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Darfur, 150 stupri in due mesi

 

Miriam ha 16 anni e, a guardarla, non si direbbe. Parla con un filo di voce e si tormenta le mani. Ha deciso lei di parlare, di raccontare davanti a una telecamera lo stupro subito “Ora voglio che si sappia e spero che quei militari rendano conto alla giustizia”. Ci vuole un grande coraggio, in Darfur, a fare quello che fa lei. Per donne, ragazze come Miriam, finito lo stupro, inizia un altro calvario: la derisione della comunità, il ripudio se sei sposata E la sua, è storia che si ripete, all’infinito, in una regione, del Sudan, da dieci anni teatro di guerra, nell’indifferenza del mondo e dei mezzi di comunicazione. In dieci anni di guerra, le popolazioni di etnia africana del Darfur, cacciate da quella di origine araba dalle proprie terre ed espropriata dei  beni, si ammassa in campi profughi diventati, ormai, estesi come città…e come Miriam, le ragazze sono deputate a compiti di sopravvivenza, come raccogliere legna.

Anche quel giorno Miriam col fratello più piccolo, era uscita dal campo Al Fasher. Alcuni militari la fermano. Sonoin otto. Le chiedono dove stanno andando e cosa ci facevano da soli, senza genitori, in giro per la città. Leirisponde che sta accompagnando a scuola suo fratello e loro ridono. Poi lo allontanano, dicendogli di andare a scuola da solo. La prendono con la forza, la portano in un posto appartato. La violentano a turno, tutti. Più volte. Questo racconta Miriam. “E’ stato orribile, credevo di trovarmi in un incubo. Quando sono tornata al campo e ho raccontato quello che era successo mi hanno detto di non dire nulla. Ora però voglio che si sappia e spero che quei militari rendano conto alla giustizia”.
Le notizie più recenti di stupro, secondo le ong operanti nella regione, sono quelle relative ad alcuni casi denunciati da diverse donne, comprese ragazze adolescenti, violentate tra luglio e ottobre scorsi mentre erano fuori dal campo di Zalingei a cercare legna, radici o altro per uso familiare o da rivendere al mercato locale. Sarebbero state stuprate anche donne incinte.

Dalle testimonianze raccolte dal2004 aoggi da Medici senza Frontiere e Human Right Watch, anche  bambine di soli sette/otto anni avrebbero subito violenza, mentre molte ragazze sono state ridotte a schiave sessuali delle milizie.

Ad alcune di loro sono state spezzate le gambe per impedire la fuga. Loscopo delle violenze è sempre lo stesso: umiliare le vittime,  terrorizzare le comunità di appartenenza, costringere le popolazioni alla fuga. Le sopravvissute vengono poi costrette ad una vita di emarginazione perché ripudiate dai mariti e abbandonate dalle famiglie. In Darfur è anche molto praticato l’uso delle mutilazioni genitali femminili, ed è aumentato esponenzialmente il rischio di contrarre il virus dell’Hiv ed altre malattie. E poi, i reclutamenti forzati di bambini soldato
Anche tra i rifugiati nel campo di Kalma, alle porte di Nyala, sono molte le ragazze che, secondo quanto denunciato nel Rapporto di Amnesty International del 2009,  raccontano l’orrore degli stupri di massa. Le denunce sono terribili: 150 stupri in soli due mesi nei dintorni della città principale del sud Darfur. Moltissimi stupri, sono stati praticati dai miliziani arabi. Sette donne hanno raccontato all’Associated Press le violenze subite da questi miliziani.
Dopo aver lasciato il campo di Kalma, situato vicino Nyala, per recarsi a raccogliere legna con un carretto trainato da un asino, le donne sono state bloccate da dieci arabi in uniforme a dorso di cammelli e violentate. A., 18 anni, era al settimo mese di gravidanza ma questo non l’ha salvata. Quattro uomini le si sono messi alle spalle, colpendola con dei bastoni, mentre gli altri inseguivano il resto del gruppo. Racconta: «Per tutto il tempo che è andato avanti io continuavo a pensare: stanno uccidendo il mio bambino».
Una volta circondate, le fuggitive sono state picchiate e il loro asino ucciso. «Non siamo andate molto lontane», ha detto M., ferita ad un ginocchio da un colpo d’arma da fuoco. Z., 30 anni, era insieme alla figlia diciottenne e al suo bambino. Il bimbo è stato gettato per terra e le due donne violentate.
Denudate e percosse, le povere donne sono ritornate al campo di Kalma dove, però, invece di trovare assistenza e solidarietà da parte della comunità, sono state derise. Solo il personale sanitario si è preso cura di loro medicandole e fornendo pillole contro la gravidanza e l’Hiv. A. ha poi dato alla luce suo figlio.

Orrori che il mondo non vuole vedere, non vuole sapere. Che l’informazione ha il dovere etico di illuminare. Nonostante il conflitto su larga scala si sia esaurito nel 2008, dopo dieci anni, dall’inizio della guerra, in Darfur si continua a morire e a vivere vite mutilate. Silenzio

Anche la brevissima “primavera araba” del Sudan non ha avuto lo straccio di un’attenzione dai media internazionali: eppure, tra le proteste  che da giugno, per mesi,  hanno incendiato le strade di Khartoum, capitale del Sudan, le donne sono state protagoniste: da un dormitorio femminile universitario, il 16 giugno scorso, è partita la protesta contro le misure di austerità del governo islamista sudanese, guidato da Al Bashir, su cui pende un ordine di arresto internazionale del Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità. La polizia disperde i manifestanti con gas lacrimogeni e bastoni, fino ai dormitori femminili da cui tutto aveva avuto inzio. Le proteste si allargano, la repressione è feroce, con arresti di studenti e giornalisti. Ma la voce della rivolta riesce a squarciare solo twitter: l’hastag #SudanRevolts fa il giro del web. Il mondo guarda altrove.

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