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Ecuador, l’insanabile conflitto tra Correa e la stampa di opposizione (1°parte)

 

da QUITO (ECUADOR) – Rafael Vicente Correa Delgado, rieletto, il 17 febbraio del 2013, Presidente dell’Ecuador, è già al secondo anno del suo terzo mandato. Febbraio è sempre tempo di elezioni in Ecuador; il 23, del 2014, si è votato per il rinnovo dei Concejos Municipales (giunte comunali) e i nuovi Alcaldes (sindaci). L’Alianza Pais (il Partito di Correa), ha perso i municipi più importanti, cominciando da Quito, la Capitale, dove lo sfidante, Mauricio Rodas, del Partido Oficialista, è subentrato al sindaco governativo Augusto Barrera; poi Guayaquil, la città più popolata del Paese, e infine Cuenca, patrimonio storico della Sierra. Percentuali pesanti: 58% contro 38% a Quito, 63% contro 36% a Guayaquil. Anche l’ultimo Paradiso Terrestre, l’arcipelago delle Galàpagos, che, nonostante la lontananza dalla terraferma, appartiene alla Repubblica dell’Ecuador, rimane fuori dal controllo governativo. Il Municipio di Santa Cruz, l’isola più popolata, conferma ancora una volta il suo Alcalde storico, Leopoldo Bucheli, sullo sfidante di Alianza Pais, 43% contro 21%; il partito di governo perde anche anche San Cristòbal, capitale dell’arcipelago, e Isabela, la terza isola. Un ruolo cruciale, in questa tornata elettorale, giocato dai media; in prima fila, i quotidiani El Universo y El Comercio, per i quali Correa è la nemesi da abbattere. Gli editoriali di Torres e Verdesoto, alla vigilia delle votazioni, attribuirono al Presidente dichiarazioni antidemocratiche, mettendo in risalto la terminologia barricadiera alla quale Correa sarebbe ricorso, definendo gli avversari los enemigos, e invitando gli elettori a non votare, piuttosto che farlo a favore de gli sfidanti.

Le testate accusarono il Presidente, di essere intervenuto “a gamba tesa” per Barrera a Quito, favorendo, suo malgrado, la vittoria di Rodas, risultato “più simpatico” durante la contesa con il sindaco uscente, visto da molti come un subordinato di partito. “Una nazione è in pericolo, quando il Presidente parla di continuo, e si crede la persona più importante del Paese” chiosarono gli editorialisti, portando il conflitto su scala nazionale, e allargando gli orizzonti di una competizione municipale, quale in realtà fu la campagna di Febbraio 2014.
All’inaugurazione della giornata elettorale, El Presidente ricorda che questa è la decima volta dal 2007 che i cittadini ecuadoriani accedono alle urne, aggiungendo: “dobbiamo essere orgogliosi, della nostra solida e vibrante democrazia”.

Il suo appello finale agli elettori: “Quito è il cuore della rivoluzione, e qua si gioca il futuro del nostro progetto, contro il pericolo di restaurazione da parte dell’estrema destra”.  L’odio della stampa nei confronti di Correa, ha radici nel passato recente della storia del Paese; l’Ecuador, dopo il collasso economico del castrismo cubano, e le rivolte che hanno insanguinato il Venezuela dopo la morte di Chàvez, è rimasto l’ultimo baluardo, esente da conflitti interni, del socialismo in America Latina, che Correa interpreta a modo suo.

Gli Stati Uniti rimangono per ora alla finestra, sperando che anche questo ceda nel tempo. L’Ecuador, con i suoi vasti giacimenti petroliferi, per ora divisi tra uso interno e l’estrazione dei cinesi, fa gola ai nord americani. In queste tappe, cercheremo di analizzare le cause del conflitto stampa/Correa, e le sue riforme, che hanno cambiato, in meglio, le sorti del Paese (F.B.)

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Scrivere sulle vicende dell’America Latina per un europeo, è compito ingrato, un po’ come camminare sulle uova, un paragone che mi ossessiona costantemente.
Tutto quello che succede, è viscerale, l’obiettività, una chimera presuntuosa, perché anche quello che vedo, può essere un inganno.
Non mi rimane che riportare le differenti versioni dei fatti che si susseguono.

Correa frente a La Prensa

 Il 24 Gennaio del 2014, la CIDH (Comisiòn Interamericana de Derehos Humanos) pubblica un rapporto che commenta negativamente la sentenza di condanna nei confronti di José Jiménez, Carlos Figueroa (sindacalisti) e il giornalista del blog Plan V, Fernando Villavicencio.
I tre sono giudicati colpevoli dalla Corte Nazionale Ecuadoriana di calunnia giudiziaria, nei confronti del Presidente Rafael Correa Delgado.
Inoltre, secondo una nota postata su Twitter dallo stesso Correa, il giornalista sarebbe anche reo d’intrusione hacker nell’email personale del Presidente.

Condanne dure; Figueroa a 6 mesi di carcere, Jiménez e Villavicencio a un anno e mezzo. Inoltre dovranno corrispondere, come penale, una multa equivalente allo stipendio mensile del Capo di Stato, moltiplicato per i mesi che intercorrono dalla data della presunta calunnia (4 agosto 2011) a quella della sentenza finale. Circa due anni e mezzo di salario presidenziale.Quel 4 agosto del 2011, i tre presentarono una denuncia congiunta per “delitto di lesa umanità” nei confronti del popolo ecuadoriano, e di “incitamento al caos politico e discordia civile” a carico di Rafael Correa.

L’accusa non è nuova; difatti fu rivolta in precedenza, sempre nei confronti del Presidente, e con le stesse motivazioni, da Emilio Palacio, direttore responsabile del quotidiano El Universo, il principale organo di stampa dell’opposizione, il 6 febbraio del 2011, in merito ai fatti del 30 settembre 2010, conosciuti in codice come caso 30S.

La crisi fu catalogata dalla stampa estera, come tentativo di golpe nei confronti del Presidente ecuadoriano. Tutto iniziò quel giorno, con una violenta protesta da parte della Polizia Nazionale, che si opponeva alla legge promulgata il mese precedente, la quale sanciva che Esercito, Polizia e Aviazione Civile cessassero di essere organismi a sé stanti, per passare sotto il diretto controllo del Ministero della Pubblica Istruzione, essendo parte del servizio pubblico. Lo scopo principale, quello di prevenire colpi di mano da parte dei vertici militari, (caratteristica tristemente nota nell’America Latina) e adeguare gli incentivi salariali alla media nazionale, senza eccesso di ore lavorative e con ferie regolari. La protesta della polizia si estese a un punto tale, che sia il Parlamento, così come l’aeroporto internazionale Mariscal Sucre, furono occupati da reparti della polizia e dell’Aviazione, mentre l’Esercito si schierò in gran parte con Correa. Un Correa menomato da un precedente intervento al ginocchio, intervenne in prima persona, quando i tumulti iniziarono; stordito da una granata di gas lacrimogeno, cadde, battendo sulla rotula operata.

A questo punto, le versioni discordano; secondo i suoi compagni di partito, venne sequestrato dai rivoltosi e trascinato nell’ospedale dello stesso corpo di polizia; mentre, secondo l’opposizione, fu lui stesso a volersi rifugiare nel pronto soccorso del nosocomio, essendo dolorante e in stato confusionale. Difficile stabilire se egli fosse realmente prigioniero, perché comunque riuscì ad allertare la sede centrale de l’Alianza Pais, il suo Partito, il quale organizzò subito una mobilitazione studentesca; la polizia intervenne pesantemente, e due studenti rimasero uccisi nei disordini.

Nel frattempo, si mise in moto la Cadena Nacional, un circuito mediatico che per legge obbliga tutte le emittenti, in caso di emergenza, a collegarsi sul canale di Stato e trasmettere a reti unificate. Verso le nove di sera, reparti dell’Esercito si diressero verso l’ospedale, ingaggiando un aspro conflitto a fuoco, che lasciò sul terreno 3 militari e 4 poliziotti, prima di “liberare” Correa. Dopo una giornata di tumulti, vi furono in totale nove vittime, e circa 270 feriti, di cui molti gravi.

Le accuse fioccarono da entrambi i fronti; le testate più importanti della Capitale, quali El Universo y El Comercio, scrissero che Correa aveva approfittato dei disordini, per inscenare un colpo di Stato, e riacquistare una popolarità vacillante alla fine del primo mandato presidenziale, iniziato nel 2007.

La versione dei media, che egli abbia autorizzato a sparare su un ospedale pieno di civili inermi, appare però poco credibile, almeno in virtù del fatto che fosse rinchiuso là dentro, durante gli scontri a fuoco.

Sempre riguardo questo presunto golpe, è ironico annotare che furono proprio le testate estere più attendibili, ad adottare la versione presidenziale del tentato colpo di stato: il New York Times, e le spagnole El Correo y El Pais. In particolare quest’ultima, riferì addirittura di voci degli insorgenti che avrebbero progettato l’eliminazione di Correa durante le ore cruciali del suo ricovero (o sequestro che fosse stato). L’accusa dell’opposizione si concretizzò in denunce, per “crimini contro l’umanità”, presentate prima da Palacio e, successivamente, da Figueroa, Jiménez e Villavicencio. Già nel luglio del 2011, le prime condanne per calunnia, tre anni di carcere per Palacio e i fratelli Pérez, gli azionisti di El Universo, più 30 milioni di ammenda. Fino al pubblico perdono di Correa, che annullò la sentenza con la seguente motivazione: “Perdono, ma non dimentico, con l’auspicio che, la libertà di stampa, diventi un diritto per tutti, e non un privilegio per un’oligarchia che si fa scudo di essa”.

Un perdono che per il momento non riguarda i condannati del 2014.

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A leggere tra le righe di quella sanguinosa giornata, oltre a registrare l’insanabile conflitto tra Correa e la stampa di opposizione, non si può far a meno di annotare una pessima gestione della crisi, che in quel 30 settembre 2010, coinvolse tutti; il Presidente, claudicante, e in stato confusionale, le Forze di Sicurezza Nazionale, divise dalla nuova legge, e una stampa che non seppe resistere alla tentazione di regolare una partita in sospeso con il suo antagonista più autorevole; in equilibrio sulle mie fragili uova, azzardo che, a mio parere, non ci fu premeditazione da nessuna delle parti in causa, ma solo la mancanza di autocontrollo, che avrebbe risparmiato perdite umane. E qui mi fermo, prima che i gusci scricchiolino.  (1-continua)

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