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Cgil-Cil-Uil: “Lavoratori e Operatori dell’Industria Culturale Italiana: alziamo gli scudi!”

 

“La provvidenza ha sempre aiutato l’italiano e l’Italia è il paese degli uomini della provvidenza. L’ultimo in ordine di tempo che si è impegnato per la salvezza dell’azienda radiotelevisiva è il commissario per la spending review Carlo Cottarelli che, ospite del programma televisivo “Otto e mezzo”, tra le varie ipotesi sotto esame per far fronte alla riduzione del debito pubblico afferma che c’è “anche la RAI”. Parlando di grandi interventi in materia di Servizio pubblico non possiamo dimenticare quello del viceministro dello Sviluppo Economico Antonio Catricalà che ha posto una condizione/ricatto affermando: “Senza bollino non ci sarà il nuovo contratto di servizio tra Rai e Stato” e quello ormai famoso, risalente a qualche settimana fa, del ministro Saccomanni sulla possibile privatizzazione”.

SLC-CGIL, FISTel-CISL, UILCOM-UIL esprimono profonda inquietudine per queste ulteriori infelici affermazioni che tra le pieghe lasciano intendere un solo e insistente “Leitmotiv”: la disgregazione della RAI e con essa l’intero settore dell’Industria culturale e creativa Italiana. Rimangono seri interrogativi sui motivi per cui sarebbe più intelligente svendere piuttosto che rendere funzionale un’azienda con enormi potenzialità umane, tecniche e logistiche qual è la RAI. Ma ragioniamo per numeri.

L’industria Culturale Italiana produce il 5,4% della ricchezza Italiana con circa 76 miliardi di euro e impiega 1,4 milioni di persone (il 5,6% del totale degli occupati del Paese). Se poi volessimo allargare il campo a tutta la ‘filiera della cultura’, il valore aggiunto prodotto salirebbe al 15% del totale dell’economia nazionale e l’occupazione al 18,1%, che equivale a 4,5 milioni di persone. Forti di tali numeri, pensiamo sia ora di guardare con maggiore serietà alle questioni nazionali. Non si può continuare a sbandierare il vessillo della ragion di stato per far si che qualsiasi operazione trovi compimento a prescindere dalle conseguenze. Lo diciamo a tutti coloro che hanno a cuore non la Rai, ma il nostro paese nella sua totalità. Garantire che continui a esistere qualcosa che rappresenti il nostro modello culturale (e questo, continuiamo a ripetere, è la riforma che chiediamo della RAI), non deve essere un’opzione, ma un dovere da parte delle istituzioni. Abbiamo l’ardire di consigliare alla nostra classe politica di concentrarsi su problemi ben più seri quali governance e conflitto d’interessi che, nel tempo, hanno attratto anche l’attenzione del parlamento europeo. Che ritornino a pensare principalmente al bene del Paese. Sarebbe un atto di serietà da parte di chi ci rappresenta.

I responsabili della formazione di un Paese devono fare in modo che la nostra società diventi qualcosa di credibile (politicamente, economicamente e culturalmente) agli occhi dei cittadini e ,di conseguenza, degli altri stati. Ai sigg. Saccomanni, Catricalà e Cottarelli chiediamo, dopo averli ringraziati per l’interessamento, di produrre, magari, anche una minima progettualità da affiancare alle ricette proposte per il risanamento del servizio pubblico, sicuri che alla fine troveranno soluzioni meno scontate della privatizzazione e meno autolesionistiche del bollino. Il “sistema culturale” italiano non è in svendita e non serve a far cassa.

SLC-CGIL, FISTel-CISL,UILCOM-UIL raccomandano alla classe politica di dedicarsi con impegno, prima di liberarsi dei “gioielli di famiglia”, al recupero dell’evasione fiscale e degli sprechi, clientele, rendite, inefficienze e disorganizzazione.

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