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Pompei, il caso di Diego Marmo, accusatore di Enzo Tortora, oggi assessore alla Legalità

 

 Che il suo sacrificio non fosse bastato a spingere a fare mea culpa la magistratura né il paese intero si era capito da tempo. Che la sua reputazione fosse stata infangata con le sole testimonianze di ex galeotti sanguinari e palesemente inaffidabili era chiaro a tutti sin dall’inizio. Eppure lui doveva essere il capro espiatorio. Colui il cui nome, tanto famoso, avrebbe fatto comodo a parecchi cosiddetti collaboratori di giustizia per ottenere i tanto ambiti benefici dovuti al loro status. Ebbene, oggi, a ventisei anni di distanza dalla sua morte la memoria di Enzo Tortora(nella foto) viene nuovamente offesa. Da cosa? Dal fatto che nella giunta del Comune di Pompei sieda da qualche giorno uno dei pm che negli anni ottanta decretarono la fine di un uomo, prima ancora che di un professionista. Si chiama Diego Marmo, perché i nomi è sempre opportuno ricordarli. Ex procuratore capo di Torre Annunziata, già procuratore aggiunto a Napoli, Marmo oggi è in pensione, dopo una lunga carriera in magistratura. Fu lui, insieme ad altri suoi colleghi, nel maxiprocesso alla Nco di Cutolo ad imputare a Tortora di essere colluso con la camorra: “Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra”, urla Marmo al legale di Tortora durante l’udienza del 26 aprile 1985, in seguito all’elezione del conduttore e giornalista al Parlamento europeo.

Nel 1986 l’indimenticato presentatore di “Portobello” fu assolto con formula piena dalla Corte di Appello di Napoli. Eppure resta una macchia indelebile in questa brutta pagina di storia italiana. Qualcuno (più di qualcuno per la verità, ma le cronache giudiziarie parlano chiaro) sbagliò a mettere Tortora alla gogna. Non solo i camorristi come Gianni Melluso che, dopo la sua morte, ebbero l’ardire di chiedere scusa alla famiglia Tortora. Come se bastasse chiedere scusa per aver distrutto la vita di un uomo e di un professionista serio. Ma a sbagliare fu soprattutto chi indossa una toga che, in un paese civile, dovrebbe essere garanzia di giustizia. Eppure nessuno è mai stato giudicato per aver sbagliato. Anzi. Molti sono stati premiati con avanzamenti di carriera e nei palazzi di giustizia e in quelli istituzionali.

La nomina di Marmo a neo assessore alla Legalità di Pompei è già un caso. E ha prontamente scatenato polemiche, come c’era da aspettarsi. In primis a Napoli, che fu teatro di quella trama che si cominciò a ordire, malefica, intorno alla figura di un “uomo perbene” come Tortora.

“Noi ci vergogniamo come campani – vanno giù duro Francesco Emilio Borrelli dei Verdi e Gianni Simioli della Radiazza – di questa scelta che offende a nostro avviso ancora una volta la memoria e la famiglia di Tortora. Uno dei protagonisti di una pagina non edificante della storia del nostro paese diventa adesso addirittura assessore a Pompei, con una scelta che noi riteniamo inopportuna e sbagliata. Per questo chiediamo noi scusa ai familiari di Tortora a nome dei campani per l’ennesimo “schiaffo” che non meritavano e invitiamo il sindaco di Pompei a revocare subito quella delega. Altrimenti organizzeremo un flash mob di protesta sotto alla sede del Comune”. E dice la sua anche Geppy Rippa, ex deputato dei Radicali, che fu in prima linea nella battaglia per dimostrare l’innocenza di Tortora: “Ho appreso della vicenda e sono rimasto senza parole. Credo sia giusto per tutti partecipare ad una protesta che metta in discussione una scelta davvero incomprensibile e faccia emergere di nuovo le storture di una certa giustizia”. Forse perché la giustizia, in questo paese, non è sempre giusta. Specie verso chi dovrebbe garantirne il rispetto.

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