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Un mondo senza terra

 

Oggi si celebra la quarantunesima giornata della Terra (Onu 1972) e, visti i risultati, temo che abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo raggiunto le 400 parti per milione di particelle di CO2 in atmosfera; mai state così tante da venti milioni di anni, quando la temperatura sulla Terra era di dieci gradi centigradi superiori e i mari di venti metri più alti. Mai raggiunto un tasso di estinzione delle specie viventi così rapido dal Cretaceo, 66 milioni di anni fa(scomparsa dei dinosauri). Mai così ridotta la superficie occupata dalle foreste permanenti. Potremmo continuare a lungo. In compenso la popolazione umana (in prevalenza la più povera) continuerà a crescere fino al 2075 (raggiungendo 8 o 9 miliardi).

Ma non ci sarà Apocalisse, contrariamente a quanto andiamo pateticamente dicendo. Ce lo assicura la green economy, la quarta o quinta – ho perso il conto – rivoluzione industriale moderna. C’è sempre una soluzione tecnologica ad ogni problema. Finita una fonte energetica se ne sfrutta un’altra: dalla legna al carbone, al petrolio (spremendo le rocce fino all’ultima goccia con la frantumazione pressurizzata del metodo fraking, osannato da Obama), al nucleare, fino alle rinnovabili. Se poi non c’è più posto per pannellare di fotovoltaico le preziose superfici delle nostre regioni si colonizza il Sahara, in Libia per la precisione, con il progetto Desertec della Deutsche  Bank.  Nemmeno per il confinamento dei  rifiuti c’è problema: ora  va di moda “catturare” la CO2 insufflandola sotto terra. E se per caso queste nuove pratiche contaminano l’acqua dolce, basta desalinizzare quella salata. Consumato il suolo dove far pascolare il bestiame, gli hamburger li produrremo in clonazione direttamente dalle cellule di carne coltivate in laboratorio. L’ultima da Fukushima è l’agricoltura idroponica (le radici delle piante sono in ammollo in soluzioni saline) senza bisogno di terra, troppo inquinata per coltivare l’insalata, e forse senza bisogno di luce naturale. Cibo per tutti e posti di lavoro assicurati (tre milioni di green jobs solo negli Stati Uniti). Lasciate fare al mercato e vedrete che al momento giusto, quando costi e ricavi saranno convenienti, la “mano invisibile” ci prenderà miracolosamente per il colletto e ci salverà ad un passo dal baratro. Lo sviluppo tecnoindustriale non conosce limiti naturali se non quelli legati al rendimento economico degli investimenti  di capitale. Fate crescere l’economia e vedrete che – a catena – ogni cosa andrà al suo posto. Noi ambientalisti, gufisti, catastrofisti… abbiamo davvero sbagliato tutto. Per questo nessuno ci ascolta più.

Avremmo dovuto dire che non è la “fine del mondo” che va temuta, ma la prosecuzione di questo mondo. Avremmo dovuto affermare semplicemente, senza timidezze, che un mondo senza terra è un mondo che non ci piace. Che non è sopportabile vivere in un mondo sempre più snaturato, cementificato, asfaltato. Che le capacità psichiche di adattamento a stili di vita disumanizzati hanno un limite di sopportabilità. Che le compensazioni consumistiche che il mercato ci promette non valgono la candela.

C’è chi si è stupito che la nuova primavera turca sia stata innescata  da una “apparentemente modesta questione locale” (Slavoy Zizek), quale la distruzione di un parco nel centro di Istambul, senza capire che non c’è valore più forte, immediato e simbolico, della difesa anche di un solo albero.

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