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Rai, dove vai? Porto pesci

 

“Dove vai? Porto pesci…”, e così hanno risposto ieri molti politici di destra, centro e sinistra, alla notizia della clamorosa rottura che si era verificata nel Consiglio di amministrazione della Rai. Tutte e tutti a ringraziare il nuovo direttore del tg 1 senza neppure interrogarsi sulle ragioni di una spaccatura clamorosa, 5 a 4, inedita e imprevista.

Sono forse impazziti quei consiglieri che hanno votato no, non tanto ad Orfeo, quanto ad metodo considerato da loro vecchio, degno di un passato che tutti avevano giurato di voler archiviare.

Tra quei consiglieri ci sono pure Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo, indicati da alcune associazioni della società civile su proposta del segretario del pd Bersani che, addirittura, si dichiarò orgoglioso di poter votare persone di cosî grande valore etico e professionale

Sono forse ammattiti Colombo e Tobagi, per non parlare dei consiglieri Pilati e Todini che, pure hanno negato il loro consenso?

Si puó liquidare quanto é accaduto limitandosi a fare gli auguri ai nuovi direttori tanto per coltivare le pubbliche relazioni? Per altro sarebbe stato cortese salutare tutti I nuovi entranti e ringraziare gli uscenti.

Tanto per essere chiari a noi capitó di restare soli anche quando Mario Orfeo fu ” costretto” a dimettersi dal Tg 2 perché gli fu spiegato che esisteva un veto sul suo passaggio al Tg1 , perchë aveva osato continuare a dare la parola a Gianfranco Fini quando era scattato l’ordine di oscurarlo e di manganellarlo a reti semiunificate.

In quella occasione un silenzio tombale circondò l’uscita di Orfeo, anzi e si fece finta di credere alla ipocrita risoluzione consensuale del contratto.
Ci fa piacere che i silenti di allora abbiano ritrovata la voce, ma, per quanto ci riguarda, non avevamo pregiudizi sulla persona allora, non li abbiamo oggi, anzi.
Il tema, tuttavia, non é questo, e non si puó fingere di non saperlo.
Per quale ragione, prima del voto, non é stato votato un atto che chiudesse la brutta pagina delle esclusioni e decretasse il reintegro degli esclusi?
Perché non vi é stato un pubblico confronto tra proposte di candidatura avanzate dal medesimo direttore generale?
Antonio Di Bella, e non solo Lui, non aveva forse I titoli professionali adeguati?
Carlo Freccero, un genio della tv,non é in grado di dirigere una rete?
Non ci sono donne capaci di dirigere queste e altre strutture? Dove sono finiti gli impegni al riequilibrio di genere?

Mancano loro i requisiti professionai o, piú banalmente, mancato loro i requisiti politici e partitici necessari per conquistare il voto dei tanti ex parlamentari che siedono in Consiglio di amministrazione?

Come mai l’annunciata delibera di rilancio e potenza mento di Rainews non é mai stata portata al voto? Chi si é messo di traverso?
Per quale ragione alcune strutture editoriali, in piena e devastate crisi, non sono state portate alla attenzione del consiglio?

Perché mai chi é stato beccato a trescare con l’azienda concorrente, a promuovere le espulsioni, a concordare accordi di cartello dannosi per la Rai continua, invece, a restare al posti di comando?

Altro che il referendum sul Tg1!

Chiunque é in grado di capire che quello in atto é uno scontro sul metodo, tra chi non riesce ad uscire dalla logica dei lotti e dei feudi e chi vorrebbe davvero tentare di introdurre elementi di innovazione e di discontinuitá.

Per ora ha vinto, come sempre, il fronte della conservazione.

Chi finge di non capire, specie nel centro sinistra, se ne pentirá quanto prima.

In queste ore si é consentito un nuovo strappo, assistendo in silenzio al passaggio da una Rai sotto il controllo dei partiti ad una Rai sotto il controllo del governo e di poteri estranei ad ogni legittimitá democratica.

Questa rottura é iniziata tempo fa, quando uno stolto coro plaudí alla decisione di Monti di non cambiare la legge Gasparri e di usare le modifiche ai regolamenti e agli Statuti per dare piú poteri alla presidenza e cioè al governo medesimo.

Fu lo stesso Monti, un giorno come presidente, ed un altro come ministro, ad indicare insieme presidente e direttore generale,con una procedura inedita e sbagliata, ma che trovò tanti sostenitori tra chi riteneva allora e ritiene oggi che le regole si possano e si debbono cambiato a seconda delle convenienze del momento.

Un principio che, parafrasando Bersani non puó andar bene per le primarie, ma neppure per la Rai.

Allo stesso modo i medesimi che urlavano quando il consigliere Petroni, espresso dal ministro Tremonti, dava il suo voto determinante in consiglio di amministraziine, oggi plaudino al voto determinante del consigliere Pinto, espresso dal governo in carica.

Allora no, oggi si?

Di questo si deve discutere , non di altro.

Se gli stessi strappi li avesse operati Berlusconi, che pure ha fatto di tutto, di piú, di peggio, le urla sarebbero salite sino al cielo, le proteste si sarebbero sprecate, le agenzie avrebbero trasmesso infuriatI proclami.

Invece no!

Per fortuna il sindacato, tante associazioni della società civile, i cronisti piú avvertiti, coloro che conoscono vita e trame dei media, non sono caduti nella trappola e non hanno accettato il regime della doppia verità e non hanno risparmiato al governo in carica, del paese e della Rai, le stesse critiche che avevano rivolto ai loro predecessori.

Gli antiberlusconiani di professione sono quelli che hanno da sempre usano due pesi e due misure cambiando le opinioni a seconda del colore dei governi in carica e del nome del prescelti.

A noi, invece, interessano i fatti e i fatti, purtroppo ci dicono che, sino a quando la legge Gasparri ed il conflitto di interesse , resteranno in vita, non sará possibile alcun reale cambiamento e non solo alla Rai.

Da oggi riprenderemo l’iniziativa per chiedere ai candidati alle primarie e a tutte le forze politiche di centro sinistra una risposta su questi temi.

Le risposta arrivate , anche nella giornata di ieri, non promettono nulla di buono.

Un grazie, infine, ai consiglieri Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi,( ma anche agli altri che hanno posto la questione del metodo) perché hanno anteposto l’interesse generale a qualsiasi valutazione di opportunità o, peggio, di opportunismo di parte o di partito.

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