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Sentenza Cucchi. L’Italia è un Paese dove l’incolumità di una persona presa in carico dallo Stato viene meno? Sembra di sì…

 

I giudici della terza corte d’assise di Roma, presieduti da Evelina Canale, hanno emesso la sentenza dopo quasi otto ore di camera di consiglio: condannati i sei medici per omicidio colposo, assolti tre agenti e tre infermieri. In aula grida di protesta. Le pene sono lievi al massimo due anni per uno dei medici e a scalare fino a 8 mesi per gli altri sanitari. La procura aveva chiesto otto anni di condanna. In particolare la terza corte d’assise di Roma ha condannato a due anni di carcere il primario della struttura protetta del Sandro Pertini, Aldo Fierro, ad un anno e quattro mesi altri quattro medici, a otto mesi il quinto. Derubricata l’accusa di abbandono di persona incapace.

“Pene ridicole”, ha commentato Ilaria Cucchi, hanno calpestato Stefano e la verità. Gli agenti, i medici, gli infermieri dovranno fare i conti con la loro coscienza, mio fratello non sarebbe morto senza quel pestaggio. Sapevamo che nessuna sentenza ci avrebbe dato soddisfazione e restituito Stefano ma calpestare mio fratello e la verità così… non me l’aspettavo. Oggi capisco quelle famiglie che non affrontano questi processi perchè sono dei massacri”.
“Me lo hanno ucciso un’altra volta… sono stati tutti assolti…”, ha dichiarato Rita Calore, la madre di Stefano. “Sono stati tutti assolti – ha ripetuto – non esiste, è una sentenza inaccettabile,proseguiremo la strada intrapresa”.
Per l’avvocato della famiglia Cucchi Fabio Anselmo “in questo processo lo Stato non ha risposto. Non critico la corte e non voglio dire che sia responsabile di questo ma in questo processo lo Stato non ha risposto”. E poi: “Non sono stati individuati – ha aggiunto Anselmo dopo la lettura della sentenza – i responsabili del pestaggio”.

Insomma, inutile nascondere che questa sentenza lascia l’amaro in bocca. L’Italia è forse un Paese dove l’incolumità di una persona presa in carico dallo Stato viene meno? Sembra proprio di sì. Noi vogliamo riproporre le foto, quelle foto impressionanti che la stessa famiglia Cucchi autorizzò alla pubblicazione e che riprendono il corpo senza vita di Stefano Cucchi dopo l’autopsia. Immagini che da sole raccontavano”.
Dalle 9 della mattina avevano atteso la sentenza oltre alla sorella e ai genitor Giovanni Cucchi e Rita Calore, una trentina di persone. Sui cartelloni innalzati davanti all’ingresso dell’aula bunker del carcere di Rebibbia le scritte: «Solidarietà a tutte le vittime della tortura e del carcere»; «Ilaria siamo tutti con te. Non ti lasciamo sola». Per testimoniare la propria solidarietà alla famiglia Cucchi sono arrivati anche alcuni parenti di vittime di vicende analoghe: Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel giugno 2008 all’ospedale di Varese dopo essere stato fermato dai carabinieri; Domenica Ferrulli, figlia di Michele, morto a 51 anni nel giugno 2011 a Milano per arresto cardiaco mentre alcuni agenti lo stavano arrestando; Claudia Budroni, sorella di Dino, ucciso a Roma nel luglio 2011 da un colpo di pistola durante un inseguimento con la polizia sul raccordo anulare; Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni, morto nell’agosto 2009 dopo essere rimasto per 82 ore legato mani e piedi a un letto di contenzione in un ospedale psichiatrico lucano. Assente ma solo fisicamente Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, costretta a restare a Ferrara accanto all’anziano padre ricoverato in gravi condizioni di salute. Dice Ilaria nelle ore che precedono la sentenza: -Se ripenso alla vita di mio fratello e ai suoi momenti felici e anche a quelli drammatici, legati al problema della droga, e se penso al fatto che però ci siamo sempre stati, trovando la forza di uscirne insieme, bene, non potrò mai perdonare coloro che me lo hanno portato via pensando che noi lo avessimo abbandonato».
Stefano Cucchi, geometra di 31 anni arrestato per droga il 16 ottobre 2009 morì sei giorni dopo nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma. Il processo si è protratto per 45 udienze, quattro anni, prima udienza il 24 marzo 2001, 120 testimoni, sentite decine di consulenti e tecnici nominati da accusa, parti civili, difesa, e anche una maxi-perizia disposta dalla stessa Corte, secondo la quale il giovane sarebbe morto di fame, riconducendo così molte delle accuse allo staff medico. L’8 aprile scorso i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy hanno chiesto di condannare tutti i 12 imputati, contestando, a seconda delle posizioni, i reati di abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni ed abuso di autorità. Secondo la procura di Roma Stefano Cucchi fu picchiato in stato d’arresto dalla polizia penitenziaria che doveva garantirne la custodia e morì di fame e di sete. Non fu alimentato, curato per quello di cui soffriva. Le lesioni provocate dagli agenti in tribunale hanno avuto però valenza meramente occasionale, tesi questa fortemente contestata dalla famiglia Cucchi. Per l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, “Stefano è stato letteralmente torturato. È morto per la tortura e per il dolore che gli è stato inferto in maniera gratuita, ha sostenuto nell’arringa al processo, se non fosse stato arrestato, ed è stato giustamente arrestato – ha continuato l’avvocato – sarebbe ancora vivo”.

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