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Diffamazione e diffamati

 

Non si può e non si deve finire in carcere per un articolo di giornale, qualunque sia: non è da paese democratico dove l’equilibrio dei poteri è essenziale e dove la voce della stampa deve essere libera, sempre, di esprimere opinioni o visioni diverse dei fatti. Non si può andare in carcere per una opinione in un paese che ha nell’articolo 21 della Costituzione Italiana
il proprio punto di riferimento. Anche se  l’opinione espressa è brutta e inquietante, anche se infamante, anche se falsa e sbagliata: anche se scritta da una giornale, come quello diretto da Alessandro Sallusti, che ha “deriso” e combattuto con il proprio giornale chi invocava proprio l’Articolo21 della Costituzione per chiedere la fine del conflitto di interesse. Anche se  era una  opinione, espressa dietro pseudonimo, avallata (forse pur avendola controllata) da chi ha difeso il metodo del fango contro gentiluomini come l’allora direttore dell’Avvenire  Boffo.

Proprio in nome della superiorità del diritto sulla forza, in nome del principio del giornalismo pulito contro il fango,l’uso del carcere non è solo spropositato: è un occhio per occhio che uno Stato di diritto non si può permettere, tanto più per un omesso controllo su un articolo.

Tante altre possono e devono essere le sanzioni , sia di autodisciplina dell’Ordine dei Giornalisti, di un Giurì composito, oppure regolate da una legge dello Stato che deve tutelare  i cittadini diffamati dai giornalisti.  E deve farlo con la forza del Diritto per stroncare ogni insulso  senso del potere di diffamare che troppo spesso molti giornalisti sfoderano, dimenticando il loro ruolo delicato e la forza di penetrazione di ciò che scrivono e di quel che mettono in onda in radio e tv.

Ma il carcere , ben 14 mesi di carcere, è qualcosa che va oltre la sanzione: il carcere,in quanto condanna, significa privare un cittadino della libertà, personale, affettiva e lavorativa, totale. E privare della libertà una persona,un giornalista che fa questo per lavoro e professione, per aver espresso una opinione è una aberrazione del diritto. Perché il  giornalismo è la massima espressione della libertà e della battaglia delle idee: intervenire privando della libertà una persona che esprime idee (ripeto, qualunque siano), significa colpire la libertà in nome della libertà,essenza estrema del diritto. Un controsenso, come già i padri illuministi ci insegnarono quasi 200 anni fa.

Significa scivolare lentamente verso quel terreno,sappiamo ancora lontano per fortuna, di chi oggi nel mondo, brucia ambasciate e bandiere per un film, per quanto brutto , su Maometto. E, come Barak Obama ha ricordato al mondo intero, anche se orrendo, quel  film non poteva essere  censurato o tantomeno “bruciato”, perché sarebbe venuto meno il principio fondamentale della libertà di espressione, artistica, giornalistica, individuale e collettiva. Non mi piace ma non lo vieto.

L’articolo per il quale Sallusti è stato condannato a 14 mesi di carcere è brutto, falso: non mi piace,ma non chiudo la bocca con il carcere al suo autore o al direttore di quel giornale che l’ha pubblicato . Si può e si deve sanzionare la diffamazione , ma limitare  la libertà personale ed individuale degli autori con una condanna al  carcere, significa solo intaccare il principio costituzionale  ed assoluto della libertà di parola.

E significa anche creare un precedente, sancito poi con una sentenza, che si potrebbe estendere pericolosamente a tutti i giornalisti, dal nome famoso, al più giovane praticante: quindi una intimidazione, come quella delle “querele temerarie” usate da mafiosi e malfattori vari per cercare di intimidire cronisti e giornalisti non solo con minacce alle loro persone, ma anche con la richiesta di risarcimenti milionari agli autori degli articoli stessi.

L’esperienza del nostro Sportello Antiquerele in funzione dall’inizio dell’anno, dimostra che quasi sempre le minacce finiscono nel nulla, quando si scontrano con il Diritto in un’aula di tribunale. Ma per giovani cronisti  precari o appena assunti, con giornali, radio e tv che spesso ritirano la difesa del proprio giornalista per paura di pagare  risarcimenti anch’essi onerosi,anche la sola minaccia di chiedere cifre come 200mila euro o mezzo milione di Euro per una intervista o un articolo, diventa una forma automatica di intimidazione e quindi di censura che spesso si traduce in autocensura; in buona sostanza di limitazione della libertà di stampa.

Ecco perché, tra il collega della tv locale siciliana o calabrese intimidito e la vicenda del carcere per Alessandro Sallusti, esiste un filo rosso che li lega e ci porta ,tutti, a chiedere la riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa: una legge che risale al dopoguerra e che ha bisogno di essere rivista  in questa epoca di mezzi di informazione e comunicazione plurimi e diversi.

Che si elimini innanzitutto il carcere per articoli,opinioni e fatti scritti su giornali o portati all’attenzione di servizi radio, tv,  blog o altri sistemi di comunicazione via Web.  E’ tempo di studiare altre forme di norme che difendano i diritti dei cittadini, sia ad essere informati correttamente che a non essere infangati e lesi nei loro diritti fondamentali. Una buona legge è necessaria per legare i giornalisti ai cittadini ed ai loro due diritti fondamentali: conoscere ed essere rispettati.  Ma il Parlamento non può aspettare mesi o anni.

Per questo abbiamo chiamato tutte le forze politiche e, in particolare ,il ministro guardasigilli Severino ad un confronto pubblico con Giuristi, Giornalisti, Avvocati e Magistrati, organizzato per il 2 ottobre prossimo alla FNSI, a Roma.

Perché da due anni, dal convegno organizzato da Roberto Morrione ed Oreste Flamini Minuto, sempre alla FNSI, continuiamo a lavorare, noi di Libera Informazione,Articolo21, Ossigeno,la Federazione Nazionaledella Stampa (con associazioni internazionali comela Open SocietyFoundations), a modifiche della legge sulla diffamazione che vengano incontro  alla richiesta di libertà di parola dei giornalisti da armonizzare con le esigenze dei cittadini, ed il loro diritto ad essere informati correttamente.

Non volevamo che si arrivasse al carcere per giornalisti ma lo temevamo: è successo. Ora, chiedendo che il direttore Sallusti non sia privato della sua libertà e della sua voce,  chiediamo che subito,insieme alla nostre proteste, si  avanzino  anche le proposte di modifica della legge sulla diffamazione. E che il Parlamento le approvi, ora e subito. Il 2 ottobre faremo le nostre proposte;  poi spetterà alle forze politiche elaborare un testo condiviso. Perché non ci sia più carcere per giornalisti, ma anche perché i colleghi  dei paesi minacciate dalle mafie possano continuare il loro lavoro senza timore di essere  infangati, uccisi o costretti al silenzio da minacce di querele milionarie.

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