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La riforma che serve alla Rai

 

E infine, il conflitto d’interessi che grava sul sistema radiotelevisivo è tornato sui giornali. V’è tornato brevemente, sull’onda della trattativa saltata tra Maurizio Crozza e la Rai e delle virulente polemiche innescate dagli attacchi innescati dall’on. Brunetta sui compensi delle star televisive del servizio pubblico. Ma ora tutto tace, di nuovo. Quanto sarebbe importante, invece, che il tema restasse all’ordine del giorno, emancipandosi dalla tirannia di un’agenda dettata da attacchi, dichiarazioni o boutade sulla privatizzazione della Rai o di qualche sua parte (svincolate da qualunque riflessione articolata), da rincorrere come criceti su una ruota impazzita. Sono molti i temi che meriterebbero di uscire dall’ombra per essere inseriti in un contesto di più ampio respiro, perché la televisione è ancora il mezzo che più influenza l’opinione politica degli italiani, quindi lo stato del sistema radiotelevisivo resta un problema cruciale di democrazia.

Non si discute, per esempio, del 57° posto dell’Italia nella classifica 2013 di Reporters sans frontiers, tra i paesi con “problemi sensibili” in materia di libertà d’informazione. L’Italia è ancora “semi-libera” anche secondo la rilevazione di Freedom house. Le agenzie internazionali e il Consiglio d’Europa hanno ripetutamente segnalato le perduranti criticità del sistema radiotelevisivo italiano, legate a una normativa antitrust insufficiente e alle fonti di nomina degli organismi di governo della Rai e dei membri delle autorità garanti e di vigilanza, che assoggettano il servizio pubblico al controllo della politica. Giova ricordare anche la risoluzione del Parlamento europeo sullo stato dei diritti fondamentali nell’Unione Europea del 14 gennaio 2003, che esprimeva preoccupazione per la situazione in Italia, dove gran parte dei media e del mercato delle pubblicità è controllato, seppur in forme diverse, dallo stesso soggetto, che è anche leader politico. Il tempo passa, ma la situazione resta critica.

Non hanno ottenuto risonanza né pubblica riflessione i risultati dell’ultimo monitoraggio sul pluralismo televisivo pubblicati dall’Osservatorio di Pavia e dall’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom), che sul pluralismo è chiamata a vigilare a tutto tondo, relativi al settembre 2013. Dai dati, come ha rilevato, isolato, Roberto Zaccaria su articolo21.org è emerso un pesantissimo squilibrio informativo dei telegiornali delle reti Mediaset: 49% dello spazio al Pdl, contro il 21% del Pd, e il 5% del governo. Nello stesso periodo, per inciso, i dati sul pluralismo nei notiziari Rai mostrano equilibrio tra i due partiti maggiori, sia a livello aggregato, sia nei dati per rete (ancora sotto-rappresentato, invece, alla luce della delibera 472/13/CONS dell’Agcom, che invoca “un rigoroso ed effettivo equilibrio tra […] forze politiche omologhe”, il M5S). L’Agcom, però, non ha battuto colpo. Non sanzioni, né richiami a Mediaset. Tacciono il presidente Cardani e i commissari Antonio Martusciello, ex dirigente Publitalia, in quota PdL, e Francesco Posteraro, sponsorizzato dall’Udc, della Commissione per i servizi e i prodotti. L’Agcom – pur riconoscendo alla Rai il sostanziale rispetto del pluralismo – è stata invece assai sollecita, invece, nel richiamare di Lucia Annunziata e Fabio Fazio, accogliendo un esposto di Brunetta la cui fondatezza è stata da più parti messa in discussione.

Dobbiamo dedurne che per l’autorità, garante di tutto il sistema, non solo della Rai, il pluralismo è un principio valido a corrente alternata?

Restando all’Agcom, tra breve (il termine di presentazione delle candidature è il 10 novembre) la Camera sarà chiamata a nominare un nuovo commissario in sostituzione di Maurizio Décina, a suo tempo scelto dal Pd, dimessosi a inizio settembre, per gravi motivi personali. Sarebbe fondamentale, più che mai in un momento di così grande difficoltà e instabilità politica, che la scelta cadesse su una personalità di indubbio spessore e forti competenze, con una posizione netta e limpida (e aliena da qualsivoglia ombra di compromissione) rispetto al grumo di potere opaco che si è cementato attorno al nodo del conflitto d’interessi.

Tanti temi hanno bisogno di dibattito ampio e trasparente: la necessità di una seria normativa antitrust, la concessione e ripartizione delle frequenze, la governance Rai – o dobbiamo ritenere che la legge Gasparri sia intoccabile come le tavole mosaiche? Su governance e antitrust, i disegni di legge accumulatisi negli anni restano a prender polvere negli archivi del Parlamento. Mi pare che sia venuta a mancare una consapevolezza diffusa della posta in gioco e della complessità dei problemi.

Qualcuno prova a parlarne – penso a Tana de Zulueta con l’Iniziativa cittadina europea per il pluralismo nei media (www.mediainitiative.eu), al movimento MoveOn con l’appello “La Rai ai cittadini”, ai convegni organizzati da Articolo21, fondazione Di Vittorio ed Eurovisioni in vista del rinnovo della concessione del servizio pubblico, in scadenza nel 2016 – ma con eco scarsissima nel sistema mediale. Dove si svolgono, oggi, i dibattiti sulle distorsioni del sistema radiotelevisivo italiano? Su un pluralismo che non trascuri la qualità dell’informazione? E sulla natura, la funzione, il destino del servizio pubblico? Quali sono, davvero, le posizioni in campo? Le prospettive future? E l’Agcom, sono tutti convinti che funzioni, così com’è? E’ ora di dare aria alle stanze, e contrastare la sciagurata tendenza per cui le decisioni reali maturano tra camarille riservate, mentre sulla scena pubblica lo spazio se lo prende chi la spara più grossa, chi solletica il malumore dei cittadini avvelenati dalla crisi. Poiché sta prendendo momento la competizione tra i quattro candidati alle primarie del Partito Democratico, lancio loro un appello, come cittadina, prima che come consigliere d’amministrazione Rai: prendete posizione in maniera articolata – non solo slogan, per carità! – rispetto a questi temi. Dichiarate le vostre proposte, la vostra visione, sul futuro di quel grande patrimonio che è il servizio pubblico, e non solo. Diventate il volano di una discussione aperta. Pubblica. Articolata. Davvero democratica.

* pubblicato su “Repubblica” il 9 novembre 2013

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