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RICCARDO IACONA: “Dentro la pancia del Paese”

 

“Non sono mesi facili quelli che ci aspettano, da tutti i punti di vista, economico e politico, soprattutto. Perché questo è il “fattore Italia”, la nostra specificità: alla crisi economica si aggiunge una drammatica crisi della rappresentanza democratica e l’una impedisce che si affronti l’altra. Ma continuiamo a usare questo termine “crisi” e sbagliamo, come se fosse una malattia che abbiamo preso da fuori e dalla quale prima o poi usciremo”. Così Riccardo Iacona, autore e conduttore di “Presa Diretta” intervistato dal Radiocorriere Tv, ci introduce nel contesto storico che fa da sfondo alla nuova serie del programma in onda, tutti i lunedì, in prima serata su Rai3, per 12 puntate.

Come slogan unificante di questo nuovo ciclo di puntate hai scelto “Dentro la pancia del paese”. Perché?
Perché penso sia necessario, oggi più che mai, guardarci meglio dentro, tutti, me compreso, e fare un salto in avanti. Noi raccontiamo ogni giorno le tante malattie italiane: la crisi economica l’inefficienza della politica, la grande criminalità organizzata e lo facciamo sempre come se fossero cose che ci succedono e di cui siamo delle vittime. Ciò è anche vero ma penso sia opportuno guardare ogni tanto anche al malato per vedere se e quanto contribuisce ad esserlo.

Vuoi dire che attribuiamo sempre responsabilità all’esterno senza prenderci le nostre?
Voglio dire che alcune cose avvengono solo in Italia e comunque in dimensioni enormemente maggiori rispetto agli altri paesi. Noi siamo molto peggio di quello che ci immaginiamo di essere. Ci vogliamo dipingere sempre come una società moderna e libera dove i diritti vengono rispettati ma non è così.  E aspettiamo sempre che sia la magistratura ad intervenire.

Come nel caso Vannoni su “stamina”?
Esatto, in questa vicenda tutto è stato affidato al procuratore Guariniello. Ma su queste storie una parte della responsabilità è collettiva, e anche di chi ha l’obbligo di raccontare questo paese.

Come si è comportata l’informazione sulla vicenda “Stamina”
Quella televisiva malissimo. I giornali hanno vinto la sfida 2 a 0. La televisione per anni ha cavalcato le storie empatiche ed emozionanti dei familiari e dei bambini malati trattati col trattamento “stamina” ma abbiamo dovuto aspettare la carta stampata per sapere chi fosse Vannoni e quali fossero i contenuti dell’inchiesta di Guariniello. Le telecamere sono sempre state accese ma senza mai porre la domanda se ciò che si spacciava per vero lo fosse realmente. Senza andare ad approfondire quei tanti casi – decine di persone – trattate privatamente da Vannoni in cambio di soldi. Questa materia non è stata presa in carico dalla tv, che ha contribuito a creare una attesa messianica nei confronti di un metodo che si credeva miracoloso.

Con la puntata su Stamina avete cercato di colmare la debolezza dell’informazione televisiva su questa materia?
Ci abbiamo provato. Consapevoli del fatto che bisogna fare molta attenzione quando si ha a che fare con le speranze della gente. Non è accettabile fare share sulla pelle di queste persone; le malattie degenerative per molti sono l’occasione ghiotta per un grande business e la tv questo aspetto deve tenerlo bene in considerazione.

Nella prima puntata invece vi siete occupati di “Morti di stato” mettendo i fila numerosi casi  e lanciando pesanti denunce. Qualcuno pensi finirà per raccoglierle e risarcire i familiari delle vittime quantomeno in termini di verità e giustizia?
La polizia si sta muovendo ed è già un’ottima notizia confermata da Marangoni, vice capo della polizia. Certo che si ci fosse anche una spinta da parte del ministero degli interni e la materia diventasse oggetto di dibattito parlamentare sarebbe meglio! Registriamo in ogni caso il positivo intervento sul quotidiano “Europa” del viceministro Bubbico che, in un’intervista recente ha parlato di un nuovo patto tra forze dell’ordine e società civile chiedendo altresì al paese di guardare la polizia con occhi diversi. Pertanto, da una parte penso non sia giusto utilizzare le forze dell’ordine per metterle contro il paese. Dall’altra bisogna andare a fondo di storie come quelle che abbiamo raccontato e che riguardano le responsabilità della polizia e che non possono essere nascoste.

Vi occuperete nelle prossime dieci puntate anche di altri argomenti. Come ad esempio di criminalità organizzata. In quale chiave?
Focalizzeremo l’attenzione sui testimoni di giustizia ma non i tradizionali “pentiti” quanto quegli eroi civili invisibili che, dopo aver visto qualcosa o aver ricevuto minacce decidono di denunciarlo. Pochi sanno ad esempio che grazie a figure come loro abbiamo scoperto l’identità degli assassini di Don Puglisi. Ma a questo punto la domanda che ci siamo fatti è la seguente: che fine hanno fatto questi testimoni di giustizia? E abbiamo scoperto che molti di loro conducono una vita terribile e sono stati abbandonati dallo stato.

I programmi di inchiesta restano lo strumento migliore per fare questo tipo di approfondimenti?
Ma no. Direi che si può fare buona informazione dovunque, dal telegiornale al talk show fino a quelli come noi che hanno il compito di realizzare racconti filmati lunghi. Non mancano le buone professionalità nel nostro paese, magari serve semplicemente un pò di coraggio. Ma questo vale per tutte le professioni, no?!

* Pubblicata sul Radiocorriere Tv

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