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“La ricotta”, dal film allo spazio scenico

 

Immaginato agli inizi degli anni sessanta, e sceneggiato nel 1962 (quindi, dieci anni prima  che Elio Petri e Ugo Pirro constatassero l’impossibilità della classe operaia di accedere al paradiso)   “La ricotta” di Pasolini è, in prima istanza, una sceneggiatura in forma di racconto, fertile di un’immaginazione e forza evocativa che sarebbero di per sé esaustive anche senza la visualità dell’immagine filmica. In cui il poeta-eretico radicalizza le riflessioni teoriche  messe a punto  nei  tanti  tipi di ‘scrittura’ diversi dell’immagine riprodotta (ma ad essa indirizzati). Come, ad esempio, il principio di ‘narrazione cinematografica’ quale sintassi  autonoma (rispetto a quella  della narrazione vergata e orale),  conforme alle ‘partiture di preparazione al film’ (dal soggetto ai sopralluoghi), concepiti come  vera e propria liturgia di introduzione alla natura collettiva- non più ‘ripensabile’ -della  realizzazione filmica: nel  momento del suo ‘distacco’ dall’artefice letterario al contributo di chi ne assumerà le responsabilità esecutive (direttore della fotografia, attori, maestranze). Dubbi, travagli, incertezze densi di analogie con la lacerazione, l’’esaltazione, il dolore che si accompagnano ad ogni ‘creatura’ che viene al mondo, strappata a quello delle idee.

Dal progetto alla prassi, “La ricotta” (la cui edizione restaurata è parte integrante della serata al Vascello) divenne   uno dei  quattro  episodi del film a episodi “ Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello”, liddove Pasolini veniva affiancato ad autori di culto quali Rossellini, Godard e al ‘giovane’ Gregoretti. Trattandosi di una crudele allegoria incastonata come ‘film nel film’,  la vicenda si compie, come triste rapsodia, nel corso delle riprese di un ‘peplum’  sulla Passione e la Deposizione del Cristo, in braccio a Maria, alla  Maddalena e agli apostoli radunati sul Golgota.

A un figurante di nome Stracci è assegnato il ruolo di   uno dei ladroni crocefissi al fianco di Gesù, cui ‘spetta’  realmente di   morire (‘a ciascuno la sua croce’) a causa di una congestione addominale per eccesso di fame e di cibo.  Del resto- commenterà Orson Welles, magnifico e indolente regista del film in lavorazione, circondato da giornalisti melliflui e panciuti produttori- “Povero Stracci…non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo”-  riassumendo il senso di una morte narrata in un perfetto intarsio di tensione morale e ‘ridicolizzanti’ sequenze  con fotogrammi accelerati-  tra vocazione pittorica (primi piani di facce liete e lombrosiane,  citazioni da Caravaggio, Pontormo,  Mantegna)  e vilipendio della religione farisaica (che costò a Pasolini una condanna penale e il sequestro dell’opera).

Dotato di cruda compostezza cronistica,  l’omaggio che Antonello Fassari e  Adelchi Battista ne desumono sui praticabili del Vascello, asseconda quel teatro di ‘parola’ e ‘straneazione critica’ perorato da Pasolini nella prefazione ad “Affabulazione”, “Orgia”  e “Bestia da stile”.

Su spogli elementi scenografici che rimandano ai residuati di un set cinematografico ‘povero e desolato’,  il teatro di narrazione professato da Fassari lavora per sottrazioni e prosciugamento di orpelli, emozioni, consolazione.  E  Il ‘racconto’,  costernato e neutro della sceneggiatura ‘tale e quale fu scritta’,  esalta lo spessore politico e poetico della serata.
Nella quale si trasfigura, con laico disinganno, il rapporto tra ‘assoluto e profano’ , tra ‘poveri cristi’ e  calvario reale  di chi affonda nell’indigenza  ‘famelica’ senza (nemmeno) l’idea  di chiedersi   chi sono  i suoi  veri aguzzini- ad  estremo sfregio della  dignità umana, triturata in catene di montaggio tra (induzione ai) consumi e (momentaneo) valore d’uso.

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“La ricotta” da Pier Paolo Pasolini.
Versione teatrale a cura di Antonello Fassari e Adelchi Battista. Con Antonello Fassari. Roma, Teatro Vascello 

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