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Siria, ‘complice’ di Bashir per i massacri in Sudan difeso da Lega Araba

 

La Lega Araba nonostante le pressioni della Comunità internazionale non scarica il generale sudanese ritenuto complice del presidente del Sudan, Omar Hassan al Bashir, nei massacri del Darfur. Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, a capo della missione di osservatori inviati in Siria con il compito di monitorare il rispetto dell’accordo che prevedeva il ritiro delle truppe governative di Damasco dalle grandi città, è stato strenuamente difeso da Heli Bin Ahmad, vice presidente dell’alleanza di stati che ne ha lodato le funzioni nel ruolo da questi ultimi affidatogli.

Al-Dabi divenne capo dell’intelligence militare del Sudan nel 1989, anno in cui  Bashir prese il potere con un colpo di stato. La sua carriera è continuata con l’incarico di direttore dell’agenzia di spionaggio estero del Sudan ed è stato vice comandante delle forze armate sudanesi per le operazioni militari tra il 1996 e il 1999. Da quell’anno ha rivestito incarichi di grande rilevanza connessi al Darfur e alla crisi che ha toccato il suo apice nel 2003, quando gli oppositori al regime di Khartoum, imbracciarono le armi e attaccarono l’aeroporto militare della Capitale. L’ultima posizione ricoperta prima di assumere la guida della delegazione araba in Siria fu quella di coordinatore tra Khartoum e le forze di pace internazionali inviate in Sudan dopo l’inizio del conflitto.

Alcune organizzazioni per i diritti umani, capitanate da Amnesty International, accusano Dabi di essere responsabile di arresti e detenzione arbitrari, sparizioni forzate, tortura e altri maltrattamenti a danno dei dissidenti.
Ma ai suoi ‘supporter’ tutto ciò importa poco. Anzi. Dopo la diffusione di un accurato dossier,esponenti della Lega Araba hanno aggiunto che Dabi “ha contribuito a creare un clima di ‘conformità’ tra i membri della sua missione, promuovendo uno ‘spirito di squadra’ che ha permesso di ottenere risultati importanti, come la liberazione dei prigionieri politici e il ritiro dei carri armati da città importanti della Siria”.

Insomma, messaggio chiaro: lasciatelo lavorare e una soluzione al conflitto arriverà presto.
Eppure la questione siriana appare ben lungi dall’essere risolta.
Leggendo i bollettini di guerra, che si allungano di giorno in giorno, appare lampante che passerà molto tempo prima che la situazione si normalizzi.
Finora gli appelli della comunità internazionale rivolti a Bashar Assad, affinché compiesse un passo indietro per creare i presupposti per una pacificazione, sono rimasti inascoltati.
Il presidente – dittatore non sembra intenzionato ad assecondare le richieste giuntegli da più parti e la situazione rischia di precipitare, fino ad arrivare a una possibile risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Proprio per tentare di scongiurare un intervento del Palazzo di vetro che degenerasse in un’azione militare, la Lega Araba aveva avviato l’opera di mediazione da cui era scaturito l’invio di una delegazione di osservatori in Siria.
L’obiettivo della missione era di assicurarsi che fossero ritirate le forze di sicurezza dalle città siriane in rivolta, garantire la scarcerazione dei prigionieri politici e permettere che si potessero svolgere  liberamente le dimostrazioni anti governative.
Ma a parte i ‘limitati’ successi decantati dalla Lega araba nessun significativo passo avanti è stato, purtroppo, realmente compiuto.

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