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Via dall’ergastolo bianco

 

“Sono qui da…20 anni e due mesi …” no, dice lo psichiatra, sono meno anni … “si- ribatte con gli occhi persi e la bocca impastata- è come dice il dottore …” Così Andrea, ad Aversa, così Giuseppe a Barcellona Pozzo di Gotto che non ricorda quanti anni ha, così Carmine a Reggio Emilia, che non sa più perché è entrato in quel posto dal quale non sa quando e se uscirà. Questo è il tempo degli OPG.

Un non tempo, speso trascinando i piedi in corridoi spogli e con una cicca in bocca, consumato sdraiati bocconi su letti dalle spalliere arrugginite aspettando che lo psicofarmaco abbassi la sua pressione opaca sul cervello.
Un non tempo che doveva finire il 31 marzo del 2014, ma che non finirà. L’ergastolo bianco di tanti internati negli ospedali psichiatrici giudiziari continuerà. A dirlo è l’ultima relazione congiunta dei ministeri della Salute e di Giustizia al Parlamento. Le regioni non sono pronte per il progetto della chiusura degli OPG, dice la relazione. Il progetto che vorrebbe strutture alternative sui territori regionali non è attuabile se non fra molti mesi. Almeno 24 mesi per il Piemonte, fino a 32 per val D’Aosta e Lombardia.

Continuerà la “stecca”, come l’ha chiamata Salvo che di anni di galera ne ha fatti 20, ma i peggiori sono stati, dice, quelli chiuso nell’OPG di sant’Eframo a Napoli. “Ho visto un contenitore di disperazione e tanti compagni portati via avvolti in lenzuoli bianchi. Un inferno dantesco … gente che girava intontita dagli psicofarmaci … non è più galera, è un’altra cosa … nell’OPG ti senti abbandonato, pensi che il mondo ti abbia dimenticato e che da quell’incubo non uscirai mai più”.

Ancora circa 1000 le persone chiuse nei sei OPG ( Castiglione delle Stiviere, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli Secondigliano, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto). Un numero non semplice da conteggiare perché, ci spiega padre Pippo Insana presidente dell’associazione Casa accoglienza e solidarietà di Barcellona P. G. e membro regionale del comitato Stop OPG, se è vero che in molti, in questi ultimi tre anni, sono usciti, tanti altri continuano ad entrare perché non ci sono alternative. Non solo. C’è da ricordare che negli OPG non entrano soltanto i soggetti prosciolti dal magistrato perché considerati infermi di mente. La maggior parte dei soggetti che oggi arrivano in questi istituti , provengono dalle carceri: non sono stati prosciolti, stanno scontando la loro pena, ma durante il periodo di detenzione hanno avuto problemi psichiatrici. Proprio come Salvo che tentava il suicidio e si autolesionava … Le carceri sono drammaticamente sovraffollate, dunque trattare detenuti problematici è praticamente impossibile. E siccome negli ultimi anni negli OPG è aumentato il numero del personale di assistenza, il magistrato si trova nella condizione di facilitare il trasferimento di chi, in carcere, non potrebbe mai essere sostenuto.. Questo è un altro dei punti dolenti: la nuova normativa prevede la creazione dei reparti psichiatrici negli istituti di pena, proprio dedicati a chi è stato condannato e presenta problemi durante la detenzione. Ma di reparti psichiatrici in carcere, ad oggi, ce ne sono pochissimi.

Insomma, un problema complesso da affrontare e che richiede almeno altri due, tre anni di tempo, secondo la relazione dei ministeri salute e giustizia, perché le regioni si adeguino e preparino il territorio ad accogliere.

Insomma, la legge prevede:
1) La creazione di reparti psichiatrici all’interno delle carceri
2) Per coloro che verranno considerati “pronti” i Dipartimenti di Salute Mentale disporranno servizi diurni di cura e riabilitazione e comunità terapeutiche e di lavoro .
3) Per i malati che invece sono considerati “a pericolosità sociale”, alla cura e alla riabilitazione provvederanno strutture chiuse fino a quando sarà necessario.

Detto così sembra tutto molto semplice e razionale. In realtà molte le contraddizioni e i problemi.
“Troppo denaro viene investito in queste case di cura chiuse- dice Padre Pippo – così non risolviamo niente. Occorre finanziare di più le comunità, o le strutture aperte come quella che gestiamo qui in collaborazione con l’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona PG. Vivere in una casa insieme ad altri , fare piccoli lavori, andare a fare la spesa, avere a che fare con le persone, se pure in modo controllato dagli operatori … il tutto in un clima di famiglia … questo è il modo per preparare al reinserimento … Le regioni devono attrezzarsi per accogliere i soggetti che non sono più pericolosi.”

Ma anche sul concetto di pericolosità sociale è opportuno dire due parole. Non vi è alcuna certezza rispetto ai parametri valutativi su cui poggiarlo. Nessun articolo del codice penale, infatti, è legato in modo specifico a questo concetto. Esiste ad esempio un articolo che mette una relazione fra la pericolosità sociale e la possibilità di reiterazione del reato, ma questo può significare anche soltanto l’esistenza di una famiglia con parenti che delinquono … e’ chiaro dunque che si tratta di criteri extrasanitari …
Ma a parte questa ennesima contraddizione, ammessa la possibilità di essere inseriti in una comunità aperta, Il problema può essere rappresentato proprio dal territorio: banalmente, in un condominio, come viene accolto chi ha commesso crimini anche gravi e che può far paura? E che futuro possono avere queste persone?

“Non vogliamo illuderci, – dice padre Pippo – ma sicuramente questi soggetti possono vivere in ambienti diversi dall’OPG e avere possibilità . Nel nostro quartiere appena siamo arrivati, in molti erano sospettosi. Ma il vivere insieme, incontrarsi per le scale o a far la spesa, scambiare quattro chiacchiere, fa sì che si creino rapporti.
Qualche tempo fa ad esempio, avevamo nella nostra struttura un ragazzo di Bergamo, … la mattina in cui è partito per tornare nella sua città, alle quattro del mattino, abbiamo trovato le famiglie del palazzo ad aspettarci sul pianerottolo perché lo volevano salutare … “

Un’accoglienza, dunque, sì, è possibile, ma il recupero? “Un ragazzo – racconta ancora padre Pippo – era con misura di sicurezza provvisoria internato nell’OPG . Neanche I genitori non volevano più saperne nulla.

Siamo riusciti a fargli avere la libertà vigilata ed è venuto a stare da noi nella nostra struttura aperta. Pian piano è riuscito a star meglio e adesso vive nella sua azienda agricola, produce e vende olio, ha avuto un bimbo dalla sua compagna … un passato drammatico ma ce l’ha fatta. Non sarà possibile per tutti, certo, ma almeno un’opportunità dobbiamo darla, penso a quell’internato che sta dentro per aver rubato, all’epoca, settemila lire.

Proroga su proroga. E sta dentro da 14 anni …”

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