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Cosa puó succedere a parlare e scrivere di mafia

 

Non ho mai amato stare sotto i riflettori. Ho sempre pensato che il compito primario di un giornalista sia solo quello di far parlare i fatti. Ma quando all’una della notte di venerdì 13 settembre, mi sono ritrovato da solo, fuori dalla questura di Reggio Calabria, senza più telefoni cellulari, computer, block notes, pen drive, supporti magnetici di vario genere e con in mano solo un verbale di perquisizione e sequestro, allora ho capito che in quel caso la notizia, mio malgrado, ero diventato proprio io. La mia colpa? Aver scritto un articolo che rivelava alcuni particolari inediti sulla stagione delle stragi di mafia. Un pezzo che si basava su due verbali di riunione della Direzione nazionale antimafia.

Tutto ha inizio giovedì 12 settembre, giorno della pubblicazione del pezzo “incriminato”. Intorno alle 19.35 al campanello della redazione del quotidiano “L’Ora della Calabria”, giornale per il quale lavoro in qualità di caposervizio a Reggio Calabria, si presenta il dirigente della locale Squadra Mobile. Non sono in redazione, perché usufruisco di un giorno di riposo. Chiede subito di me. I colleghi riferiscono della mia assenza. Così, mi fa rintracciare telefonicamente. Nel frattempo, però, s’informa su quali siano le diverse postazioni di lavoro, individuando la mia. Arrivo dopo circa dieci minuti. Al telefono, il dirigente si limita a chiedermi di raggiungerlo subito, avendo la necessità di parlarmi. Può capitare. Mi occupo da diversi anni di cronaca nera e giudiziaria in una terra come la Calabria, e non è la prima volta che mi confronto con gli investigatori. Tuttavia intuisco che qualcosa non torna, quando sotto la redazione vedo diverse auto della Squadra Mobile e un nugolo di uomini – circa una dozzina – con fare circospetto. Appena entrato, capisco il motivo della “visita”. Mi viene comunicato che bisogna procedere a perquisizione dei locali, su decreto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Appena giunto il mio avvocato, mi viene notificato il provvedimento. Ammetto di aver avuto qualche attimo di sconforto nel leggere che i magistrati, gli stessi che fino al giorno stesso avevo incontrato nei loro uffici, avevano firmato un atto che disponeva non solo la perquisizione della redazione, ma anche quella di casa, nonché il sequestro di tutti i supporti magnetici possibili, quali cellulari, pc, pen drive. Insomma tutto ciò che potesse contenere dei file. Prendo atto della situazione e, una volta capito quale fosse il documento “incriminato”, lo consegno di mia spontanea volontà agli inquirenti: si trattava di sette fogli di carta ricevuti anonimamente in redazione qualche tempo prima. Pensavo così, di poter mettere fine ad una situazione che stava diventando sempre più pesante. Mi sbagliavo.
I poliziotti, con grande garbo e delicatezza, mi chiedono addirittura di svuotare il mio borsello e le tasche dei miei pantaloni. Lo faccio con grande dispiacere, ma con altrettanta serenità. Passano in rassegna ogni singolo foglietto presente nel mio portafogli, mentre altri uomini nella stanza a fianco, si occupano di smontare il computer di redazione. Perché, è bene dirlo, anche il lavoro dei miei colleghi ne ha risentito parecchio. L’elaboratore che utilizzo, infatti, è quello che consente la trasmissione delle pagine al server centrale del giornale. Prelevare quel computer, significa bloccare ed impedire l’uscita delle pagine di Reggio Calabria. Il capo della Mobile lo comprende e, d’intesa con il magistrato, dispone la clonazione dell’hard disk. Mi sono detto: la chiuderanno qui! Anche questa volta, mi sbagliavo. Terminate le operazioni in redazione, sono salito sulla mia auto, alla presenza di un ispettore della Squadra Mobile. Insieme siamo giunti fino alla mia abitazione, che è stata interamente passata al setaccio. Armadi e cassetti controllati fino agli angoli più nascosti. I poliziotti sono andati persino in una vecchia stalla che si trovava nelle adiacenze. Nel frattempo, altri uomini hanno perquisito la mia autovettura. Circa 15 minuti d’ispezione minuziosa, compresa la ruota di scorta.
Mai avrei immaginato di dover subire anche un’umiliazione ulteriore. E cioè di dover andare a casa dei miei genitori. Sì, pure quella è stata sottoposta a perquisizione. Non è facile, per un uomo di 30 anni, presentarsi dinnanzi alla sua famiglia, accompagnato da sei o sette uomini e spiegare che l’abitazione deve essere ispezionata.
Erano circa le 21.30, ho notato che la cucina aveva la tavola imbandita per la cena. Ho provato un dolore terribile al pensiero che sarebbe stata per loro una serata terribilmente amara. Ma non ho potuto far nulla. Anche lì, il cliché si è ripetuto: armadi aperti, cassetti svuotati. Hanno portato via un elaboratore che serviva soprattutto ai miei genitori, per questioni di lavoro; hanno preso pure un netbook che utilizzo in caso di spostamenti. Tutto trasportato in questura e sottoposto a sequestro. Così come i miei block notes, consumati dagli appunti presi durante i processi contro la criminalità organizzata, o nel corso di conferenze stampa, magari convocate proprio dalla Squadra Mobile.
È quasi l’una di notte, dopo una lunghissima attesa, ecco la firma dei verbali. Non ho più nulla, se non quel verbale che attesta come io non possa più disporre dei miei telefoni, dei miei computer e di tutto l’archivio conservato sulle pen drive, come pure di un lettore mp3 e di un registratore vocale.
Per ovvie ragioni di spazio, non mi soffermerò molto sui contenuti dell’articolo che ha scatenato questa veemente reazione dello Stato.
La mattina di venerdì 13, mi sono recato spontaneamente in procura. Il capo dell’ufficio, Federico Cafiero de Raho, seppur con grande rispetto e delicatezza, mi ha contestato di aver rivelato notizie riservatissime sulle indagini riguardanti le stragi di mafia del ’92-‘93: dall’omicidio Agostino, fino a Capaci, via D’Amelio, la stagione della tensione ed i collegamenti con il versante calabrese che conta altri gravissimi fatti di sangue; di aver messo in quel pezzo nomi e cognomi contenuti nella relazione. Perché di questo si trattava: di un verbale di riunione di magistrati della Dna, nel corso della quale il procuratore aggiunto Gianfranco Donadio illustrava gli esiti di alcuni suoi colloqui investigativi che, peraltro, alcun valore probatorio possono avere se non seguiti da specifica attività. Atti che, oltre tutto, sono stati pubblicati nello stesso giorno anche sulle pagine de “Il Sole 24 ore”.
Con stupore, rammarico ed infinita amarezza, ho preso atto delle contestazioni mosse. Tuttavia, continuo a nutrire la massima fiducia nella magistratura reggina e ritengo il procuratore Cafiero de Raho una garanzia assoluta. Ciò non significa che rinuncerò ad agire in tutte le sedi competenti per difendere il mio operato. Ho fatto del rispetto della legge, della legalità e della lotta alla criminalità una ragione di vita. Così come ritengo che, pubblicando quell’articolo, non abbia fatto nulla di più che il mio dovere. E mai, nemmeno per un istante, ho ritenuto che ciò potesse nuocere ad un’indagine.
Andrò avanti, continuerò a raccontare come ho sempre fatto, tenendo la barra dritta verso la sola meta che conosco: la verità. Ben conscio che, forse, quella stessa verità potremmo anche non ottenerla mai. Ma altrettanto sicuro che nessuno potrà mai privarci del diritto di cercarla.

 

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