Sei qui:  / Appuntamenti & Eventi / Articoli / A Modena per la prevenzione del rischio sismico in Italia

A Modena per la prevenzione del rischio sismico in Italia

 

Era una sala gremita quella che venerdì 12 ottobre alla Ambiente Lavoro Convention  di Modena ha accolto l’incontro promosso da Rivista 2087 Edit. Coop e Articolo 21“Per una cultura della prevenzione del rischio sismico in Italia”. Al dibattito, moderato dal giornalista Fernando Ferrigno, erano presenti Annibale Mottana… Professore Senior di Georisorse e Mineralogia Applicata, Dipartimento Scienze Geologiche, Università degli Studi Roma Tre, Gigliola Lusvardi, Dipartimento Scienze Chimiche e Geologiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Antonio Mattioli, Responsabile Politiche Industriali Segreteria Cgil Emilia Romagna, Luigi Golzio dell’università di Modena, esperto di economia e Pio Baldi architetto ex presidente della Fondazione MAXXI.
E’ stato un dibattito ricco e partecipato, grazie anche ai numerosi giovani presenti, che si è sviluppato intorno alla questione principale: come limitare i danni causati dai terremoti. Ogni conferenziere ha posto in campo la propria esperienza e la propria professionalità  per affrontare i vari aspetti della questione della prevenzione.

Il professor Annibale Mottana è entrato nel merito del rischio sismico: “Dove c’è stato un terremoto è molto probabile che ce ne sia un altro. In Italia c’è stato praticamente ovunque, ci sono solo tre zone in cui si può dormire tranquillo: Piemonte, Lombardia settentrionale e Trentino Alto Adige. Ma questo non significa che non ci si debba preoccupare. Per esempio, il terremoto che c’è stato nel modenese due mesi fa si è sentito anche a Domodossola che non è una zona sismica. Perché ci sono stati danni rilevanti nell’ultimo terremoto. Perché il tempo è stato sufficiente da dimenticarci che siamo in zona sismica. E’ vero che la carta sismica è stata aggiornata nel 2004 ma nonostante questo non sono stati presi provvedimenti”.

Gigliola Lusvardi, che all’università di Modena si occupa di chimica, ha trattato la problematica del rischio chimico derivante dai terrmoti: ” Il rischio chimico è ovunque, nell’ambiente di lavoro, nella scuola, nell’ambiente. Quando si parla del prodotto chimico si parla di rischio. Il problema che insorge in seguito ad un evento sismico può essere quello correlato al fatto che tutte le sostanze chimiche pericolose che noi utilizziamo nella nostra attività non potranno più essere utilizzate, stoccate, lavorate e trasportate in maniera adeguata perché ci troviamo di fronte ad un evento straordinario. Quando si verifica un evento come quello di un sisma che causa il crollo di una struttura interviene il rischio per i materiali che vengono dispersi nell’ambiente e per la contaminazione dell’ambiente. Come affrontare questo tipo di emergenza? Verificare e controllare periodicamente i luoghi in cui vengono conservati o lavorate queste sostanze chimiche e verificare quali sono, in un territorio, tutte le aziende che utilizzano questi prodotti”.

Antonio Mattioli, sindacalista, si è occupato invece dei disagi dei lavoratori modenesi, nel post terremoto, fornendo delle notizie disarmanti: “I terremoti di marzo e di giugno hanno prodotto effetti devastanti in un territorio che non era pronto ad un evento di questo tipo. Gran parte degli immobili e i capannoni di questa zona non sono antisismici. Noi oggi abbiamo 1520 imprese crolla o inagibili. Ci sono 39mila lavoratori in cassa integrazione perché non c’è il lavoro a causa dell’inagibilità delle imprese. Ci sono stati 19 morti sul lavoro e 58 feriti e questa è una questione sottovalutata. Il 5 e 6 giugno ci siamo trovati davanti ad una situazione che, per me nel 2012, è impensabile. C’era un’azienda che chiamava a casa i lavoratori per chiedere loro di presentarsi al capannone ancora inagibile dopo il terremoto. Se il lavoratore si rifiutava perché rischia la vita ad andare a lavorare in un capannone inagibile, l’azienda lo licenziava. Se però si presentavano al lavoro, il lavoratore era costretto a firmare una liberatoria che esautorava l’impresa da qualsiasi conseguenza di eventuali incidenti.Quando io andavo a dire ai lavoratori che in quelle condizioni non si poteva lavorare venivo respinto in malo modo, quindi è necessario riflettere sulla cultura del lavoro degli stessi operai”.

L’esperto di economia Luigi Golzio è intervenuto a proposito dell’aspetto economico dell’investimento nella prevenzione: “Il miglioramento della salute è importante per l’economicità delle aziende e tutta la normativa relativa alla sicurezza sul lavoro deve avere lo stesso peso dei rischi del mercato. E’ necessaria una valutazione economica dei rischi e la prevenzione deve essere fatta nell’ottica di una logica interdisciplinare e partecipata. Lo Stato è intervenuto perché i rischi non di mercato (salute, inquinamento ambientale…) non sono prevenuti attraverso il meccanismo di mercato, dunque se l’istituzione non interviene questi rischi vengono trasferiti sui lavoratori. Ad esempio, se un’impresa lombarda inquina l’Ambro, che a sua volta inquina il Po che sfoccia nell’Adriatico dove nasce la mucillagine che rovina la stagione degli albergatori, questo è un costo sociale. Se le sanzioni sono dure inducono l’azienda a rispettare la normativa”.

L’architetto Pio Baldi si è invece occupato della protezione del prezioso, ma altrettanto fragile, patrimonio colturale italiano messo a repentaglio ad ogni scossa di terremoto: “come proteggere il patrimonio culturale dal rischio sismico? Esiste una ampia letteratura conseguente ad almeno 3 decenni di studi specialistici nel settore. Sintetizzando si può dire che è stata accantonata la presunzione di ottenere per i monumenti il livello massimo di sicurezza perché richiederebbe interventi di consolidamento e presidio talmente invasivi da far perdere ai beni culturali una parte cospicua delle loro caratteristiche. La ricerca scientifica nel settore ha individuato e classificato una serie di interventi, di miglioramento antisismico che, senza far perdere valore storico-culturale agli edifici, consentono di migliorarne sensibilmente la capacità di sismo-resistenza. Tutto questo ormai da più di quattro anni è stato tradotto in un testo normativo ma manca una cosa fondamentale: la conoscenza del patrimonio. Poiché manca ancora, a tutt’oggi, un catalogo completo dei beni culturali italiani”.

La conferenza ha portato all’elaborazione di una proposta, sintetizzabile in sei punti, uno strumento sul “da farsi”  per limitare i danni dei terremoti.
1. Verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e loro sviluppo continuo ai fini di una aggiornata mappatura antisismica del territorio.
2. Vigilanza attiva, costante e rigorosa sull’applicazione delle norme costruttive antisismiche e sulla qualità dei materiali impiegati.
3. Indirizzo e promozione da parte pubblica per una maggiore diffusione dell’applicazione della normativa di buona tecnica e del costruire a regola d’arte.
4. Rendere efficace il Piano nazionale antisismico, attraverso:
a) la verifica della resistenza antisismica dei fabbricati pubblici e privati;
b) la creazione di condizioni affinché gli enti locali possano operare celermente per attuare il piano;
c) l’adeguamento dei finanziamenti secondo un piano pluriennale e una relativa scala di priorità.
5. Indirizzo nazionale per la predisposizione di piani locali di emergenza sismica e la programmazione di comunità degli interventi di prevenzione antisismica.
6. Campagna nazionale per la promozione di una cultura della prevenzione antisismica.

 

 

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE