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La condanna del ventennio del nulla

 

E ora che l’hanno condannato in Cassazione, cosa accadrà? È la domanda angosciante, e a tratti un po’ imbarazzante, che si pongono da ieri sera frotte di opinionisti e commentatori. Per noi, invece, la domanda più corretta è un’altra, esattamente opposta a quella che affligge i colleghi: cos’è accaduto in questi vent’anni?

Perché non ha senso pensare di giudicare Berlusconi e il ventennio di cui è stato protagonista unicamente in base a una sentenza che, al netto dei fiumi di retorica di chi senza di lui non brillerebbe di luce propria nemmeno sotto i riflettori di Cologno Monzese, non fa altro che confermare quanto stabilito in precedenza dai giudici di primo grado e dai giudici della Corte d’Appello, ossia che il Cavaliere è colpevole di frode fiscale sui diritti Mediaset e merita, pertanto, di scontare quattro anni di reclusione, di cui tre condonati dall’indulto varato nel 2006. Nessuna novità, dunque, nessuno scandalo e nessuna indecenza, se non quella di aver appreso in maniera inoppugnabile di essere stati governati per un decennio da un uomo che si è macchiato di un reato così grave, reso ancora più odioso oggi dallo spropositato carico fiscale che, invece, grava sulle spalle dei milioni di cittadini onesti che faticano ad arrivare alla fine del mese.

E anche la storiella del carcere non sta né in cielo né in terra: Berlusconi non andrà mai in carcere; al massimo, avendo ampiamente superato i settant’anni, sconterà quest’anno di reclusione agli arresti domiciliari o potrebbe anche optare per l’affido ai servizi sociali: un’ipotesi assai remota ma non del tutto da escludere, conoscendo l’imprevedibilità del personaggio.

Tuttavia, come detto, non è di questo che intendiamo occuparci bensì di come sia potuto precipitare così in basso un Paese universalmente considerato, insieme alla Grecia, la culla del pensiero e della civiltà occidentale; un Paese che, in fatto di diritto, ha dato i natali a Cesare Beccaria e, dal punto di vista politico, ha avuto rappresentanti del calibro di Nenni, Pertini, Togliatti, Terracini, Moro, De Gasperi, Calamandrei e molti altri ancora.

Perché è questo il punto, il nodo tuttora irrisolto, il mistero che ci portiamo dietro da vent’anni come una maledizione: com’è possibile che un personaggio come Berlusconi, nonostante i guai giudiziari, gli scandali e l’immenso discredito internazionale che ha arrecato all’Italia, sia riuscito, non più di cinque mesi fa, ad arrivare ancora una volta ad un soffio dalla vittoria, costringendo il centrosinistra ad un’alleanza di governo tanto innaturale quanto obbligata, vista l’incapacità del Movimento 5 Stelle di assumersi le proprie responsabilità in un momento così delicato?

Il vero guaio, però, è la risposta, particolarmente sgradevole per chi in un’idea di sinistra non solo ci crede ma è ancora disposto a battersi e a fare sacrifici per consentirle di affermarsi. E la risposta è che in questi vent’anni non abbiamo sottovalutato solo il Berlusconi imprenditore televisivo e mago della comunicazione, capace di convincere gli elettori della possibilità di una rimonta anche quando i sondaggi lo davano per spacciato, quanto, più che mai, il devastante messaggio umano, etico, politico, culturale e civile che egli ha incarnato e contribuito a diffondere nella società.

Non è un caso, infatti, se oggi, a dispetto di una sentenza che in qualunque altro Paese occidentale chiuderebbe per sempre la carriera di qualsiasi leader politico, siamo costretti a difendere le sorti di un governo che, oltre ad essere estremamente eterogeneo, ci vede alleati di un partito in cui non si è mai levata, né mai si leverà, una sola parola di condanna all’indirizzo del suo padre-padrone; il che sarebbe impensabile in un normale partito di destra francese o tedesco.

È questa, in poche parole, la vera anomalia berlusconiana: un’anomalia che non solo, in questi vent’anni, non siamo stati in grado di contrastare adeguatamente ma che ora alcuni nostri esponenti hanno addirittura deciso di far propria, elogiando il leaderismo e l’immagine dell’uomo solo al comando: un’immagine che è la negazione stessa della politica, specie a sinistra, dove il partito dovrebbe essere considerato una collettività, una comunità in cammino che si tiene per mano e non un insieme di singoli che si riuniscono intorno a un nome, trasformandolo in un comitato elettorale destinato a sciogliersi al termine della competizione.

La scomparsa delle idee e del pensiero critico, il trionfo del pensiero unico, la dissoluzione dei partiti e del concetto stesso di partito, gli attacchi sistematici ai sindacati e alla Costituzione, l’impoverimento della scuola, la costante denigrazione della cultura (con la quale, secondo l’insigne Tremonti, “non si mangia”), la perdita dei rapporti umani, l’anti-europeismo venato di populismo e demagogia, la distruzione del servizio pubblico televisivo, attraverso le epurazioni di tutti quei giornalisti, quei conduttori e quegli artisti che avevano deciso di non uniformarsi al “sacro verbo arcoriano”, e l’ingresso del razzismo e della xenofobia nelle istituzioni, attraverso l’alleanza di governo con un partito che, dopo aver promosso e difeso a spada tratta i respingimenti in mare dei barconi carichi di immigrati in fuga dalla miseria e dalla disperazione, da qualche settimana a questa parte sta sommergendo di accuse e insulti e irripetibili l’ottima ministra Kyenge: questo è stato il berlusconismo, questo è il suo bilancio dannoso e fallimentare e quelle che vediamo ogni giorno altro non sono che le drammatiche conseguenze di un imbarbarimento che ha sfigurato il volto di una Nazione un tempo conosciuta nel mondo, oltre che per la sua meraviglia artistica e per il suo valore gastronomico, per l’umanità e lo spirito di accoglienza della sua gente.

E il fatto che a sinistra ci sia qualcuno, anzi più di qualcuno, disposto a sorvolare su tutto questo e a tessere l’elogio delle larghe intese, ritenendole un segno di civiltà e un grande passo avanti per il nostro Paese, oltre ad offendermi profondamente, come intellettuale, come attivista e come militante, rende bene l’idea di quanto sia penetrato in profondità il pessimo esempio berlusconiano e di come non sarà certo una sentenza largamente annunciata a scalfirlo. Potrebbe, anzi dovrebbe, provarci la sinistra ma bisogna vedere se i suoi elementi migliori, coloro che in questi anni hanno tenuto alta la bandiera della democrazia e dei diritti, avranno la possibilità di emergere e, in particolare, se avranno ancora la forza e la voglia di lottare.

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