CRISTINA ZAGARIA: “Taranto è stata avvelenata lentamente dall’industria, ma anche dalla bulimia del profitto, dai silenzi dei politici…”

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Un romanzo coraggioso, che guarda in faccia la realtà e che, soprattutto, non fa sconti a nessuno nell’assunzione di responsabilità che hanno causato e causano ancora un disastro ambientale che continua a mietere vittime. È “Veleno” (Edizioni Sperling&Kupfer), l’ultima fatica letteraria di Cristina Zagaria (nella foto), giornalista di “Repubblica”, tarantina di origine, che getta una luce nuova e veritiera sul caso dell’Ilva e delle centinaia di morti di questa “strage silenziosa”.

Oltre alle sue origini tarantine, cosa l’ha spinta a scrivere un libro sulla vicenda dell’Ilva?
“Le origini tarantine senza dubbio hanno contato molto, anche perchè “Veleno” l’ho scritto prima che scoppiasse il “caso-Ilva”.  Da tarantina, al di là della cronaca e dei titoli di giornale, che hanno risvegliato l’interesse su Taranto dopo il 26 luglio 2012 (quando la magistratura ha sequestrato l’area a caldo dello stabilimento siderurgico), sapevo che a Taranto è in atto una strage silenziosa e volevo raccontarla. E all’essere tarantina si è aggiunto il mio lavoro: ogni giornalista se ha una notizia la vuole – la deve – scrivere. Anche perchè Taranto è l’avamposto dell’Italia: a Taranto stanno saltando tutte le regole…scrivere sulla vicenda Ilva per me è scrivere della nostra Italia”.

Chi è Daniela Spera?
“Daniela Spera è una cittadina, è una chimica, è una farmacista. Daniela Spera è la protagonista di “Veleno”. Ho voluto raccontare la storia di Taranto, delle sue battaglie e dei suoi ricatti, attraverso la vita di questa giovane donna che ha scelto di dichiarare guerra al mostro d’acciaio, perchè Daniela Spera non è un’eroina, è una persona comune che vuole capire cosa accade e agire”.

Questa giovane donna che, nella vita fa la chimica di professione, è in  fondo l’alter ego della cronista Cristina Zagaria?
“No. Daniela Spera è Daniela Spera. Certo, tra noi c’è stata subito empatia e io condivido le sue idee e la sua battaglia, ma lei è la chimica, io la giornalista e ognuno con le proprie forze, il proprio tempo e le proprie competenze cerca di salvare Taranto dal ricatto “salute o lavoro”, per chiedere semplicemente una Taranto libera”.

A tale proposito, quale deve essere, secondo lei, il compito di un giornalista nel denunciare informando su casi come questo?
“Non deve fare niente di eccezionale. Basta non rimanere chiusi in una redazione, ma andare in strada, parlare con la gente, con tutti i fronti e cercare le notizie che nessuno vuole raccontare. Scrivere cosa raccontano gli operai e cosa vivono i cittadini, seguire l’inchiesta giudiziaria, fare un’attenta analisi delle reazioni politiche e del lavoro dei sindacati, senza censurare nessuna voce. Mai. Il giornalista deve mettere il lettore nelle condizioni di crearsi una propria opinione. Io, con “Veleno”, ho cercato di fare questo. Daniela Spera, per esempio, più di una volta ha presentato ai giornali dati e denunce che non sono state pubblicate, perchè erano ritenute informazioni rischiose. Un giornalista, invece, deve verificare e scrivere tutto”.

Veleno è quello che, per anni, hanno respirato centinaia di persone, tra lavoratori e residenti intorno allo stabilimento killer. Le è sembrato fosse più incisivo un titolo come questo per rendere l’idea del disastro ambientale?
“Veleno è un titolo netto, chiaro, diretto. Sulla questione Ilva fino ad oggi di chiarezza ce n’è stata poca. E Veleno non è solo quello che i tarantini hanno respirato per anni. Taranto è stata avvelenata lentamente dall’industria, ma anche dalla bulimia del profitto, dai silenzi dei politici, dalla fame di lavoro, dai giochi dei sindacati, dall’ignoranza, dalla paura di reagire”.

Quali piste ha seguito nella ricostruzione dei fatti?
“Ho seguito le storie. Daniela Spera nel suo lavoro da “cittadina attiva” (come si definisce) ha incontrato ammalati, operai, investigatori, politici, sindacalisti, medici, allevatori, avvocati, mamme, bambini, esperti. Io sono partita dal suo lavoro, dalle persone e dalle piccole storie, che sui giornali non finiscono mai (o molto poco)”.

Chi ha, secondo lei, le responsabilità di tutto ciò, oltre l’azienda?
“I politici. I sindacati. Gli operai. I cittadini. Io. Tutti noi che sapevamo o avremmo poturo sapere. Tutti noi che abbiamo aspettato e accettato”.

Giornalismo asettico o passione civile?
“Il giornalismo è obiettività, o almento tensione verso l’obiettività. Un romanzo che nasce come un reportage giornalistico è passione civile, è un romanzo civile, perchè non bisogna condizionare l’informazione, ma bisogna avere il coraggio di prendere posizione”.


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