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Pronta la Royal Charter all’amatriciana per la Rai

 

Altro che Bbc: Catricalà guarda alla proroga della Convenzione che è del ’94

Lo dico subito anche se so di non farmi molti amici ma ho la sensazione che per il servizio pubblico radiotelevisivo si stia profilando all’orizzonte un’indigesta Royal Charter all’amatriciana. Avevo scritto il 25 giugno scorso su questo giornale che una certa dose di confusione sta caratterizzando il dibattito sulla Rai in relazione soprattutto alla scadenza della Concessione (il 6 maggio del 2016 non è poi così lontano, visti i tempi a volte biblici delle decisioni politiche). Avevo lanciato la proposta di seguire, per una volta anche da noi, un metodo di lavoro che in altri paesi europei è considerato normale (si pensi ad esempio in Francia al recente rapporto Jospin sulle regole deontologiche della vita pubblica): : aprire cioè su un tema rilevante, com’è senza dubbio anche quello riguardante il servizio pubblico radiotelevisivo, un’ampia consultazione preparatoria per aiutare governo e parlamento ad assumere le decisioni finali.
Mi ero permesso, dunque, di proporre di affrontare il rinnovo della Concessione guardando al Regno Unito. E alla procedura lì seguita per la Royal Charter che è lo strumento giuridico che affida ogni dieci anni alla Bbc l’esercizio del servizio pubblico radiotelevisivo. Era chiaro che non auspicavo una lunga stagione convegnistica (arte in cui siamo maestri), piuttosto di “istituzionalizzare” quel percorso visto che nessuna legge lo vieta.
Per questo ad esempio, così come avviene a Londra, suggerivo al governo la nomina di una commissione indipendente per assistere il ministro competente nell’elaborazione di un dossier (Oltremanica si direbbe Green Paper) momento finale di un ampio coinvolgimento di tutti i soggetti in campo: la Rai, l’Agcom, i sindacati, i professionisti che operano nel settore, i produttori indipendenti ma anche i cittadini-abbonati attraverso le associazioni e sfruttando le potenzialità del web.
Pur all’interno della pessima cornice della legge Gasparri (non credo, infatti, che l’attuale maggioranza “delle larghe intese” abbia voglia di mettere mano a una seria riforma del sistema televisivo in chiave europea) la nuova Concessione potrebbe segnare un passo in avanti significativo se ridefinisce e aggiorna la missione di servizio pubblico nell’era digitale e di internet, se disegna di conseguenza il nuovo perimetro industriale e delle attività della concessionaria e se determina, infine, condizioni di certezza del finanziamento pubblico (ricordo che sono riusciti a stroncare l’evasione del canone persino in Grecia, in Macedonia e a Cipro).
È vero che nelle ultime settimane sono state finalmente messe da parte alcune amenità come la privatizzazione della Rai o l’idea di indire una gara aperta (ma aperta a chi?) grazie ad una più attenta lettura della normativa vigente e di quel filo rosso che attraversa, sin dagli anni ’70, la giurisprudenza della corte costituzionale, ma è anche vero che la confusione di cui parlavo non si è ancora diradata.
Tutti, in effetti, ormai dicono “seguiamo la strada tracciata per la Bbc e variamo la nostra Royal Charter”. Ma la bussola alle nostre latitudini sembra indicare più di un Nord. Prendiamo ad esempio quello che ha detto in un recente convegno organizzato dalla Fondazione Di Vittorio e dall’associazione Articolo 21 il vice ministro con delega alla comunicazione, Catricalà. In sintesi ha sostenuto nell’ordine: 1) che ci vuole una legge (e su questo siamo d’accordo); 2) che intanto però è necessario prorogare la Convenzione tra Stato e Rai per allinearne la scadenza del 2014 al 2016. E qui vale la pena soffermarsi un attimo.
La Convenzione cui si fa riferimento è quella firmata nel 1994 dal presidente Claudio Demattè, avrebbe dovuto avere la durata di 20 anni ed era lo strumento indicato allora dalla legge per regolare i rapporti tra lo Stato e la società concessionaria. Oggi tutti gli studiosi di diritto concordano sul fatto che è stata implicitamente revocata dal Testo unico del 2005 che non ne fa menzione e che, infatti, all’articolo 45 individua esclusivamente nel contratto di servizio lo strumento regolatore della Concessione. Per non parlare dei contenuti di quella Convenzione che si vorrebbero evidentemente prorogare: appartengono ormai a un’altra era geologica fissando, ad esempio, le regole del canone Rai per «automezzi e autoscafi» o gli obblighi d’investimenti sulla rete trasmissiva analogica.
Ma torniamo ai punti indicati dal ministro: 3) una volta rinnovato, probabilmente in autunno, il contratto di servizio peraltro scaduto a dicembre 2012, e pertanto destinato a scadere nuovamente un anno prima della scadenza della Concessione (le scadenze come vedete si inseguono inesorabilmente), il governo indirà una consultazione stile Royal Charter che durerà due anni e alla fine di questo percorso passerà la palla al parlamento per legiferare; 4) se non sarà possibile varare una legge ad hoc, rassicura Catricalà, si potrà pur sempre inserire una norma di proroga, ha indicato quattro anni chissà perché non due o tre o cinque, in una delle leggi contenitore.
Evviva, dunque, la via italiana al metodo Bbc, ma non era questo che immaginavamo, cioè essere pomposamente impegnati in un bel dibattito pubblico di due anni il cui esito rischia, però, di essere un articolo di legge di una riga e mezza in un “Milleproroghe” qualsiasi (non ci vuole molta fantasia per prevederne già la formulazione: «La concessione del servizio pubblico generale radiotelevisivo è prorogata fino al 6 maggio 2020 alla Rai-Radiotelevisione italiana Spa»).
Se non vogliamo, dunque, che tutto finisca con una Royal Charter all’amatriciana (o de’ noantri, come ha scritto di recente Nicola D’Angelo) che francamente non so a cosa e a chi possa servire (ma un sospetto comunque ce l’ho), è utile che dica la sua anche il presidente del consiglio, Enrico Letta, che il tema conosce bene per essersene spesso occupato con rigore e serietà quando presiedeva l’Arel, il centro studi fondato da Nino Andreatta.
Quale servizio pubblico radiotelevisivo serve a un paese, in fondo, nei sistemi democratici dovrebbe essere un punto dell’agenda di governo almeno non meno rilevante di Imu “sì” o Imu “no”.

*da Europa Quotidiano

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