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Denis Bergamini, ennesimo caso di una giustizia a lungo muta

 

La morte di Denis Bergamini, “Il calciatore suicidato”, ripropone l’ennesimo caso di una giustizia a lungo muta e alla quale viene tolto il bavaglio grazie alla forza in direzione ostinata e contraria dei familiari della vittima, che mai hanno creduto alle versioni ufficiali, poi sancite anche dai processi.

Denis Bergamini, calciatore e stella del Cosenza, nato a Boccaleone d’Argenta in provincia di Ferrara, morì a ventisette  anni il 18 novembre del 1989 sulla statale Ionica, all’altezza di Roseto, travolto e schiacciato da un camion. L’inchiesta fu archiviata come suicidio. Oggi la sua ex fidanzata è indagata per omicidio volontario. Sono passati molti anni, una vicenda giudiziaria fatta di indagini insabbiate, testimoni mai interrogati o reticenti, contro cui si sono battuti chiedendo a lungo e invano verità la sorella e il padre del calciatore. Lentamente ma inesorabilmente il muro delle omertà si è rotto: Carlo Petrini, anche lui calciatore, recentemente scomparso, dedicò alla vicenda un libro memorabile, “Il calciatore suicidato”, i tifosi del Cosenza calcio fecero loro la domanda di giustizia proveniente dalla famiglia, del caso cominciò ad occuparsi con continuità la trasmissione Rai Chi l’ha visto, poi quando qualche anno fa fu nominato un nuovo avvocato, Eugenio Gallerani, iniziò la vera svolta.  Il legale si promosse tutte quelle ricerche che mai erano state compiute e che rivelarono contraddizioni e scenari impensabili. Gallerani consegnò allora alla procura di Castrovillari un dossier preciso e dettagliato, 221 pagine che ipotizzavano   con ragionevole certezza la incongruenza della tesi del suicidio. Fu così che il procuratore Franco Giacomantonio riaprì un caso archiviato, ordinò nuove perizie che hanno appurato ad esempio che quando Denis Bergamini per due volte fu schiacciato dalle ruote di un camion era già morto, anzi era già stato ucciso. Lo avevano sempre pensato la sorella Donata e il padre Domizio  già dai primi giorni di quel lontano novembre 1989, quando furono consegnati loro i vestiti, le scarpe, l’orologio di Denis, tutti incredibilmente intatti, senza segni, dopo un trascinamento sull’asfalto di 64 metri.

E’ una grande giornata per la sorella Donata, che ha appreso la notizia nella notte dalla televisione e  non vede l’ora di dirlo ai genitori:  “Ho deciso, vado a lavorare come se nulla fosse, prima gli vado a prendere tutti i giornali e quando rientro … , però avrei sempre pensato di essere informata prima della stampa, ma va bene ugualmente”.

“Ho comunicato la notizia al papà, mi dice l’avvocato Eugenio Gallerani, l’ho sempre saputo, mi ha detto, ma per molti anni nessuno mi aveva mai ascoltato. Va ringraziata la gente di Cosenza che ci ha sostenuto, che non ha dimenticato Denis Bergamini. Era il beniamino locale, ma non perché fosse un campione, ma perché era quello che si allenava di più, era una brava persona. Il suo sogno era di andare in serie A con il Cosenza e ci stava riuscendo. Proprio per questo l’anno prima rifiutò di fare la spalla a Roberto Baggio nella Fiorentina”.

Oggi, l’ex fidanzata, Isabella Internò, dimenticata per anni, è accusata di concorso in omicidio e i mandanti sono da ricercare probabilmente nell’ambiente familiare della donna, gli esecutori vanno verosimilmente identificati tra i due misteriosi personaggi che prelevarono Bergamini quel pomeriggio all’uscita dal cinema a Cosenza. “Denis era bello e famoso, scrive la Gazzetta del Sud, riempiva i sogni delle teenagers e faceva sospirare di desiderio le ragazze più grandi. Aveva i capelli lisci e biondi, i tratti del viso dolci, gli occhi chiari, il fisico atletico e mostrava modi da gentleman. Presidiava, tutto fiato, sudore e tecnica, il centrocampo del Cosenza. Lottava ogni domenica osannato come un idolo della tifoseria. La squadra rossoblù era impegnata con profitto nel campionato di cadetteria. Nello spogliatoio le cose andavano bene e Gigi Simoni guidava la truppa con polso signorile. Andava tutto bene. Uccidersi era l’ultima cosa a cui pensare.”

Nel libro di Carlo Petrini Michele Padovano, attaccante e compagno di squadra di Bergamini,  racconta che il giorno del funerale, dopo la cerimonia accompagnò a casa la fidanzata di Bergamini. “Una cosa che mi è sembrata strana, racconta, è che quando siamo arrivati a casa sua, non c’era un clima da funerale ma una certa allegria. Mi hanno perfino invitato a bere…”

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