forte, picciotto palermitano del clan Galatolo. E ha dichiarato :”Ho saputo che ci ha fatto avere i telecomandi per l’Addaura , che era coinvolto nell’omicidio degli Agostino e che era un terrorista di destra amico di  Pierluigi Concutelli e che ha fornito anche il telecomando per via d’Amelio. Il secondo accusatore è Francesco Marullo,consulente finanziario che frequentava  Lo Forte e il sottofondo mafioso dell’Acquasanta a Palermo:” Ho incontrato l’umo sfregiato nello studio di un avvocato palermitano legato a Concutelli.. Un fanatico di estrema destra.” Il terzo che punta il dito è Consolato Villani ‘ndran ghetista della cosca di Antonino Lo Giudice,boss di Reggio Calabria: “Una volta lo vidi…

Mi colpì per la particolare bruttezza con una sorta di malformazione alla mandibola.. Con lui c’era una donna, aveva capelli lunghi ed era vestita con una certa eleganza. Lo Giudice   aggiunse anche che questi soggetti facevano parte del gruppo di fuoco riservato dei Laudani e avevano commesso anche degli omicidi eclatanti, tra cui quelli di un bambino e di un poliziotto e che erano implicati nella strage di Capaci.” Il quarto accusatore fa parte della cosca dei Laudani e dice che ha sentito parlare di “faccia di mostro” ma non l’ha mai incontrato .Infine la figlia ribelle di questo ultimo mafioso ha detto: “E’ lui l’uomo che veniva utilizzato per affari molto riservati .Me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino.” A questo punto nelle indagini dei magistrati dovranno partire i riscontri per verificare se le confessioni dei pentiti rispondono alle precise circostanze dei vari episodi ma lo scenario che sembra emergere dal processo in corso può far dire almeno una cosa: “se  Cosa Nostra ha organizzato quella fase definita a suo tempo coma “la grande offensiva del terrorismo mafioso”  il sicario faccia di mostro rispondeva proprio alle caratteristiche richieste per quei misteriosi e ancora non del tutto chiariti affari: non un mafioso ma un uomo dei servizi, tecnicamente esperto e in grado di sparire immediatamente dopo l’accaduto. Meglio di così!  

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