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Ortofrutta, droga e rifiuti: gli accordi dei clan su Fondi

 

di Elena Ganelli

L’ultimo allarme in ordine di tempo lo hanno lanciato appena qualche settimana fa la Direzione nazionale antimafia e il presidente della Corte d’Appello di Roma Santacroce nella relazione di apertura dell’anno giudiziario. Nel quadro del territorio laziale la provincia di Latina é l’area all’interno della quale il livello criminale e l’indice di penetrazione della criminalità si sono visibilmente innalzati. I dati della Dna, che parla di una situazione “preoccupante al limite di un precipizio”, segnalano infatti pesanti infiltrazioni di clan soprattutto di matrice camorristica sul territorio pontino, in particolare nei centri del suo litorale i cui interessi negli ultimi decenni si sono indirizzati sulle attività commerciali. Fondi, sede del Mof, uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Europa in questo scenario assume un ruolo chiave nello scacchiere della criminalità   come spiega proprio Santacroce nella sua relazione sottolineando che lì “operano gruppi calabresi e siciliani”. E’ così che il piccolo comune del basso Lazio, meno di 40mila abitanti, continua ad essere sotto i riflettori anche dopo che si è attenuata l’eco delle operazioni di polizia e delle inchieste che negli ultimi anni ne hanno fatto un caso nazionale.

La presenza delle organizzazioni, del resto, era stata sancita meno di un anno fa dalla prima sezione della Corte di Appello che, chiamata a decidere sulle richieste di condanna degli imputati del processo Damasco II, aveva condannato Carmelo e Venanzio Tripodo a dieci anni, Aldo Trani a nove, Franco Peppe a sei, Riccardo Izzi a cinque anni e otto mesi, Antonio D’Errigo a cinque anni e mezzo per reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso a reati contro la pubblica amministrazione e favoreggiamento. C’era sempre il Mof al centro dell’indagine nell’ambito della quale tre anni fa erano finite in carcere nove persone – tra le quali Gaetano Riina, il fratello di Totò – e che avevano svelato l’esistenza di un accordo tra camorra e cosa nostra da cui entrambe traevano vantaggio: per i casalesi e i loro alleati partenopei la gestione monopolistica di tutti i trasporti dei prodotti ortofrutticoli e per i siciliani il libero accesso dei loro prodotti nei mercati interessati. Perché il piccolo Comune pontino sembra essere un territorio fondamentale per i clan e il mercato ortofrutticolo uno snodo attraverso il quale far transitare non soltanto frutta e verdura ma anche droga, armi e rifiuti tossici secondo le rivelazioni di un pentito riportate nel libro inchiesta “Grande Raccordo Criminale” di FlorianaBulfon e Pietro Orsatti appena uscito nelle librerie. E’ quel pentito, ex appartenente alla ‘ndrangheta, a raccontare come Fondi fosse diventata una sorta di laboratorio nel quale diverse organizzazioni criminali lavoravano insieme e gestivano il controllo del Mof, il traffico di droga e quello dei rifiuti, il vero business degli ultimi decenni per i clan. Un patto che poi è diventato una sorta di modello per altre realtà in cui c’era l’esigenza di “spartirsi” gli affari.

Oggi quella struttura naviga in pessime acque, oggetto di un’inchiesta aperta di recente dalla Corte dei Conti sulla gestione economico-finanziaria e sulle spese esagerate e le movimentazioni finanziarie di alcune società collegate al Mof ma ciò non compromette il ruolo di Fondi nella geografia criminale: quella che qualcuno ha definito “la porta del sud verso la capitale” sembra essere tuttora aperta.

Da liberainformazione

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