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Brasile, ai primi posti per uccisione di giornalisti, e limiti alla libertà di stampa

 

Secondo Giorgio Tedeschi, economista proveniente dalla Banca d’Italia, in forza al Consolato Italiano di San Paolo come addetto finanziario, alla fine del 2009, in Brasile, 50 milioni di persone hanno raggiunto, nei settori ABC della scala sociale del Paese, i livelli di ricchezza di altri 46 milioni di individui. Il colosso sudamericano, allo stato attuale, conta circa 192 milioni di abitanti, di cui oltre il 20% concentrati nella megalopoli di San Paolo e nello Stato di Rio, entrambi situati nella parte Sud della nazione. Stime basate sui calcoli di Marcelo Neri, economista brasiliano, presidente della PEA (Pesquisa Economica Aplicada); l’innegabile esplosione del ceto medio, e la riduzione della povertà nei settori rimanenti della popolazione, sono i frutti più evidenti della politica sociale di Ignacìo Lula da Silva; nel 2010, è subentrata alla presidenza la sua compagna di partito (il PT, Partido dos Trabalhadores) Dilma Rousseff.

Il testo della ricerca (pesquisa) di Neri, non rappresenta però la cartina di tornasole della realtà effettiva brasiliana; difatti il suo ottimismo è stato pesantemente contraddetto dalle proteste iniziate a giugno 2013 durante la Confederation Cup di calcio, che ha bloccato il Paese per oltre due mesi, portando sulle piazze e nelle strade quasi due milioni di persone, tra cui molti cittadini dei ceti medi, che si sono uniti a quelli delle favelas. Le proteste, incentrate sulle pecche dei trasporti urbani, oltre a quelle che riguardano istruzione e sanità pubblica, hanno evidenziato le lacune del sistema, che, dell’impronta social-liberista impressa da Lula, ha perso allo stato attuale molto del sociale, sotto la spinta privatista voluta dai grandi gruppi finanziari e assicurativi, avallati dalla Banca Mondiale. L’esplosione delle cliniche, e degli istituti scolastici privatizzati, ha ristretto l’accesso a servizi di qualità, solo per quella parte della popolazione in grado di far fronte ai costi degli onerosi piani assicurativi. Essendo il servizio pubblico deteriorato per via di questa tendenza, i ceti bassi sono tagliati fuori dai miglioramenti. Questi squilibri possono suddividersi in due categorie. Vediamole nell’ordine:

1)   Disuguaglianze razziali: le remunerazioni dei bianchi rimangono più elevate, comparate a quelle dei pretos (neri) e pardos (mulatti e meticci). Questo si riflette anche nell’accesso al micro credito, che non è stato allargato ai settori di basso reddito e alle piccole imprese artigianali, soprattutto per via del fatto che la legge del 2003, che destinava il 2% dei depositi bancari a operazioni del genere, è stata applicata solo in parte, 2,5 miliardi di real contro un totale disponibile di 3,8.

Questa somma, comunque enorme, è stata più che altro impiegata per il micro credito al consumo, ma molto meno per quello produttivo, con un enorme tasso d’indebitamento, che, ancora una volta, colpisce soprattutto i ceti bassi e “colorati”, che oggi devono far fronte a una montagna di rate da pagare, la cui insolvenza può portare al pignoramento della casa e di parte del salario, grazie al rafforzamento dei diritti del creditore, tramite lo strumento dell’alienaçao fiduciària.
Questa discriminazione razziale è presente nelle città ricche del Sud, soprattutto Sao Paulo, che è la 10° del Pianeta dal punto di vista PIB (Produto Interno Bruto, corrisponde al nostro PIL) e Rio de Janeiro, che è la 30°, tenendo anche conto del fatto che qua la maggioranza della popolazione è bianca; ma anche gli Stati del Nord Est, a maggioranza nera, offrono le stesse caratteristiche. Clamoroso è l’esempio di Salvador, capitale dello Stato di Bahia, dove neri, mulatti e asiatici rappresentano quasi il 90% della popolazione; i circa 300.000 bianchi residenti, proprietari di quasi tutti i mezzi di produzione, godono dei beni di consumo più costosi, in virtù dei loro redditi alti. Il giorno nei centri commerciali, la sera, nei ristoranti, hotel e locali da ballo; bianchi in grande prevalenza, tranne il personale di servizio che è nero, o mulatto.
La popolazione di Salvador nel 2011 toccava i 2.500.000 abitanti. Lo stesso trend si nota a Recife, capitale dello Stato di Pernambuco, e Fortaleza, capitale del Cearà.

2) Disuguaglianze Regionali: A Rio e Sao Paulo si produce il 45% del PIB; così come Florianòpolis, capitale dello Stato di Santa Catarina, e Porto Alegre, capitale del Rio Grande do Sul, sono le città più ricche del Brasile dopo le due megalopoli. Il Sud, è artefice principale del progréso brasileiro. Il Nord e il Nord Est del Paese, in termini di reddito pro capite, rimangono a meno della metà della media nazionale. La riduzione della povertà, grazie alle grandi riforme di Lula, quali Bolsa Familia e Fome Zero, che consentono un reddito minimo e l’accesso ai beni alimentari primari per i poverissimi, è accentuata soprattutto negli Stati di Paranà, Santa Catarina e Rio Grande do Sul, ma è rimasta latente nel Cearà, Paraiba, Pernambuco e Rio Grande do Norte, così come in Amazzonia e Maranhao. Ancora una volta vince il Sud, a scapito del Nord, in controtendenza mondiale. Anche se bisogna annotare che l’enorme sviluppo immobiliare di Recife, in Pernambuco, e turistico di Joao Pessoa, capitale di Paraiba, così come Fortaleza del Cearà, ha portato indubbi benefici, magari di riflesso, anche agli strati più indigenti della popolazione di queste città; ma il resto di tali Stati ha visto il divario accentuato, il che causa un’emigrazione di massa dalle campagne alle città, fenomeno che ingrossa costantemente la prostituzione.

A proposito delle campagne, si rileva che, mentre la situazione urbana è ancora precaria dal punto di vista abitativo, con circa il 32% degli edifici inadeguato, sia dal punto di vista dei materiali di costruzione impiegati, che di accesso ai servizi pubblici, quali illuminazione, fognatura e acqua potabile, nei distretti rurali il quadro rimane critico, nonostante i notevoli fondi stanziati da Bolsa Familia, prova ne sia la situazione della costa sul a Paraiba, e quella norte dello Stato di Alagoas, così come i villaggi indios di Bahia, e Mato Grosso, dove le fosse biologiche e le capanne fatte di mattoni di barro (argilla) sono la consuetudine. Manaus, capitale dell’Amazzonia, insieme alla maggior parte delle cittadine sparse lungo il bacino del Rio delle Amazzoni, soffre di gravi carenze igieniche, causa l’ammassarsi del lixo (immondizia) non smaltito regolarmente, oltre ad avere salari sotto il minimo nazionale, a fronte di un costo della vita alto, ingiustificato per gli standard di servizio offerti, dal trasporto fluviale interregionale alla spesa quotidiana.

La stampa che conta
La crisi di giugno e luglio, a seguito dell’ondata di proteste che ha scosso in lungo e largo la Repubblica Federale sudamericana, è stata gestita da Dilma Rousseff con guanto di velluto; la Presidente ha riconosciuto giuste le rivendicazioni dei manifestanti, e ha imposto alla polizia militare di non usare la forza, se non in casi di estrema necessità. Direttive che sono state ignorate dal Municipio di Sao Paulo, guidato dal governatore Geraldo Alckmin, che rappresenta lo zoccolo duro dello Stato. La repressione qui è stata la più cruenta del Paese, portando a numerosi arresti e causando alcune vittime.
A luglio Dilma ha proposto con fermezza una riforma politica a consultazione popolare, e l’idea del referendum è stata appoggiata dalla CNT, Confederaçao Nacional Do Transporte, il sindacato dei trasporti.

Ma tale iniziativa, osteggiata violentemente dalla grande stampa, è stata rimandata, durante il Congresso Nazionale, a favore di un gruppo di lavoro che si è preso 90 giorni di tempo per elaborare un progetto, che dovrà prima ricevere il nulla osta dal potere legislativo, per poi essere sottoposto a referendum popolare.

La stampa che conta qui in Brasile, è prevalentemente di estrazione conservatrice. Desidero evitare termini come “destra” e “sinistra”, che, già obsoleti in Italia, non hanno alcun riferimento quaggiù, considerando, ad esempio, che un partito come PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) non ha nulla a che vedere con una formazione di centrosinistra, essendo uno dei più conservatori del Paese, e lo stesso PT di Lula, dopo le ampie concessioni fatte in passato al liberismo economico, non si può definire di estrema sinistra.
O Globo è il primo giornale della Nazione, ma si deve piuttosto considerare un colosso multimediale; la sede centrale è a Rio de Janeiro, e ha succursali in quasi tutte le città principali. Leader del gruppo è Roberto Marinho, che, sullo stile berlusconiano, possiede anche Rede Globo, il network televisivo più potente del Brasile, il secondo nel mondo a livello introiti commerciali, subito dopo la statunitense ABC, e primo produttore planetario di telenovelas. Un potere economico enorme, che influenza largamente la scena politica, non solo brasiliana.

Marinho possiede anche Radio Globo, oltre a Editora Globo, uno dei gruppi editoriali più importanti del Sudamerica, che pubblica anche il periodico época. Nell’Aprile 1964, un anno prima che Rede Globo fosse inaugurata, Marinho appoggiò apertamente la dittatura militare che era salita al potere in Brasile con un colpo di Stato, onde usufruire dei finanziamenti che la californiana Time-Life aveva promesso al magnate per fondare il suo network televisivo, in cambio del 30% dei profitti.

L’accordo ebbe termine nel 1969, sia a livello politico che commerciale, e Marinho restituì il capitale iniziale al gruppo americano.
L’impronta del liberismo estremo ha sempre contraddistinto il DNA del gruppo multimediale. A luglio, il giornale è stato in prima linea nell’attacco contro il referendum proposto dalla Rousseff; celebre una vignetta pubblicata in prima pagina, che ritrae la Presidente mentre getta un bue intero nelle fauci dei rivoltosi, disegnati come voraci piranhas in attesa.

Un altro esempio di potentato editoriale è rappresentato da Folha de S.Paulo che contende a O Globo il primato delle vendite giornaliere lungo il Paese. E’ il fiore all’occhiello del Grupo Folha, che possiede anche UOL (Universo Online) il portale internet più importante del Brasile e altri periodici. Socialmente più schierato rispetto ai suoi concorrenti, identifica nelle classi imprenditoriali urbane e nei proprietari terrieri i suoi referenti, mantenendo una posizione d’indipendenza rispetto agli schieramenti politici, anche se il suo editorialista principale, Aécio Neves, è il presidente di PSDB, nonché Senatore della Repubblica. I politici paulisti PSDB hanno un conto in sospeso con il PT di Lula e Rousseff; nel 2006, a dispetto dei pronostici, Geraldo Alckmin si qualificò come l’oppositore di Lula alle Presidenziali del 2006, che perse non di molto, e Lula fu eletto per il secondo mandato. Ora, in vista delle nuove elezioni, in calendario per l’anno prossimo, Neves si presenta come leader dell’Opposizione e diretto avversario di Dilma Rousseff, per cui il confronto imminente incrina la linea indipendentista del giornale.

Durante la dittatura militare (1964-85) Folha sostenne apertamente i golpisti, fino al punto di divenire un target costante per gli attacchi della guerriglia di opposizione. Viceversa, durante la dittatura populista di Getùlio Vargas (1932-45), che aveva promosso la nazionalizzazione delle terre e un accentuato welfare sociale, Folha fu uno strenuo oppositore del regime, a difesa degli interessi dei proprietari terrieri.
Da annotare che Vargas, il cui regime si riconobbe nel corporativismo fascista di quegli anni, appoggiò politicamente le forze dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale fino al 1942, quando scelse di schierarsi militarmente con gli Stati Uniti, dopo l’attacco di Pearl Harbor, che affiancò con un contingente nella campagna d’Italia. Dopo la guerra, fu eletto democraticamente, e, coerente con la sua visione protezionista dello Stato, fondò il colosso del petrolio Petrobras, ancora oggi la più grande compagnia petrolifera dell’America Latina. Morì suicida nel 1954.

Tornando a Folha, la sua acrimonia nei confronti del PT si spinse fino al punto di accusare l’allora Presidente Lula, di violenza carnale ai danni di un compagno di celle durante la sua detenzione come prigioniero politico.
L’accusa risultò poi una bufala clamorosa, e il fatto di non aver verificato le fonti con attenzione, costò al giornale una notevole perdita di reputazione. Malgrado ciò, Folha è stato il gruppo editoriale più innovativo a livello tecnologico; difatti fu il primo nell’America Latina ad adottare la tecnica di stampa offset, nel 1967, ed è oggi il sito web più attivo della rete, in grado di attirare l’attenzione di quasi un milione di followers online, a fronte di 300.000 copie cartacee giornaliere vendute.

O Estado de S.Paulo è il principale antagonista di Folha nella megalopoli brasiliana. A differenza di questi, si è costantemente distinto negli anni per i suoi editoriali contro i gruppi economici che influenzano il potere politico. Nel 1968, il suo editore fu arrestato perché il direttore della testata, Jùlio De Mesquita Filho, si era rifiutato di chiudere la sua rubrica, che rivendicava la democrazia in Brasile durante la dittatura militare.
La testata fu nuovamente censurata, quando pubblicò alcuni documenti che comprovavano l’alto grado di corruzione del clan legato a Josè Sarney, Presidente del Brasile dal 1985 al 1990. Da allora, il quotidiano è nel mirino della Polizia Federale; la successiva campagna per la legalizzazione dell’aborto, gli attacchi editoriali contro George W. Bush e Nicolas Sarkozy, oltre al palese supporto per la socialista Michelle Bachelet, Presidente del Cile dal 2006 al 2010, costò al giornale la rinuncia di molti sponsor commerciali, ponendo a rischio il suo futuro.

Il periodico settimanale più diffuso è Veja, del Grupo Abril, stampato a Sao Paulo e distribuito lungo tutto il Paese. Di stampo liberale, si distingue per le sue posizioni di conservatorismo estremo. In Brasile, i liberali sono più “a destra” di PSDB; il settimanale, oltre ad occuparsi di politica ed economia, è anche un fiero castigatore di costumi, e oppositore dei diritti degli omosessuali, lamentando anzi che il Brasile sia troppo permissivo nei confronti di questi. I gay vengono associati sovente ai reati di zoofilia. Ironia della storia, nonostante il suo orientamento, durante la seconda dittatura, Veja fu il giornale brasiliano sottoposto a censura totale per otto anni. Problemi di censura permangono allo stato attuale, per via dei violenti attacchi alla Presidente in carica.

Uno dei giornali più antichi del Brasile, fondato alla fine dell’800, è il Jornal Do Brasil stampato a Rio. Da sempre, nella sua lunga storia, la testata più attiva contro le dittature che si sono alternate nel Paese, prima contro Vargas, poi contro quella militare degli anni 60’-80’, così come l’influenza nord americana sugli Stati del Sudamerica. Gli attacchi alle politiche di Henry Kissinger, insieme all’uso di una foto dell’ex Segretario di Stato negli anni 90’, costarono a JdB delle querele milionarie con un forte impatto sulle sue risorse finanziarie. Sebbene sia stato il primo cartaceo ad adottare la tecnica elettronica del PDF, nel 2010 ha cessato le sue pubblicazioni, rimanendo allo stato attuale una testata online.

Nel 1825 fu pubblicata a Recife, capitale di Pernambuco, la prima copia del Diario de Pernambuco. Oltre a essere il giornale più antico del Brasile, è ancora oggi la testata più letta a livello regionale.
Soggiornando per lunghi periodi a Recife, ho avuto modo di consultarlo a fondo, e lo ritengo a livello politico il meno fazioso di quelli finora citati.

Le cronache sono stringate, rilevando soprattutto gli aspetti economici delle vicende politiche. Molta attenzione è stata data, nel maggio 2013, all’accordo tra la Fiat Chrysler e il governatore di Goiana, (una cittadina non lontana da Recife) Eduardo Campos, che ha concesso gratuitamente alla multinazionale italo-statunitense, i terreni per l’apertura del nuovo indotto Fiat, dopo il primo di Minas Gerais inaugurato negli anni 70’ da Gianni Agnelli. La produzione inizierà l’anno prossimo, impiegando circa 5.000 operai locali. Il Diario è anche la testata che ha pagato un tributo di sangue per la sua opposizione alla dittatura di Vargas, con l’uccisione di un tipografo all’interno dell’edificio e la distruzione delle sue rotative all’epoca dei fatti.

Il 23 Aprile del 2012, è assassinato da un killer in motocicletta Décio Sà, il noto blogger del Maranhao, uno degli Stati più poveri del Nord. Due mesi prima, era stato ucciso il direttore del portale web della città Barra de Piraì, Randolfo Marques Lopes. Con questi due, salgono a cinque gli omicidi che hanno caratterizzato il 2012, anno di sangue del giornalismo alternativo brasiliano, dopo i tre caduti nel 2011.
Non a caso, tutte e otto le vittime rappresentano la stampa regionale e provinciale, costantemente ignorata dalle testate nazionali. Approfittando di questo silenzio complice, è proprio a livello regionale che avvengono i soprusi e i reati di corruzione più clamorosi, e la mancanza di visibilità, e di conseguenza di protezione, agevola ai gruppi criminali le azioni di rappresaglia. L’assassinio di Sà ha però rotto questo stato di omertà, perché il blogger era molto conosciuto anche a livello nazionale, essendo legato alla famiglia Sarney, la stessa dell’ex Presidente, che ha fatto notevole pressione sulle autorità per ottenere risultati. Sà, al momento della morte, stava investigando sull’omicidio di Fàbio Brasil, un impresario che aveva opposto rifiuto al pagamento di una tangente, imposta dal racket locale. Allo stato attuale, l’inchiesta coinvolge un capitano di polizia, accusato di aver fornito la pistola usata per uccidere il giornalista.

Il caso di Randolfo Lopes, invece, non ha la stessa risonanza, essendo l’ucciso privo di legami politici importanti. E’ stato freddato insieme alla consorte, il 9 febbraio del 2012, dopo che era sopravvissuto, nel 2011, a un altro attentato all’interno della redazione del giornale che dirigeva, un proiettile alla testa che lo aveva tenuto in coma per giorni. Le sue inchieste erano indirizzate nei confronti di noti funzionari, il cui numero cosi elevato, da ostacolare le indagini in corso. I potenziali mandanti da interrogare sono decine.

A livello mondiale, il Brasile è ai primi posti riguardo uccisioni di giornalisti, e limiti alla libertà di stampa, insieme a Nazioni in stato di guerra, come Siria, Somalia, Iraq, e altre come Iran, Russia e Vietnam che non sono democrazie a livello legislativo.
“E’ La stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!”
Era il finale del film “L’ultima minaccia”, interpretato da Humphrey Bogart, che appare, alla luce della realtà brasiliana, irrealizzabile.
Così come, nello scenario della stampa italiana, suona comicamente obsoleto.

(Copyright e testi di Flavio Bacchetta – Brasile 2013
Foto scelte da Luan Diamante – Sao Paulo, Brasil)

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